Commedia nera n° 2 – Recami ci porta alla Clinica Riposo & Pace

Che ridere faccia bene non è una novità, ben lo sanno gli inglesi che dello humor, quello nero in special modo, hanno fatto una bandiera. Ma Recami con l’Inghilterra cosa c’entra vi chiederete, assolutamente niente, però mi serviva l’aggancio per arrivare alla Clinica dal nome evocativo, in cui la nipote e il marito, portano lo zio, Alfio Pallini, sostenendo che è impossibile da gestire. Che sia vero o meno è un dubbio che ci si porta fino all’ultima pagina, insieme al dubbio che, come crede fermamente il vecchietto (oddio un quintale di roba è dura da pensare come vecchietto, ma insomma), lo abbiano portato in un posto dove agli anziani viene praticata entro poche settimane rigorosamente fatta passare per naturale, la dolce morte. Però come dice Recami, le sue sono nere ma commedie, quindi sì, si ride molto perchè l’arguzia toscana salta fuori ad ogni riga, c’è il gusto per la “parolaccia” (mai volgare), un po’ come i bambini che ridono parlando di cacca, c’è l’immedesimazione col povero Alfio, che se da un lato ne combina di ogni, anche belle toste, dall’altro ci convince o almeno ci fa sorgere forte il dubbio come dicevo, che lo vogliano effettivamente far fuori.
Già dai tempi della Casa di ringhiera, ve lo ricordate sì il Consonni e suoi vicini, Recami ha mostrato la sua cifra, assolutamente singolare eppur comune ai Magnifici 6/7/8 insomma i noiristi giallisti pubblicati da Sellerio (che cosa volete che vi dica, saran le copertine blu, ma io li adoro), Gialli o come in questo caso noir (sia pur commedia), perfetti, ma con tanta tanta ironia. Quel che succede – forse – alla Clinica Riposo & Pace, potremmo leggerlo su un qualsiasi giornale di un giorno qualsiasi, cose tremende raccontate in maniera paradossale, esasperando toni e situazioni. D’altra parte, gli autori di classe, colgono l’aria che tira e ne fanno delle Storie. Unico difetto, purtroppo piuttosto comune negli autori che mi piacciono, loro ci impiegano un anno a scriverli e io in mezza giornata li finisco.

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Sara al tramonto – ancora e sempre un de Giovanni che sorprende

Le donne dell’universo deGiovannesco sono tante e tutte diverse una dall’altra. Abbiamo iniziato conoscendo Enrica, una specie di Beatrice dei giorni nostri, pronta ad accompagnare Ricciardi all’inferno senza esitazioni, Tata Rosa, una mamma universale, una di quelle donne capaci di amare incondizionatamente e di difendere i loro cuccioli con la vita. La fatale Livia, ritratto di una donna che non sa accettare un no, pagandone anche le pesanti conseguenze. Bianca, l’amica fragile che al bisogno diventa un sostegno indistruttibile e prezioso. Figure che abbiamo poi ritrovato nella realtà di oggi, l’inflessibile Piras la dolce Ottavia la fragile Alex la materna Letizia. E ancora le figure “femminili” de I Guardiani (che fra parentesi spero tornino presto), che hanno una valenza universale nella contrapposizione Bene/Male. Mancava forse quella che in qualche modo le riassume tutte.
Sara Morozzi è una donna come tante, “un’anziana” signora delle migliaia che popolano le strade i giardinetti delle nostre città, una di quelle che non vedi perché vai di fretta perché è grigia e si confonde fra le ombre della sera con gli angoli dei muri. Una figura invisibile per sua stessa scelta. Ha imparato a sembrare quello che non è nei lunghi anni in cui è stata in polizia, non di pattuglia no, Sara faceva parte dei Servizi, quelli che sappiamo esistere ma non appaiono mai, che hanno catalogato e archiviato migliaia e migliaia di informazioni su chiunque per le ragioni più svariate. Sara è rimasta invisibile ma non per la sua squadra che ha ancora bisogno di lei. Per quelle cose che non si devono sapere, che non esistono e forse tornare alla vita restando nell’ombra, è proprio quello di cui ha bisogno. Come le altre che ho nominato prima, ha pagato ogni suo gesto e sappiamo bene che la crudeltà con cui la vita presenta il conto è superiore a qualunque immaginazione. Attenzione però, se dalla descrizione può sembrare un noir cupo, in realtà come sempre succede, de Giovanni spezza le atmosfere inevitabilmente tese, affiancando dei comprimari con cui a tratti ci si fanno anche delle belle risate, per conferma chiedere di Davide e Boris.
E Napoli vi chiederete, presenza viva quasi come una persona in ogni romanzo? Napoli c’è, non più personaggio, ma quieto sfondo. E infine qualcosa che a mia memoria appare per la prima volta nei suoi lavori, un sentimento che non appartiene al de Giovanni che conosciamo, va da sè che non vi dico di cosa si tratta ma sarà palese e abbastanza sconcertante quando arriverete a fine romanzo. Con questo primo episodio, deGio ci lascia intuire le diversissime evoluzioni che potrà avere Sara e che al momento affidate di sicuro, note forse, solo alla smisurata fantasia del mago. Insomma non c’è moltissimo da dire se non che la storia di Sara è l’ennesimo colpo da maestro di un autore che ormai ci ha abituati alle letture a 5 stelle. Ah, questa nuova collana NeroRizzoli è decisamente da tenere d’occhio.

Se la notte ti cerca –

Quante cose è la musica, è un rifugio è una consolazione un’amica che ti fa compagnia o ti ricorda il passato, che siano momenti tristi o felici. Anche chi suona in certi casi può diventare le stesse cose, un rifugio la consolazione di una notte o la piacevole illusione che quelle parole le stia cantando proprio per te. (Prova ne sia che intorno ai 3/4 anni ero sicurissima di essere il grande amore di Massimo Ranieri). Vabbè stavamo dicendo, la musica poi a volte è anche protagonista suo malgrado di romanzi davvero molto belli, come nel caso di Se la notte ti cerca, l’ultima fatica di Romano De Marco. Ha coniugato un bel giallo (dove bel significa che la trama è originale, regge ed è scritta come Romano sa fare, alternando qualche picco di adrenalina a deduzioni e investigazioni tradizionali. Giustamente mi potreste dire, sì ma tutta quella pappardella sulla musica cosa c’entra? C’entra perchè a legare le vittime che frequentavano tutte lo stesso locale per single, è un musicista, Andy Lovato, che poi esiste nella realtà e di chiama Danny Losito, e se non sapete chi è sarà il caso che studiate perchè avete una grave lacuna. Come da standard, il musicista è l’uomo per una notte, come la sua musica, lui diventa l’antidoto alla solitudine, perchè l’unico vero killer è proprio la solitudine. Qui al link secondo me, Romano De Marco ve lo spiega meglio di come ho fatto io.

L’intruso in libreria – mai iniziare un libro nel momento sbagliato

Quando ti arriva un libro è sempre una festa, finisci quello che stai leggendo e poi ti accomodi, siccome però non tutti i giorni sono uguali, capita che lo cominci e per qualche ignoto motivo (in realtà un motivo c’è ma lo capisci dopo), non riesci ad andare avanti, leggi una pagina, due ma poi ti blocchi. Siccome la cortesia di chiunque va rispettata, e nessun ufficio stampa è obbligato ad inviarti niente, se proprio un libro ricevuto ti fa orrore eviti di “recensirlo”, ma correttezza vuole che tu lo legga. L’intruso di Tana French (Einaudi) quindi, tornato sullo scaffale in attesa di un momento migliore. Nel frattempo leggevo in giro recensioni entusiaste (ora, questa cosa di non recensire se una cosa non ti piace, la facciamo in pochi, la maggioranza, almeno a che sappia io, quando riceve un libro ne parla bene e basta), lasciando da parte la mia etica comunque, mi è venuta la curiosità di capire perchè non riuscissi a proseguire, quindi l’ho ripreso in mano ed è andato giù una meraviglia. Trama perfetta e devo dire anche bella complessa, la poliziotta protagonista, mulatta e per di più unica donna nella Omicidi di Dublino, è una tosta. Parte con qualche debolezza, che te la fa stare subito antipatica, ma sa fare il suo lavoro e alla fine si riscatta alla grande, la vittima è molto più protagonista di quanto normalmente non lo sia il morto, per tutto il romanzo e il finale è davvero del tutto inaspettato. Bello, alla fine proprio un bel giallo. Ah volete sapere cos’era che mi “bloccava”? La lunghezza di alcuni dialoghi, sia con il suo partner sia con testimoni e indagati, che si intervallano alle elucubrazioni della detective Conway, nella prima parte del romanzo, superata quella (che attenzione, è solo la mia percezione), ribadisco che va giù bello liscio, appassionando anche.

Tempo di Libri – Atto secondo –

Allora veloce veloce perchè il tempo è tiranno e mi odia, fra l’altro ho letto dei resoconti fatti bene intelligenti e fatti da professionisti e quindi non mi dilungherò. (Per il momento, perchè tanto ci torno). I comunicati stampa sostanzialmente confermano quello che gli occhi hanno visto, numeri che fanno pensare (non ve li riporto perchè tanto li trovate ovunque, ma si viaggia sopra 97000 biglietti staccati che decisamente non sono pochi, a cui vanno aggiunti i 2500 fra giornalisti blogger e addetti ai lavori. Il mio punto di vista è che quest’anno si sia badato di più alla sostanza, meno nomi di sicuro richiamo (che non li esime, non tutti, dall’essere molto sostanziosi) ma una proposta più variegata per una platea certamente più vasta, i nomi li trovate ovunque. Vi racconto velocemente quello che ho seguito io (cioè che sono riuscita a seguire, perchè il folletto della programmazione è un bastardo vero), o meglio quelli che ho seguito per il mio piacere. Un divertimento intelligente quello proposto da Gianni Biondillo, la tombola. Sì la vecchia sana tombola con tanto di cartelle distribuite ai partecipanti, ambii terni quaterne eccetera. Ad ognuno dei 90 numeri corrispondeva una citazione tratta da un libro, relativa ad una zona una via una piazza di Milano. Autori noti alcuni notissimi altri meno,ovviamente si vincevano libri ma sentire Biondillo che racconta la città gli aneddoti relativi ad edifici e/o zone, parlando anche dei libri abbinati, è stato decisamente affascinante. Altrettanto affascinante è stato ascoltare Giulio Casale (e se non lo conoscete fidatevi di me e andate sul link) raccontare dell’indimenticata Nanda Pivano. In un contesto che ha visto fra i percorsi tematici una giornata dedicata alla donna, raccontare una donna che ha fatto tanto per la letteratura italiana è stata un’ottima cosa. Di Marilù Oliva e delle sue spose scomparse vi ho già parlato, per quanto ad una “presentazione” salta sempre fuori qualcosa a cui non avevi pensato. Avevo in programma Costantini Lansdale la Bucciarelli che parlava di classici, ma come dicevo il folletto malvagio ci ha messo lo zampino. Sono riuscita ad ascoltare un po’ di Nando dalla Chiesa, che è sempre un piacere, Morozzi, di cui leggerete recensione e intervista su Mangialibri. Se non avete da fare, ve lo dico sinceramente, io un pensierino sulla prossima edizione lo farei, perchè perdersi fra i millemila stand (con l’augurio che piano piano arrivino anche i mancanti all’appello), ascoltare cose belle, imparare e scoprire è sempre bello.

D’amore di morte e altre utopie – Le spose sepolte di Marilù Oliva

Monterocca non esiste e se esistesse forse non sarebbe poi così bello viverci come si potrebbe pensare. Monterocca è un borgo (grossino ma un borgo), appoggiato sull’appennino emiliano, dove ancora la pianura non è ancora diventata montagna aspra, ma i boschi hanno già stabilito un confine. Monterocca è un esperimento sociale, anche logisticamente, è un posto gestito dalle donne, donna il sindaco donne gli assessori e le rappresentanti delle Forze dell’ordine. Non è che gli uomini siano banditi, anzi, hanno anche dei ruoli pubblici, ma visto che a suo tempo l’esperimento è andato bene, poi la popolazione ha continuato ad eleggere delle donne e si è proseguito così. Una delle eccellenze (sempre parte dell’esperimento) è un istituto di ricerca, oltre a studi su malattie ad oggi senza cura, portano avanti uno studio su un farmaco, una variante del siero della verità, che è stato usato per degli omicidi. Non uomini qualunque, uomini le cui mogli ad un certo punto della loro vita, sono scomparse, svanite nel nulla. Hanno lasciato(?) mariti casa e soprattutto figli, senza mai essere ritrovate nè vive nè morte. Qui stanno le parole chiave di questo romanzo (aperte e chiuse le virgolette, un giallo di tutto rispetto come Marilù ha già ampiamente dimostrato di saper scrivere), figli scomparse e indirettamente, donne. La Oliva ha scritto un romanzo “denuncia”, che punta il faro su diverse cose che probabilmente di solito vengono sottovalutate. Primo fra tutti l’impatto sociale che hanno queste “scomparse”, l’impatto sui figli che improvvisamente si trovano a crescere come se gli fosse stato amputato un arto, senza la figura che nel nel bene e nel male fa di noi quello che siamo da adulti. Un aspetto spesso trascurato, cosa piuttosto ovvia del resto, tendiamo a guardare le cose dal nostro punto di vista, che è quello degli adulti, ma di cosa accade davvero nella testa dei bambini o ragazzini? Non lo sappiamo, non abbiamo in realtà contezza di quali sconvolgimenti e conseguenze possano avvenire e quali effetti potranno avere. Per forza di cose viene sfiorato il femminicidio, parola che personalmente non amo, li considero omicidi, ma che ahimè rende bene l’idea di come una certa parte della società, se a parole, nell’immediatezza dei fatti, condanna gli uomini che dispongono letteralmente della vita (e della morte) delle loro compagne di vita, nella realtà dei fatti, preferisce girare la testa dall’altra parte. Si sfoga sui social ma se sente la vicina di casa urlare o la vede con un livido, fa rigorosamente finta di nulla. Un male antico, non è certo storia dei giorni nostri, ma vuoi la maggior diffusione delle notizie, vuoi un minimo in più di attenzione sui fatti, sembra che ultimamente gli uomini siano impazziti e considerino le donne, soprattutto quelle con cui dividono l’esistenza, come una proprietà esclusiva, non qualcuno ma qualcosa di cui disporre a proprio piacimento. Tornando al romanzo, non solo di femminicidio e delle sue conseguenze si parla; il paese descritto nel romanzo, è chiaramente un’utopia, un posto dove le donne non hanno bisogno di dimostrare nulla dove i ruoli non sono definiti ma interscambiabili a prescindere. Eppure anche nel descrivere un’utopia la Oliva riesce a non perdere di vista la realtà e quel posto che potrebbe essere meraviglioso diventa a tratti claustrofobico, le protagoniste non sono tutte valchirie senza macchia; un posto dove qualcuno che nasconde dei segreti tali da spingere all’omicidio, forse si è nascosto cambiando faccia. Insomma un romanzo in cui si racconta un bel sogno ma senza perdere di vista la realtà. Un giallo che trascina fino alla fine, lasciando il lettore con tanti domande, che per come la vedo io, è esattamente quello che deve fare un buon romanzo. Per chi ama i tecnicismi, bella prova anche dal punto di vista della scrittura, un deciso cambio di stile nel linguaggio per adeguarlo alla situazione, insomma, direi un’altra prova superata brillantemente

Camilleri “le donne non sanno scrivere gialli” – Quando vorresti essere una giornalista famosa

Ecco ci sono momenti in cui vorrei davvero essere una giornalista vera, una di quelle a cui chiunque non risponde no. Durerei poco in Italia e forse anche all’estero, per un motivo semplicissimo, io alle domande pretenderei delle risposte. Giustamente vi starete chiedendo dove voglio andare a parare, sulla faziosità di Fabio Fazio per esempio e su una affermazione del Maestro Camilleri. Maestro per tante ragioni, per la sua poliedricità, per la sua bravura per il rispetto che gli è dovuto. Ah ecco, qui mi casca il primo asino, se do per scontato il rispetto a lui, ho il diritto di pretenderlo? No per me che non scrivo (questo blog è solo un posto dove esprimo opinioni delle quali peraltro non frega niente a nessuno), ma per le tante donne che scrivono. In particolare per quelle che scrivono gialli. Un’intervista del 2011, condotta dal suddetto Fazio, mi ha scatenato una serie di domande e perplessità. http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-606886ab-7a87-4178-8c99-3bcebbfc794b.html . Al minuto 42 più o meno, Camilleri fa una dichiarazione agghiacciante. E se lo dico io che sono la meno femminista delle donne che vi possa venire in mente, credetemi che lo è davvero. Non sto a sindacare sulla dichiarazione, ognuno è libero di avere le sue opinioni e figuriamoci de mi metto a discutere, ma una domanda mi sorge spontanea, perché il sedicente giornalista si limita a fare una risatina imbarazzata? Perché non tenta nemmeno di approfondire il discorso? Giro la domanda a chiunque passi di qui e legga l’articolino, a chiunque abbia la possibilità e la voglia di far arrivare la mia domanda a Camilleri, con tutto il rispetto che ho per un uomo che a parer mio è davvero un maestro.