L’assassino ci vede benissimo – Garantisce Christian Frascella

A Torino, quartiere Barriera di Milano fa un freddo porco e Contrera svegliato da un sms di Mohammed, titolare della lavanderia a gettoni che in un angolo ospita un tavolino e due sedie che sono il suo ufficio, deve lasciare il caldo letto che spesso divide con Erica. Prima di uscire guarda con tenerezza i capelli rossi della donna, le sue lentiggini e pensa che quando sarà costretto a dirle quanto le sta tenendo nascosto, finirà tutto nel peggiore dei modi.
La sua ex moglie è rimasta incinta, così a tradimento, colpa di una serata piena di uno scadente vino rosso che li ha portati a consumare un rapporto senza senso.
Quando non dorme da Erica, è ancora lì che sopporta la convivenza obbligata con il cognato, da quando poi ha il sospetto che tradisca sua sorella, lo sopporta ancora meno. Un uomo questo ex poliziotto che ancora rimpiange amaramente il suo tradimento alla divisa, solo perché ha portato al disprezzo di suo padre. Investigatore privato sicuramente capace ma senza futuro, stavolta con la sua licenza di detective privato, dovrebbe convincere un pusher a lasciare la casa di sua madre, che l’ha lasciata al ragazzo che lo spacciatore ha messo su una sedia a rotelle, investendolo mentre guidava fatto e ubriaco. L’incarico glielo commissiona il fratello del disabile, una questione di giustizia. Il pusher la casa la lascia in effetti, ma solo perché qualcuno lo uccide risolvendo il problema alla radice. Naturalmente il tempismo che caratterizza la vita di Contrera, fa sì che sia lui a trovare il cadavere.
Ad ogni romanzo Frascella definisce un po’ di più la figura di un uomo che ha mille sfaccettature, uno che sembra l’emblema della sfiga e della capacità di andarsela a cercare. Però in fondo, nonostante i pochi scrupoli, una morale tutta sua, risulta essere una brava persona, uno che ha capito l’inutilità di combattere contro la vita e fa del suo meglio (che spesso non è abbastanza), per pararne i colpi. Frascella è decisamente bravo nel raccontare l’umanità, quella che sta un po’ ai margini (Barriera di Milano non è esattamente un quartiere elegante e residenziale), nel descrivere un mondo di rapporti umani ideale, dove ognuno è quel che è e per tale viene accettato dagli altri. Purtroppo vien da dire, sono solo romanzi e la morale comune, si infastidisce per principio nel dare per buono piaccia o no, che al mondo e in particolare sotto casa, la norma sia che dietro la porta accanto a quella dell’idraulico, viva tranquillo il pusher. Ma così va il mondo oggi e così ce lo racconta.

Un “nuovo” vintage per le edizioni Le assassine

Un romanzo che si svolge nei primi del ‘900, la storia di una donna che per il suo paesino è un simbolo, quella a cui tutte aspirano di somigliare. Enid Belfame è in assoluto l’esempio da seguire. quarantadue anni di cui ventidue passati da moglie esemplare di Dave, un pessimo individuo che non ha saputo gestire il patrimonio di famiglia e si è dato alla politica, restando nella mediocrità, un uomo che ama l’alcool più della moglie e che incarna il peggiore esempio di mediocrità del tempo. Enid è ormai arrivata al limite, non ne sopporta più la vista l’odore la vicinanza, ma il divorzio è escluso. Macchierebbe indelebilmente la sua immagine, l’alternativa gira gira, rimane solo una. L’omicidio. Oddio, non è che non si renda conto che non è una bellissima cosa, però se alternative non ce ne sono…
Il prosieguo del romanzo è deliziosamente orchestrato e riserva anche un bel colpo di scena finale, ma il bello sta decisamente nel mezzo. Come da copione ognuno troverà la sua chiave di lettura, io ci ho trovato un’autrice sopraffina, un linguaggio ironico ma non smaccatamente, piuttosto un’ironia sottotraccia, una descrizione precisa del vivere di quel tempo. Una critica velata, ma nemmeno tanto, al perbenismo che rendeva più accettabile un omicidio al divorzio. La conclusione come dicevo è un’ottimo colpo di scena, lo svolgimento perfetto e d’altra parte, l’autrice Gertrude Atherton, è stata assolutamente prolifica e di buon successo. Menzione d’onore quindi alla Casa editrice e alla sua direttrice Tiziana Prina che l’ha ripescata e tradotta. Un giallo perfetto da portarsi in vacanza, per chi ci andrà, o da leggere comodamente sulla sdraio per chi deve restare a casa. La soddisfazione è garantita.

Chi meglio di Malvaldi per parlare di cibo

Capisco che il “titolo” può sembrare fuorviante, ma Artusi Pellegrino da Forlimpopoli, con gli ingredienti fa magie (vabbè le faceva) e cos’è un piatto ben riuscito se non un’alchimia perfetta fra i sapori, che per chi non seguisse masterchef o non fosse esperto di medicina orientale sono cinque (salato amaro piccante dolce e acido)? In un manicaretto perfetto devono esserci tutti e nelle giuste proporzioni. Malvaldi, oltre che esperto di vecchietti è anche un signor ricercatore chimico, che ne sa di ogni e va da sé che se hai le competenze, la fantasia e una moglie che sa come mettere ordine nelle cose che si ammassano nella testa del suddetto coniuge Malvaldi, il risultato assicurato è un piatto a dir poco prelibato. Così è stato anche stavolta, lui aveva in mente una cosa, ne ha parlato con Samantha (cosa lei abbia risposto lo trovate nel libro), e tac, Il borghese Pellegrino diventa il secondo giallo che vede coinvolto l’esimio gastronomo. Premesso che io potrei tenermi Malvaldi sul comodino, tipo radio, perché di qualunque cosa parli, fosse anche la farinata di ceci (è successo), mi affascina totalmente facendomi anche ridere molto e non potendo per ovvie ragioni utilizzarlo in questo modo, ogni cosa che scrive la leggo con grandissimo godimento. E faccio bene. Non è che lo consiglio, ve lo do quasi come un imperativo, fatelo anche voi.
Leggetelo senza se e senza ma. Fra l’altro, riflettevo sulle due particolarità dell’autore. Scrive come parla e credo sia l’unico (almeno fra i tanti che ho letto e ascoltato), ogni tanto poi, interrompe la storia che sta raccontando che in questo caso è ambientata nel 1900 per rivolgersi direttamente al lettore, anzi visto che è un gentiluomo, alle lettrici, uscendo dal libro. Non è l’unico che lo fa, ma lo fa in modo unico. Vi ho convinti? Se no, peggio per voi ragazzi, perché perderlo è davvero un peccato. (non sono sicura che non leggendolo si vada all’inferno, ma mi sembra quantomeno probabile)

i Bar Toletti Come ho cambiato facebook

Io per esempio – ma non è che faccia molto testo – non sapevo fino a qualche mese fa, che Marino Bartoletti fosse su facebook, l’ho scoperto perché dovendolo intervistare cercavo spunti per le domande e ovviamente la rete è il posto migliore. Ebbene c’era e devo dire che la sua bacheca, anzi, le sue bacheche, quella pubblica e quella privata, sono delle vere miniere sia per chi deve preparare delle domande, sia per chi voglia farsi una cultura. Ovviamente gli argomenti di cui scrive di più sono musica e sport, o sport e musica a scelta, ma non manca mai di legarli all’attualità.
Chiedi una cosa chiedine un’altra, ho scoperto l’esistenza dei Bar Toletti, sì lo so che esiste altro oltre ai gialli e ai noir, ma ho poi delle giornate di sole 24 ore come tutti, non posso sapere tutto.
Trattasi di numero 3 volumetti che raccolgono la produzione facebucchiana (ma si pò dire? Boh), forse dovrei dire trattavasi, perché così tra il nusco e il brusco è arrivato anche il Bar Toletti 4 – Come ho cambiato facebook. Sono pubblicati da Minerva edizioni che mercoledì 1° luglio, a Russi (RA), lo propone in un incontro a cui sarà presente l’autore, in anteprima nazionale.
I post, datati nel senso che riportano la data in cui sono stati scritti e ovviamente senza i commenti (rischiavano di uscire 33 volumi), accompagnati dalle deliziose vignette di Matitaccia al secolo Giorgio Serra, un vignettista caricaturista eccezionale, capace di cogliere l’esatta essenza dei post del suo complice e trasformarli in disegni precisissimi. (Basti dire che io permalosa come sono, darei non so cosa per avere una caricatura fatta da lui, il che la dice lunga sulla bravura dello stesso). I capito – letti (dai, passatemi un gioco di parole), raccontano fatti e persone, ovviamente di pubblico interesse, con la grazia, anche quando picchia, che è da sempre uno dei tratti distintivo dell’autore. Episodi, perlopiù ripescati dalla memoria personale (che uno si chiede anche come cavolo avrà fatto a fare tutte quelle cose) o dalla cronaca dei tempi, quando si tratta di uomini e accadimenti vissuti o successi prima che lui ci fosse, con una precisione che fa impressione. La, o una delle particolarità (e queesto lo si evince o meglio lo si trova esplicitato nei commenti che appunto nel libro non trovate, ma state come sempre sulla fiducia) è la capacità di trasmettere le emozioni di un dato evento o qualche particolare sui personaggi che la sua tastiera trasforma in persone, coinvolgendo gli avventori e tirando fuori da ognuno le proprie emozioni relative a quel fatto, e/o scatena ricordi che chi legge conserva gelosamente, di quella volta che, per esempio, ha incontrato magari per un attimo, il suo personaggio mito, sia cantante attore o campione sportivo, “rubandone” dei pezzetti, che Bartoletti generosamente condivide.
Stavo dicendo, pensavo potesse essere “noioso” leggere qualcosa che magari ho già letto e commentato, e invece, a parte il fatto che frequento la bacheca da relativamente poco e quindi molti non li ho letti, devo dire che rileggerli senza la distrazione dei commenti, è un’altra cosa. Sono praticamente dei corti di giornalismo anziché di cinema, scritti con la competenza la conoscenza e il mestiere, che conditi con quel pizzico di leggerezza ionia o nostalgia, li fa meno asettici e ti ci trascina dentro.
Diciamolo, a volte è fin troppo educato per un social, ma evidentemente, come recita il sottotitolo – Come ho cambiato facebook – la cosa funziona e la pagina è una boccata d’aria fresca in un posto oggettivamente piena di aria viziata

Carlotto e le Variazioni sul noir

Variazioni sul noir, così si intitola la raccolta di racconti di Massimo Carlotto pubblicata da CentoAutori per “celebrare” i suoi 25 anni di libri.
Sostengo da sempre che il racconto è una delle forme più ostiche con cui uno scrittore può cimentarsi, oltre al talento e se parliamo di noir la cosa si complica, è necessario avere il dono della sintesi, soprattutto mentale che permetta di dire tutto in poche pagine. Bisogna saper cogliere l’essenziale e far arrivare al lettore solo quello.
Va detto che è un dono che Carlotto padroneggia totalmente. I racconti sono sette di cui due inediti mentre gli altri sono apparsi negli anni in antologie giornali raccolte eccetera. Personalmente me li ero persi e sono di molto grata a CentoAutori che li ha pubblicati.
Parlano di uomini e donne apparentemente normalissimi che fanno cose inenarrabili, un paio sono davvero diabolici, uno agghiacciante e gli altri ottimamente neri.
La particolarità di Carlotto (anche se ammetto che la mia percezione della scrittura potrebbe essere falsata dalla percezione personale dell’uomo) è la capacità di descrivere le peggiori atrocità con una freddezza e un distacco che lo rendono riconoscibile dopo poche righe. Nessuno dei suoi personaggi sbraita urla o dà in escandescenze. Sono glaciali nel bene e nel male, anche le vittime. E attenzione, per quanto possa sembrarlo non è una critica, anzi è un punto di merito perché focalizza l’attenzione sull’azione e quello che la scatena, che sia frutto del presente o del passato.
Se è vero che ognuno di noi è la somma del suo vissuto, Carlotto è una delle persone (spero che mi perdoni questa considerazione in virtù degli ormai parecchi anni di conoscenza stima e affetto da parte mia) che come insegna Stanislavskij, ha metabolizzato una parte della sua vita, ed è riuscito a trasferire nelle parole tutte le emozioni, dalle migliori alle peggiori, senza lasciare che lo divorassero. (No, non sto facendo la psicanalisi da salotto, ma solo da quello e dal puro talento, può venire il distacco di cui parlavo prima).
Alla fine, converrete che questa capacità, è esattamente quello che fa la differenza fra un grande e un mediocre.

Cristina Cassar Scalia ci accompagna a La salita dei saponari

Oh, cosa volete che vi dica, io quando trovo un autore, in questo caso un’autrice, che regge al secondo romanzo e migliora al terzo, ho degli attimi di godimento. Mi rendo conto che ci sono fior di professionisti – direttori di collana editor correttori di bozze eccetera – che vivisezionano un romanzo prima che arrivi a noi, ma sono un po’ megalomane e quando dico che qualcuno farà strada e questo poi accade, eh bè, me la tiro, mi autoincenso e come dice un tizio in tv, mi stimo e mi incoraggio, ecco.
Sei giorni fa è tornata in libreria Cristina Cassar Scalia, e con lei ovviamente, Vanina Guarrasi vicequestore aggiunto alla Mobile di Catania, alla Omicidi per la precisione. Ma la sua sete di vendetta? Giustizia? Non è placata e quindi ha chiesto e ottenuto di partecipare ad un’operazione della Catturandi di Palermo, arresto a cui tra l’altro il mafioso latitante è riuscito a sfuggire. Potrebbe fermarsi ancora se solo lo volesse, per la gioia del suo ex collega Manzo, ma da Catania la avvisano che hanno un morto ammazzato e lei tutto sommato, Paolo incluso, non ha troppa voglia di restare a Palermo. Il morto che ha la doppia cittadinanza italiana e americana, ed è nato a Cuba, possiede una casa a La Salita dei saponari si rivela essere un bel personaggino (d’altra parte si sa, non è che le brave persone vengono ammazzate tutti i giorni) e il caso molto più complicato di quanto ci si potesse aspettare. La Scalia ha imparato dai migliori, oltre naturalmente ad avere talento (lo so mi ripeto, ma a chi lo ha, è d’obbligo riconoscerlo); la lezione che ha magnificamente incamerato è quella di equilibrare la trama gialla, che ovviamente non solo deve essere impeccabile, ma possibilmente essere anche intrigante e complessa, con l’evoluzione dei personaggi, non solo del/della protagonista, ma anche dei comprimari. Last but not least, cogliere dai lettori chi sono i personaggi più amati e dar loro sempre maggior spazio senza toglierlo agli altri. In questa coda di pandemia, dove i viaggi sono ancora un po’ penalizzati, reagalatevi un soggiorno sotto la Montagna, che con la sua imponenza e i suoi risvegli improvvisi, è una bellezza

La squadra dei sogni – Bartoletti racconta il terzo atto

Hanno buttato il cuore sul prato, sono scesi tutti in campo e adesso celebrano l’impresa giocandosi la Coppa dell’amicizia. (che uscirà il 25 ma potete preordinare qui e vi arriva anche autografato)
Sono i ragazzini delle scuole Sassi e Mellone, guidate rispettivamente dai presidi Borghesi e Russo. La Coppa Lori, nata per onorare la memoria di Lorenzo Baldieri (vittima di omicidio stradale), dopo aver integrato ragazzini di ogni dove e di ogni colore, dopo avergli fatto superare il problema di genere, la seconda edizione aveva squadre miste composte da ragazzi e ragazze, ha anche fatto sì che le loro “imprese” siano arrivate sul tavolo del ministro dell’istruzione. Vabbè in realtà ha scoperto la cosa grazie alla figlia che segue il blog di Paolino, portiere italo cinese ormai famoso, ma non è che stiamo a fare della quadricotomia capillare.
Facciamola breve, si gioca in trasferta con una squadra nuova, nome e divisa nuovi e giocatori sempre quelli, ma di entrambe le scuole, con la benedizione di Roma. La location della partita si sposta dalla provincia ad una grande città, ma quale ve lo lascio scoprire da soli.
Bartoletti in questo ultimo (sembra) capitolo, è salito di un paio di gradini. Lo spirito di partenza è lo stesso, descrivere raccontare ed essere convinti, di come sia ancora possibile superare molti degli “ISMI” che ci ammorbano quotidianamente, razzismo sessismo classismo bullismo e protagonismo. E per quanto strano possa sembrare, per quanto impossibile appaia l’impresa, probabilmente si può/si potrebbe fare, con il solo uso del buonsenso e il mettersi almeno qualche volta, nelle scarpe degli altri.
I ragazzi delle due scuole, una più in e l’altra più popolare, quando sono sul campo con un pallone da calciare si dimenticano bellamente le differenze sociali, così come davanti alla palla messa in rete, non fanno caso al fatto che a segnare sia stato un ragazzo o una ragazza.
Grazie a Don Rocci (detto don Chilometro per la sua altezza), a dei genitori che trovano il tempo per i loro ragazzi e all’aver affrontato delle spiacevoli vicende accadute a scuola, i ragazzi hanno imparato a fare squadra, hanno capito che sostenendosi l’un l’altro si arriva più lontano e si sopportano meglio i colpi della vita che ahimè, non risparmiano nessuno, nemmeno loro.
Anche qui come nei precedenti capitoli, ci regala un piccolo ma significativo racconto (di vita vera) fatto da un personaggio simbolo dello sport, nel primo fece incontrare ai ragazzi Mazzola, nel secondo Sara Simeoni e qui non ve lo dico che non voglio rovinarvi la sorpresa, ma è un nome amato e rispettato.
Rispetto ad una “storia” pensata più per i ragazzi che per gli adulti, l’impressione è che già da Tutti in campo – volutamente o meno – sia cambiato l’interlocutore principale, non più gli adolescenti ma chi se ne occupa, per natura e per lavoro. Mi auguro che in tanti lo leggano e soprattutto recepiscano il messaggio. Non credo sia mai successo che un libro cambiasse il mondo, ma certamente, se le pagine (di qualunque libro) riescono a cambiare anche di poco in meglio, una sola persona, è già molto. Ultima nota, se nei precedenti si sorrideva, qui ci si fa anche qualche risata di gusto, che mi sembra sempre una buona cosa. Copertina e disegni sono come nei precedenti, il risultato di una ormai consolidata collaborazione e sono opera di Giorgio Serra Matitaccia

Un consiglio al volo di quelli da non trascurare – Guccini racconta – Tralummescuro

Il consiglio di oggi è Trallumescuro, una parola sola che indica la famosa ora che volge al disio e ai naviganti intenerisce il core, di Foscoliana e Dantesca memoria. Quel momento in cui il giorno lascia spazio alla notte ma ancora non se n’è andato del tutto. Un lungo riandare indietro messo a confronto con l’oggi, scritto con la passione che il Maestrone – dai adesso chiedetemi di chi parlo se avete il coraggio – ha sempre messo in quello che ha scritto, ma con in più la velata tristezza di chi, arrivato a ottanta primavere non ha paura di dire le cose come stanno, anche se proprio belle non sono – oddio non che il Guccio abbia mai avuto scrupoli a dire quel che aveva da dire – neanche quando le cose sono velate dal rimpianto di quel che non è più. Un lungo racconto che mescola italiano e pàvanese, che racconta quel paesino a cavallo dell’appennino, quell’angolo di mondo dove, deciso di “terminare” la carriera di cantante (per quanto sia poco come definizione di quel che ha fatto). si è ritirato nella casa che fu dei nonni. Un viaggio un po’ a ritroso e un po’ in avanti, senza soluzione di continuità. Un continuo di ricordi, quello che poi ha fatto in buona parte di lui l’uomo che è diventato e tanto ci ha dato. Non è il primo lavoro di Guccini ad essere scritto in forma di lunga ballata – il sottotitolo è Ballata per un paese al tramonto – è il primo però che usa le parole (alla fine c’è un lungo elenco di note con traduzioni e origine dei vocaboli) come mezzo di trasporto, fra nomi di piante frutti paesi modi di dire e abitudini ormai dimenticate. Un libro per tutti, perché l’arte vera, non ha confini di nessun genere.

Tornano le miss Marple di Rosa Teruzzi

In libreria da pochi giorni con La memoria del lago, a fine lockdown sono uscite anche Libera e Iole, Libera soprattutto, l’avevamo lasciata con un doppio peso sul cuore, entrambi fardelli molto pesanti, uno riguarda la mai conosciuta e adorata nonna Ribella, morta misteriosamente alla fine della guerra, l’altro invece è Gabriele, l’unico uomo che dopo la morte del marito, abbia saputo suscitare in lei dei sentimenti. Oddio, sentimenti, si parla proprio di amore, ma le circostanze hanno fatto sì che lui adesso aspetti un figlio da una collega con cui ha una relazione. Niente casi criminali stavolta per le nostre amate donne Cairati – nome scelto in omaggio a Bice, meglio nota come Sveva Casati Modignani, fra l’altro in questo romanzo appare un’altra amica di cui vi consiglio di sbirciare il profiloSarah– anzi. Libera ha ricevuto dei documenti strani, che aumentano i dubbi e le domande, per il momento è riuscita a tenerli nascosti a Iole, ma si sa che oltre al sesto e al settimo senso, sua madre ha il fiuto di un cane da tartufo.
Non resta che chiedere aiuto alla sua amica Irene detta la smilza e Cagnaccio detto dog, rispettivamente giornalista e direttore de La città, quotidiano di poche pretese ma molte copie. Certo, non essendo una notizia da prima pagina, c’è anche il dubbio se lo otterrà o meno.
Tutto in famiglia questo quarto romanzo, una ricerca dolorosa per trovare la verità, che come le ha inculcato fin da bambina nonno Spartaco, è l’unica via.
La Teruzzi (come del resto è capitato a molti autori, credo a loro insaputa), cambia leggermente registro, non ci sono indagini vere e proprie, ma un percorso a ritroso per capire, per scoprire, per togliere di mezzo almeno qualcuno di quegli ostacoli che impediscono in qualche modo di andare avanti. In questo quarto (o quinto) romanzo non solo non si sente la mancanza del classico caso poliziesco, ma anzi, ci si appassiona ancora di più alla vita di queste donne che abbiamo imparato a conoscere di pagina in pagina.
Sono romanzi a doppio binario – e d’altra parte la passione di Rosa sono treni e caselli – quelli di Rosa, sembrano leggeri, li prendi in mano per passare qualche ora di completo e totale relax, così succede in effetti, ma quando poi li chiudi e le parole che hai letto sedimentano un po’, ti accorgi che non sono affatto solo quello. Sono intrisi di qualcosa che ti resta, frasi e modi di fare che ti si attaccano dentro. Ti scopri a cercare in te i tratti caratteriali di una delle tre donne, ti senti o desideri essere un po’ Libera, gentile ferma determinata nonostante sia cresciuta con un nonno come unico punto di riferimento, ma anche come Iole, la sua mamma pazzerella, all’apparenza, che in realtà (questo è quello che arriva a me), è saggia, tanto saggia da vivere la sua vita senza curarsi delle convenzioni, a volte insopportabile, indifferente ai giudizi degli altri. Vittoria, figlia e nipote, che forse col suo rigore nasconde il bisogno di essere diversa da come si sente obbligata dalla divisa che indossa e dalla necessità di assomigliare un po’ di più a mamma e nonna. Ripensi a quanto sia importante la verità, a quanto i segreti possano rovinare delle vite e allo stesso tempo di quanto sia difficile valutare quando sia il caso di svelarli. Quanto il male che si può fare superi il bene. Molto più di un semplice romanzo giallo rosa, come una Piccadilly, scritto come sempre con una delicatezza e un talento impeccabili. (foto reperita nel web)

Sara

Fra le tante cose di cui la pandemia ci ha privato, (ma solo momentaneamente tranquilli), ci sono state le uscite dei libri con relative presentazioni. Per noi maniaci, non poter ascoltare i nostri autori (che in qualche caso sono anche cari amici), poter discutere con loro delle scelte fatte, poterli abbracciare, che è un modo per ringraziarsi a vicenda, è stata dura. Molti autori hanno rimandato le uscite o fatto uscire i libri alla data stabilita, Maurizio de Giovanni, ha fatto una scelta intermedia, lo ha fatto per un senso di responsabilità nei confronti del suo lavoro e soprattutto dei lettori,ha aspettato che riaprissero le librerie per far uscire Una lettera per Sara. Lo ha fatto, come ci ha spiegato ieri in uno splendido seppur virtuale incontro. Accade anche on line certamente, ma il lettore che entra in libreria per comprare il suo libro, probabilmente uscirà con anche altro, un esordiente, un classico, insomma, un libro tira l’altro no?
Bon che vi parlo del libro, si sa che io la Morozzi la amo, mi ci rivedo, con la sua sete di giustizia, con la sua capacità di andare oltre le convezioni, di inseguire quello che va al di là del limite della legge umana. Come sempre non sto a raccontarvi della trama o del dono di Maurizio di usare le parole, la storia non solo regge ma è anche molto molto buona, deGio con le parole crea ricami preziosissimi. Fra l’altro per la prima volta (escludendo alcuni racconti), è partito da una storia vera, la storia di Graziella Campagna, poco più di una bambina che si trovò suo malgrado ad avere a che fare con quella montagna di merda che è la mafia.
Una lettera mai arrivata a destinazione, finita dentro un libro, che per quegli strani disegni del destino, diventa una chiave che può aprire molte porte. Ed è questo che fa, o tenta di fare Sara, non con l’intenzione dell’autore che non si è mai posto su un podio a predicare, ma lei è il desiderio che le cose vadano nel modo giusto, è la Giustizia, giustamente bendata.
Non ha pietà ed è forse quello che tutti vorremmo. Che non si guardasse in faccia nessuno, a meno che non riguardi noi. Ecco, lei no. Lei paga in prima persona, e questo ci mette di fronte a qualcosa che non ci piace e non vogliamo vedere. Non è stata simpatica a tutti da subito, le sue scelte sono risultate incomprensibili a molti, non le si è perdonato di aver vissuto, di avere “sacrificato”, pagando un prezzo altissimo, la vita familiare sull’altare dell’amore. Eppure quella scelta è quello che le ha permesso di diventare quello che è. Ha trovato il suo riscatto, agli occhi del mondo, perché lei non ha nulla da perdonarsi, nel fare la nonna, sui generis ma nonna, ha trovato qualcuno con cui riempire, in minima parte, il vuoto che la riempie.
Ci sono Viola il bambino e Pardo, c’è Bionda, e c’è Andrea, il suo vecchio collega cieco. Andrea che in questa vicenda ha un ruolo fondamentale, che potrebbe, ma Sara ne è praticamente certa, conoscere qualcosa che le è stato nascosto.
Maurizio con questo dubbio, apre almeno un centinaio di scenari futuri, (non ultimo un accenno, durante l’incontro di ieri sul suo “desiderio”, un fil rouge che unisca le sue storie) mette Sara davanti a qualcosa che potrebbe sconvolgerla togliendo il senso a tutto quello che è stata la sua vita. Lo dico quasi sempre, lo so, ma a mio parere questo è il miglior romanzo su Sara, Maurizio ha dato al tutto un piccolissimo colpo di timone, che potrebbe cambiare completamente la rotta. Come sempre, c’è molto di più, i piani di lettura sono tanti e sfaccettati, godeteveli tutti.