Torna a Milano il Giallone, in sella Radeschi e Roversi – La confraternita delle ossa

9 Set

paoloroversi_laconfraternitadelleossa_copertinaGli appassionati di gialli e in particolare quelli di autori italiani conoscono bene il giornalista investigatore Enrico Radeschi, sì quello che gira con la vespa gialla, a cui gli hacker di Anonymus fanno una pippa, quello che è nato nella bassa come il suo creatore, Paolo Roversi. Mancava da un po’ ma da ieri è in tutte le librerie con un nuovo appassionante giallo. La confraternita delle ossa appunto. Avete presente San Bernardino a Milano? La chiesa in pieno centro che raccoglie migliaia di ossa? Ecco lì aveva sede una confraternita e da lì si è scatenata la fantasia di Roversi che da un morto illustre, ucciso sotto la Scrofa semilanuta – che adorna Palazzo della regione, in via dei Mercanti – si inventa un giallone coi controfiocchi. Il morto ha tracciato col sangue un simbolo e fortuna (nostra) vuole che un giovane aspirante giornalista, appena arrivato nella metropoli dalla bassa padana per fare il giornalista, si trovi a notarlo prima di essere allontanato dalla polizia. Siamo nel 2002, non ci sono cellulari con cui fissare l’immagine, Radeschi è un pischello che vuole a tutti i costi emergere e la polizia non vuole che il particolare sia svelato. Bravi, Roversi ci racconta amalgamandola perfettamente all’indagine, che si rivelerà essere ben più complessa di quanto appaia, di come Radeschi sia diventato quel personaggio che ben conosciamo. Per quanto mi riguarda trovo che ad un certo punto, quando un personaggio è saldamente radicato nel cuore dei lettori, sia quasi doveroso per un autore raccontarci le origini. Questo è quanto fa egregiamente Roversi, ci racconta di come un ragazzo appena laureato, diventi un collaboratore della polizia, un battitore libero indispensabile. Col Nokia che gli tronca metà delle conversazioni (e sì, le batterie erano un bel problema) un hacker esperto nonché un milanese non ancora imbruttito, da dove arrivi la Vespa – che tutti conosciamo come il Giallone – di come sia arrivato Buk, il fedele labrador. Con un omaggio a Dan Brown, e un occhio a Scerbanenco, vi accingete a leggere, perché so che lo leggerete, un giallo davvero intrigante, personaggi che avrebbero preferito restare nell’ombra, una confraternita che ha visto fra i suoi antichi adepti perfino san Carlo Borromeo, un’assassina senza scrupoli che si comporta come una mantide. Da non perdere.

A questo link potete acquistarlo, trovare le recensioni di chi ha avuto la fortuna di leggerlo in anteprima, e una chicca da non perdere Il delitto della stanza chiusa –  

https://www.amazon.it/confraternita-delle-ossa-Paolo-Roversi-ebook/dp/B01JLW19IE/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1470291910&sr=1-1&tag=milan0b-21

Ovviamente su Facebook trovate tutte le date per i firmacopie e le presentazioni

Metti Il Turista sul comodino – Massimo Carlotto torna e colpisce duro

3 Set

cop (1)Venezia è piena di belle donne, ma c’è un uomo che guarda oltre la bellezza e l’eleganza, lui ha una passione per le borse, conosce le griffe e più sono raffinate, più le donne che le portano acquistano valore ai suoi occhi. Detta così non sembra una gran cosa eh, ma se vi dicessi che l’avere una borsa anziché un’altra può fare la differenza fra la vita e la morte? Ecco, il Turista che ci racconta Carlotto è quello che decide se la borsa che porti vale o meno la tua vita. Neanche questo però basta per dire di cosa parla questo nuovo romanzo, perché lui, il Turista, è solo una delle pedine che compongono questa scacchiera su cui si  gioca una terribile partita. C’è un ex commissario, Pietro Sambo, quello che io definirei uno sfigato, ha commesso un errore veniale, fra l’altro nemmeno per se stesso, e ci ha rimesso tutto, faccia carriera e famiglia; gli pesa da morire perché Venezia è un posto piccolo, è un intrico di calli campielli rii (quelli coperti che si chiamano terà – interrati) dove alla fin fine si conoscono tutti, e nessuno si fa scrupolo di trattarlo come un reietto, ma lui non ci sta perché in fondo il suo lavoro in polizia era la sua vita, è uno che cerca la giustizia che la ritiene un valore irrinunciabile. C’è una vittima che sparisce e tanti personaggi che compaiono. E per quanto riguarda la trama credo di avervi incasinati abbastanza. Adesso arriva il bello, o almeno quello che io ho trovato irresistibile in questo romanzo. Carlotto ci ha messo tutto, va bè, tanto di questo mondo marcio e balengo (se più l’uno o più ‘altro è scelta ardua) incorniciato nella città più bella del mondo, fuori dai circuiti noti, nei campielli e nelle calli che conosce chi ci vive, nei  bar nelle cicchetterie, negli appartamenti affittati a nero, ha fatto muovere servizi segreti che chiamare deviati è poco, anche se secondo la loro logica perseguono dei fini nobili, sono collusi o comunque interagenti con le forze dell’ordine e di questo approfittano per reclutare Sambo promettendogli una riabilitazione; sono disposti a tutto. I temi come dicevo sono tanti, quello su cui forse si è più concentrato l’autore è però la psicopatia, quella vera che non si vede, quella consapevole che i “malati” riescono in qualche modo a controllare che li può portare a diventare dei serial killer, come nel caso del Turista, o come ha ricordato lo stesso Carlotto nell’intervista a Farhenheit (rai3), arrivare ai vertici della società. Insomma come sempre, un gran giallo, un autore che dice tante cose tenendoti avvinghiato alle pagine.

C’era una volta un cazzone, all’anagrafe Rocco Schiavone 7/7/2007

17 Lug

13627253_600722983440884_6999286036847110719_nPremessa: chi come me ha amato Patricia Cornwelll, ad ogni nuova uscita di un autore amato è diviso fra la smania di avere subito il libro fra le mani, e l’orrenda consapevolezza che 99 su 100, avrà l’ennesima delusione, vada tranquillo, la delusione qui non c’è.

Siamo arrivati al dunque, a mio (falsa che non sono altro) modesto parere, il più bello della serie di Rocco Schiavone, il vicequestore romano uscito dalla penna (o dal cuore?) di Antonio Manzini. Ci ha accalappiati con un personaggio antipatico scorbutico politicamente scorretto, stropicciato dentro e fuori,un cialtrone che si fa le canne in questura, che maltratta sadicamente i sottoposti (ma solo quelli cretini, gli altri li maltratta senza sadismo). Uno che ne ha combinate tante che dai e dai, dal commissariato di Roma EUR l’hanno spedito ad Aosta. Indomito nel suo loden e con le sue Clark – usa solo quelle – ha affrontato tranquillo i casi che sono capitati facendosi apprezzare come investigatore e facendoci anche ridere con tante piccole cose, Dalle scarpe (che vi lascio immaginare come possano reagire alla neve della Val d’Aosta, a D’Intino e Deruta, al cui confronto Catarella è un genio assoluto, all’ormai mitica scala Schiavone delle rotture di coglioni. Ma, dai lo sapevate che c’era il ma, c’è un dolore che lo accompagna, uno di quelli che diventano parte di te, che all’esterno dopo un po’ non si vedono più ma dentro sono attaccati ad ogni tuo organo, a condizionare ogni tuo pensiero e ogni tuo gesto. Ho intitolato C’era una volta, perché questo è il romanzo che i Manzini addicted stavano aspettando, ci viene svelato come è morta Marina, quella donna che ha saputo avrebbe sposato pochi minuti dopo averla vista, che lo ha accompagnato anche da morta, quasi come un ologramma che lo aspetta al ritorno dal lavoro, con cui fa conversazione, consapevole di parlare da solo, ma del tutto indifferente. Ovviamente non faccio spoiler, ma vi assicuro che se prima amavate Rocco, da qui in poi proverete un sentimento diverso, più profondo, direi addirittura compassione (nel significato letterale del termine). La cosa interessante dal punto di vista squisitamente letterario, è il motivo per cui il vicequestore è costretto a raccontare tutto, un escamotage che lascerà i più con il fiato sospeso in attesa del prossimo romanzo. E a buona ragione credo di poter dire che Manzini è entrato definitivamente nella rosa dei grandi autori, quelli che non scrivono necessariamente dei capolavori, ma che entrano prima nelle librerie e poi nel cuore dei lettori, piazzandosi in una nicchia da cui difficilmente usciranno.

La rabbia l’orrore

12 Lug

Volevo scrivere qualcosa sul fatto di oggi, ma oltre 20 morti meritano rispetto, quindi scriverò ma non oggi. Lo farò perché è il mio blog, il mio diario, quello che mi serve per non esplodere. Ma lo farò nei prossimi giorni, prima cercherò per quanto possibile di raccogliere il maggior numero di informazioni, perché di qualcuno la colpa deve essere. Perché oltre 20 morti e le loro famiglie si meritano almeno qualche parola sensata e non urlata fuori dalla rabbia

Kamasutra? Sì grazie, ma che sia Kevin – Ovvero Berselli it’s back

9 Lug

Cover berselli stampa:Layout 1Un diciassettenne che cita filosofi gruppi musicali storici, che usa parole note solo ai vocabolari e non ha mai fatto sesso, come direbbero a Bergamo, a far sura, gli hanno messo l’apparecchio ai denti – bracket maledizione si chiama bracket – e sua madre gli ha confidato che suo padre naturale è un macho sudamericano e non quello che lui ha sempre chiamato papà, su cui sorvolo per non togliervi il divertimento. Dice ma guarda che io Bers lo seguo su FB, è un pirla dedito al cazzeggio più assoluto, forse anche un maniaco sessuale, dico guarda, da retta, leggilo, ma leggiti tutto. Perché come ebbe a dire lui stesso, scrive cose che nemmeno sa di avere scritto. No non nel senso che soffre di sdoppiamento della personalità (eventualità che non mi sento di escludere comunque) ma nel senso che in quello che può sembrare un librettino divertente sull’adolescenza, ci ha messo dentro tanta di quella roba da paura. Il disagio adolescenziale che poi porta al bullismo, il difficile rapporto dei genitori con se stessi, fra di loro, figuriamoci con i figli. Una scuola che vabbè stendiamo il pietoso velo ma sarebbe meglio un sudario, il sesso la droga e quanto altro vi può venire in mente. Il vero dunque però è come lo fa, con una lievità e una grazia che pochi hanno, sfoggiando una cultura che ti fa venir voglia di sapere le cose, e senza smettere mai di farti ridere o sorridere, sempre al punto giusto. Come un orafo che cesella gioielli o bigiotteria di lusso, senza una sbavatura, neanche minima. Non dimenticatevi però che è lo stesso uomo che ha scritto Non fare la cosa giusta, che in quanto a noir profondità e cattiveria si beve autori internazionali come fossero degli shortini. Insomma, dura poche ore e va bene, però io se fossi in voi, Kamasutra Kevin non me lo perderei.

Serenata senza nome – notturno per il commissario ricciardi – grazie Maurizio de Giovanni

27 Giu

13256010_10208352328199651_3593019605125302631_nNormalmente i libri di deGio mezzo scrittore (vedi profilo FB) e io aggiungo mezzo poeta, li divoro in meno di 24 ore, lo faccio perché ho paura. In che senso vi chiederete, paura che possa non aver centrato il bersaglio, che per una congiunzione astrale – credo a questo punto impossibile – possa non piacermi. Quindi niente dicevo, ogni nuovo libro lo divoro con il cuore in gola e poi quando mi rendo conto che non si sa come, ogni libro è più bello del precedente, mi rilasso e dopo qualche giorno lo rileggo una o due volte. Una lettura sola non è sufficiente per cogliere tutto quello che c’è dentro. E anche stavolta c’è tanto di tutto dentro, c’è amore, come di consueto, quello di Enrica e Luigi Alfredo che ci tengono incollati a una finestra da anni, c’è l’amore del duca Marangolo per Bianca, pulito come può esserlo un amore senza speranza e di antica data, di un vecchio malato per una giovane contessa sfortunata. E quello triste e rancoroso di Livia, quello opportunista e interessato di Manfred. C’è l’amore di un uomo che è andato a cercare fortuna, trovandola e poi perdendola, per amore della sua Cettina. E a chiudere la lista parziale c’è un amore trasgressivo, di quelli che non sono accettati ancora adesso, figuriamoci ai tempi del Capoccione. C’è la perdita, delle illusioni dei sogni delle speranze, la perdita dell’amore della dignità dell’onore. C’è l’ombra di quello che verrà, o almeno io ce l’ho vista ma ne parleremo alla prossima. C’è il riscatto, pubblico e privato di chi è accusato, di chi vive all’ombra del sospetto. E c’è la speranza, quella lama di luce che ti fa vedere anche nel buio pesto, che ti da la forza di scendere dal letto per quanto pesante e brutto sia quello che ti aspetta. C’è la forza, di uomini e donne capaci di cose tanto impensabili quanto logiche. Della trama non sto a raccontarvi, del giallo in sé per sé nulla da dire, si arriva ad intuire il colpevole ma poi quando arriva la soluzione, ti accorgi che avevi capito metà di quanto c’era da capire. Insomma mezzo scrittore forse, ma de Giovanni è un soprattutto un lettore, legge l’animo umano con la chiarezza di un misto fra uno psichiatra e un prete (uno di quelli veri). Quello che scrive ce l’ha dentro e ce lo regala, conosce, tanto per fare una citazione – che non c’entra o forse sì – miseria e nobiltà che albergano nell’uomo, conosce  capisce e non condanna né giudica de Giovanni, racconta con la delicatezza e la precisione di un chirurgo. Sopra ogni altro, lo fa notare Severino Cesari, padre con Paolo Repetti  di Stile Libero (la collana di Einaudi che pubblica Ricciardi e i Bastardi) a cui questo libro è dedicato, c’è un personaggio che a mio modestissimo parere è il vero alter ego di Maurizio, il brigadiere Maione, che è lui ed è suo padre, quel padre che tutti vorrebbero avere avuto e se si potesse avere sempre.

Va da se che questa non è una recensione, è un immenso grazie ad un autore che va oltre il raccontare storie, va oltre lo scrivere, ad un uomo che nonostante sia più impegnato della Merkel, trova ancora e sempre il tempo di esserci per quelli che, e non potrebbe essere altrimenti, gli vogliono bene.

E anche Papa Francesco ha detto la sua cazzata – giustificata ma cazzata

7 Mag

Metto la foto solo di una mano, mi sembra più che sufficiente.

Questo bambino (ammesso che sia ancora vivo) non verrà salvato dalla morte   fame_africain mare, questo bambino probabilmente non vedrà mai un rubinetto, una tavola con sopra del cibo, se sopravviverà la sua vita sarà  presumibilmente un povero cristo che si arrabatta per un pugno di riso  concesso dalla Caritas o da qualche altra missione umanitaria. Più probabilmente morirà di fame prima che gli arrivi un aiuto.  Nella foto qui sotto bambini che sono sbarcati, quelli che ce l’hanno fatta.  Io una certa differenza la noto, voi

migranti minori2no? Ha ragione il Papa, e la cazzata è perfettamente coerente con il suo ruolo, scappare dalla fame non è un delitto, però però, faccio un inciso. Mi è capitato qualche giorno fa di sentire una storia, una giovane Italiana andata in Africa per imparare lo Swahili, ha raccontato delle difficoltà che ha incontrato già in aeroporto, donna bianca e sola, la polizia le ha sequestrato lo zaino (dicesi zaino non valigia di Vuitton, e le hanno fatto domande per ore. Quando ha raggiunto il villaggio, ha scoperto che non c’era acqua, per potersi lavare doveva andare a qualche km dal villaggio e pagare per fare la doccia in albergo. Ora mi sorge spontanea una domanda, è colpa nostra, intendo dell’occidente, se i governi di quel paese africano, credo fosse in Senegal, lasciano che gli alberghi abbiano l’acqua e i villaggi a pochi km no? Direi che l’ipotesi non regge, la colpa è di politiche interne su cui abbiamo poco potere.

Questa invece  un immagine di Aleppo, o10351175_568355249951655_3029075688244993624_nra mi chiedo, è davvero possibile non fare delle differenze? Considerare i migranti africani (quelli che sbarcano, che hanno trovato centinaia di dollari per pagare il viaggio, dollari con cui avrebbero potuto mangiare per mesi) alla stregua di chi scappa da un bombardamento? A chi, e credetemi sulla parola, esce per andare al lavoro o all’università e non sa se ci arriverà o se a sera rivedrà la sua famiglia.

Non è razzismo, non è intolleranza, è buon senso; e chi come il papa, che ripeto, non può dire altro, sostiene che deve esserci posto per tutti è in malafede, è condizionato dalla paura di passare per razzista o fascista, è un buonismo che non è supportato dai fatti. Torniamo coi piedi per terra, ridiamo la priorità alle cose, prendiamo le distanze e rivediamo le cose nella giusta prospettiva, perché a voler aiutare tutti va a finire che non si riesce a salvare nessuno

La resistenza del maschio (ossia sulla Buccia che ti fa scivolare)

10 Apr

I libri della Bucciarelli devo farli decantare prima di poterne scrivere; e in realtà sarà un’articolo molto breve perché l’alternativa sarebbe un trattato congiunto di architettura psicologia filologia e non so quante altre discipline. Non sono certa di chi fra il Maschio e le femmine che ne contornano l’egoismo o il legittimo desiderio di vivere come preferisce, ne esca peggio. Forse nessuno perché alla fine l’autrice riesce a mettere in un caleidoscopio tutti i meccanismi che poco più poco meno compongono l’universo coppia, qualunque tipo di coppia, sposi amanti liberi frequentatori, innamorati cronici e innamorati asettici. E come in un caleidoscopio all’inizio le immagini si confondono in un bellissimo disegno senza che tu riesca a distinguerle, ma poi giro dopo giro del cilindro si definiscono e le apprezzi una per una oltre che nell’insieme.

Una resistenza strenua e decisa quella di Emme, a scapito della sua stessa felicità apparentemente e sempre apparentemente anche a quella delle donne; E poi c’è l’inconsapevolezza delle protagoniste femminili, contrapposta alla nostra (dei lettori) assoluta consapevolezza e compassione. E quando lo finisci la scoperta che se cambi appena appena prospettiva, cambia tutto ma proprio tutto. Per quanto riguarda la scrittura è quella che ben conosce chi ha già letto qualcosa di suo, essenziale pulita e impeccabile. Non una parola di troppo e non una di meno del necessario, ricercata senza essere leziosa, raffinata senza essere snob. Un libro facile? No. Un libro bello? Molto

Edito da NNEditore, Casa Editrice indipendente con la vista molto molto lunga.

E’ così che si uccide (la voglia di leggere)

13 Feb

Porca vacca, due delusioni una di seguito all’altra ti fanno davvero girare le scatole, la prima il libro che ha vinto uno dei più prestigiosi e ambiti (sì ciao) premi letterari di cui però ho ampiamente detto su Anobii, la seconda più cocente per il battage che ha preceduto l’uscita del libro. E’ così che si uccide di Mirko Zilahy. Venduto in mezzo mondo pubblicato da una signora Casa Editrice, mi aspettavo una bomba, e l’ho avuta; a partire dalle prime pagine in cui un professore universitario canna (sbaglia per chi non ama il gergo dialettale) clamorosamente un congiuntivo – e ancora a ripensarci mi parte un brivido dal vertice del cranio che arriva fino al coccige – alla carta d’identità di una signora il cui stato civile è celibe. Taccio sulle procedure di polizia, che poi dai, cosa ti costa chiedere a qualcuno, sorvolo sul fatto che ad un certo punto, per arrestare un banalissimo assassino, in genere il serial killer ha caratteristiche un po’ diverse da quelle del nostro ma transeat, viene richiesto l’intervento dei NOCS (squadra speciale della polizia addestrata all’antiterrorismo e alle azioni di assalto in cui siano presenti ostaggi), ignoro o almeno ci provo, il fatto che un PM partecipi attivamente alle indagini, tralasciando di segnalare un fatto di una gravità assoluta che inficerebbe la confessione anche davanti al tribunale di Topolinia. E però santa pace, mi fai un trattato storico logistico che neanche gli Angela (Piero e Alberto) sull’architettura pre o post industriale (non ne ho idea e non vorrei scrivere cavolate, facendomi anche l’analisi comparativa fra i monumenti del passato e gli emblemi della modernità (parliamo del gazometro e di altri siti particolari), e anche se mi annoio un po’ ci posso passare sopra, ma poi mi mandi un commissario (che fra l’altro ha riconsegnato il tesserino) e un medico legale a manomettere di nascosto il cadavere, e la scientifica non si accorge di nulla, bè permettimi che un po’ mi girano. La mia anima animalista poi non ci ha visto più davanti alle nutrie carnivore. Non vado oltre con la demolizione anche se il materiale non mancherebbe, mi limito a dire che mi auguro, ma soprattutto auguro al giovane autore, di trovare sulla sua strada persone che non cavalchino l’onda, che abbiano il coraggio di fare un sano editing e una sana correzione delle bozze. Spero davvero che con questa brutta caduta, indipendentemente dai risultati di vendita lo è, non danneggi un autore che con una mano un po’ più ferma a guidarlo, e accumulando un po’ di esperienza, potrebbe scrivere delle cose davvero buone. Magari non gialli che richiedono oltre ad una buona storia, una solida conoscenza, o almeno degli ottimi consulenti delle procedure poliziesche. Ah, un ultima cosa, so perfettamente che gazometro è utilizzato normalmente, ma dizionario alla mano, in italiano è meglio gasometro, che a ingarbugliare i fatti con le parole ci pensa già la politica.

Voglia di leggere? Serviti

3 Feb

Un romanzo cattivo, non perché succedano cose strabilianti, poco più poco meno è 584-large_defaultuna realtà che conosciamo quella che ci racconta Bastasi, il punto è come ce lo racconta.  Spietato è la parola che meglio descrive a mio parere questo romanzo. Sottolineo questo, perché parliamo di un autore versatile, capace di provare e trasmettere empatia e lo ha dimostrato nei suoi precedenti lavori, la scelta stavolta è stata di tenersi al di fuori. La storia di un uomo qualunque, Massimo Gerosa, che vuole fortissimamente vuole diventare “qualcuno”, e ce la fa; ci riesce nel modo in cui ci riescono tutti, calpestando tutto e tutti, senza guardare in faccia nessuno. Ma come raccontano i proverbi c’è sempre qualcuno che al mattino si sveglia prima di te e qualcuno si è svegliato anche prima di Gerosa, e userà lui come lui ha fatto con gli altri. Una storia di degrado morale che si estende dal privato di Massimo al pubblico, con la descrizione precisa di come la politica, tutta senza esclusioni, sia in grado di manipolare la gente, soprattutto quella animata da principi basici, mors tua vita mea per intenderci. A detta dell’autore – ma non cercatela in rete questa cosa perché viene da una conversazione – non c’è una morale predefinita o intenzionale, io ce l’ho trovata comunque, ognuno è artefice del proprio destino, e nessuno è tanto potente da sfuggire al destino che le stelle hanno disegnato per lui. Quindi se avete voglia di una storia con cui sporcarvi le mani, in cui potete trovare tutti i responsabili che volete, colpevoli per ogni schifezza che vediamo ogni giorno; se se cercate un romanzo scritto bene, nel senso letterale, e soprattutto se vi piacciono i bei libri, Era la Milano da bere è quello che fa per voi.

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libroguerriero

se non brucia un po'... che libro è?

aurelioraiola

(no, non è uno scioglilingua)

Gli incroci della Zanca

Ogni giorno incrociamo le vite degli altri: riconoscersi e guardarsi con interesse

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Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

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