Un’estate brutta per la cultura

Un periodo brutto, del tutto prevedibile. Abbiamo perso persone/personaggi di grande peso sulla ahimè bistrattata cultura italiana, nel giro di pochi giorni se ne sono andati Zeffirelli Gregoretti Valentina Cortese Camilleri De Crescenzo e Ilaria Occhini (e probabilmente anche altri che mi sfuggono). Ora la domanda che mi pongo è: il più giovane aveva 85 anni, pensavate davvero che fossimo diventati tutti eterni? E proprio mentre scrivo arriva la notizia che è mancata Ilaria Occhini. Non farò alcun discorso su quello che queste persone mi hanno lasciato, erano dei giganti, ognuno a modo suo, i ricordi e il dolore li lascio a chi li ha conosciuti, avuti vicino come parenti amici colleghi. Io ho goduto del loro talento, ringrazio dio di aver vissuto la mia infanzia, adolescenza giovinezza, in un periodo storico così pieno di bellezza e di talento, in fin dei conti, a fare di me la donna che sono (e a parte l’insoddisfazione lavorativa, sono una che si piace parecchio per come è) sono state la conoscenza e la fruizione di tutta quella grandezza. Dicevo però all’inizio che era tutto prevedibile, e per questioni meramente anagrafiche, so che tanti altri pezzi di quel mondo, li vedrò andare via. Attori registi cantanti scrittori poeti. Se la natura seguirà il suo corso (escludendo malattie incidenti e sfighe varie ed eventuali), vedrò morire ancora tante di quelle persone che mi hanno arricchita, che mi hanno insegnato tanto, che mi hanno riempito la vita. Quindi grazie a tutte le signore e i signori sopra citati. Da ognuno ho preso tanto, posso solo sperare che vista l’età non proprio giovanissima che avevano, abbiano apprezzato chi negli applausi chi nel leggerli o guardare le loro opere, siano andati via con la serenità che si dovrebbe avere Su quel tantino di rimpianto che c’è nel lasciare la vita da vecchi (perchè vecchio è una bella parola nonostante tutto), posso solo augurarmi che avessero tutti fatto pace con l’idea, sapendo che non sarà dimenticato il loro passaggio.

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Commedia nera n° 3 – L’atroce delitto di via Lurcini

La codina pungente di Francesco Recami torna a fare capolino, sempre travestita da elegante libriccino con la copertina blu, ma come sempre letale. Ha più volte dichiarato il fiorentino, che il suo intento è di mettere sotto i riflettori e alla gogna, le situazioni paradossali a cui siamo ormai assuefatti, perchè di stretta attualità. In realtà, il nostro più che un riflettore usa una lampada di wood, presente quella luce blu che si usa per vedere quello che la luce naturale non lascia vedere? Ecco bravi, come in CSI. Scopriamo così una verità che molti credono essere una leggenda metropolitana, la realtà di molti homeless o senzatetto che dir si voglia, i quali sottostanno alla tirannia di altri che per amore o per forza, vivono la stessa situazione ma sono più sgamati o cattivi, o forse solo senza scrupoli, non saprei dire. Nello specifico un ex imprenditore, tale Franzes, a sua volta caduto in disgrazia, si è “appropriato” di uno spazio adiacente alla stazione ferroviaria e affitta gli spazi (si insomma, i mq a 2 alla volta), ad altri apparenti disperati, per pochi spicci, ma non solo. Grazie all’arrivo di un coreografo di fama mondiale che vede nel luogo lo spazio perfetto per la sua kermesse, il deposito a Santa Maria Novella, trasformato in una location, frutterà un bel po’ di soldini a Franzes. Sconcertanti sorprese (per le anime candide), Recami svolge alla perfezione il ruolo del karma, ed esattamente come il karma è politicamente scorretto, senza la minima ombra di pietà nei confronti di chicchessia. L’umorismo va oltre l’ironia diventando sarcasmo e probabilmente per questo diverte moltissimo anche parlando (a voler essere pignoli), di un problema assolutamente drammatico. A mio avviso, un’ulteriore dimostrazione che spesso, l’ironia, anche spinta, è la strada migliore per inquadrare i problemi.

Il delitto ha le gambe corte

Niente, un libro lo devi leggere quando ti chiama, l’altra sera, in cerca di capire cosa avevo voglia di leggere (problema non da poco dopo essere uscita da Dard, ma poi ve ne parlo), ho preso in mano Frascella, Il delitto ha le gambe corte, ho fatto mente locale e il primo (con protagonista Contrera) mi era piaciuto, senza esaltarmi ma mi aveva soddisfatta, quindi perchè no mi sono detta, magari è il momento giusto. Lo era. Mi viene in mene una canzone di Rouge che diceva “parte piano il nuovo swing” e parte piano anche Frascella, ma si insinua, pensi di poterlo mettere giù e poi riprendere la sera dopo e quindi no, lo metti giù guardi un po’ i social e tàcchete, vedi il Kobo che ti fa l’occhiolino e ti tocca andare avanti. Stavolta Contrera si incasina prima con un cinese scappato da casa, poi con una gnocca paura che levati, ma che potrebbe essergli figlia e quindi ciccia, per tacer degli incasinamenti con l’ex moglie la figlia il cognato e chi più ne ha più ne metta. Frascella sta crescendo (almeno per quanto riguarda il genere noir), in questo Contrera – che è il nome del protagonista per chi non lo sapesse – c’è molto di più a livello di approfondimento dei caratteri, c’è il passato con cui forse è possibile fare pace, bè magari non proprio con tutto eh. Insomma, chi lo ha già incontrato se lo godrà molto, chi cerca qualcosa di nuovo, soprattutto se ama i seriali, non si pentirà di aver seguito il mio consiglio. Fra l’altro cosa che non riesce a tutti, “riassume” quanto accaduto nel precedente romanzo inserendolo nei dialoghi (anche quelli fra sè e sè), che in un noir sono fondamentali. Affronta anche temi pesanti, specialmente in questo periodo, con una certa obiettività, alleggerendoli molto senza togliere importanza. Bravo Fracella, aspettiamo il prossimo per conferma.

Avete un’anima? Occhio a Il ladro di anime – è tornato

Chi sia Sebastian Fitzek mi pare pleonastico stare a scriverlo, vi ricordo solo qualche titolo, “Il cacciatore di occhi” “Il gioco degli occhi” “il sonnambulo”. Dopo 11 anni dalla sua pubblicazione, Einaudi ripropone Il ladro di anime, un thriller che ti tiene letteralmente inchiodato, un’indagine a posteriori che prevede di trovare la soluzione in base a quanto riportato in una cartella clinica, letta e studiata da due studenti che accettano “l’esperimento”. Una serie di indovinelli che potrebbero portare il lettore alla soluzione, potrebbero se Fitzek ti lasciasse la lucidità per farlo. Invece ti trascina nella follia distruttiva di una mente malata e non ti lascia scampo. Fare una classifica del più terrificante dei suoi romanzi è davvero difficile, ma per chi ama il genere, e l’ottima scrittura, sono tutti imperdibili. Dai che l’estate è lunga e tempo per leggere ce n’è, tanto vale farlo procurandosi ottimi romanzi no?

Nero a Milano (nonostante tutto questo sole)

Marco Tanzi e Luca Betti ve li ricordate no? Uno ha fatto un casino della sua vita, l’ha buttata nel cesso più vicino e poi faticosamente l’ha ricostruita, l’altro l’ha vista finire nello stesso cesso senza buttarcela lui e la risalita è ancora in corso. Marco, il bello e dannato, adesso fa l’investigatore privato, grazie alle conoscenze rimastegli da quando era un poliziotto e a quelle arrivate nella sua vita da barbone, lo fa anche con un certo successo. Luca, boh, vaga nella vita cercando di fare quello che ritiene giusto, ce la mette tutta per fare le cose nel modo migliore. Sul lavoro con l’ex moglie con la figlia, non è facile, gli pesa e glielo fanno pesare ma va avanti (anche se a volte…). In Nero a Milano si intrecciano i casi seguiti da Tanzi (una brutta brutta storia) e Betti (un po’ meno brutta ma tosta comunque) con la regia di un Romano De Marco in piena forma. L’ho già scritto molte volte, tenere il ritmo e riuscire a scrivere dei seriali che non siano la fotocopia di sè stessi è difficile ma De Marco lo fa apparentemente senza fatica. La trama, anzi le trame sono perfettamente costruite, la scrittura è veloce ed essenziale ma mai scarna. Come sempre, chi scrive senza la pretesa di essere Tolstoj, ma con competenza e fantasia, produce ottimi libri. Non fatevelo mancare in queste sere calde o nel we, garantisco che non ve ne pentirete.

Vai amico mio e porta con te il mio cuore (faccio mie le parole di de Giovanni)

Non mi pare giusto dire niente su questo ultimo capitolo, comunque sarebbe una mancanza di rispetto per chi lo leggerà magari fra qualche giorno o magari fra qualche mese, poi non è mai una buona idea scrivere qualcosa quando hai il cuore pieno di emozioni, posso solo garantirvi che quelle non mancano. Solo una cosa mi sento di dire, grazie Maurizio per averci regalato questo amico, per aver diviso con noi un po’ di quel cuore grande da cui è nato il barone.

E così è arrivato il momento di salutarci, non è un addio, è un abbraccio forte che dice “speriamo di rivederci”, che le nostre strade, o meglio la tua caro barone, ti riporti ad incrociare la mia, la nostra (perchè siamo in tanti sai). Insieme a te speriamo di incontrare ancora i tuoi compagni di viaggio, magari non tutti perchè si sa che la vita fa un po’ quel che vuole, ma ci speriamo. Ci piace l’idea di ritrovarti, magari con qualche pena in meno e con qualcosa in più in quel tuo cuore grande. Abbiamo fatto tanta strada insieme, fianco a fianco, abbiamo patito e gioito con te Enrica Maione Modo Bianca, abbiamo trepidato e adesso ti guardiamo andare verso il tuo destino, ricordandoti che con il pianto entriamo in questa vita, ma poi qualcosa o qualcuno per cui sorridere lo troviamo sul cammino.

Seconda prova per Micol Medici – Marilù Oliva ci porta nell’abisso

Musica sull’abisso, l’abisso in cui sono caduti almeno nove ex studenti della stessa classe del liceo Cicerone, un abisso di disperazione di perversione e infine di morte, un abisso in cui non si cade da soli. L’ispettore Medici, sempre alle prese con una madre leggermente invadente che nel frattempo ha aperto a Bologna un negozio con la Circassa (ve la ricordate l’erborista un po’ strega de Le spose sepolte?), viene incaricata dell’indagine su un suicidio sospetto, che in effetti si rivelerà essere ben altro e porterà a rivedere casi ormai dati per insoluti suicidi o scomparse volontarie. Una storia nera piena di colpi di scena, in cui la Oliva, sullo sfondo di una Bologna insolitamente cupa, ci trascina dietro all’ispettrice (che mi dicono non esistere come qualifica ma a me suona meglio) Medici, che con il supporto dei suoi sogni “rivelatori” e di un intuito investigativo notevole, tirerà fuori dall’abisso vivi e morti. Come sempre la trama è veicolo di argomenti che sappiamo stare a cuore all’autrice (come dovrebbe essere per tutti), che ne parla inserendoli coerentemente nel racconto. Bella la “rivincita” del tutto personale che in qualche modo si prende Micol nei confronti del suo sottoposto, il sovrintendente Iacobacci, che nonostante i gradi la ignora in quanto femmina (oltre che in quanto paraculato), bella la storia d’amore che le ridà fiducia negli uomini, dopo la delusione del precedente rapporto e decisamente molto buono il colpo di scena finale. Personalmente mi manca un po’
quella sottile cattiveria divertente de Le sultane, ma rimane una bella prova di Marilù che consiglio di non perdere. Ah fra le altre cose c’è una playlist di autrici non troppo note ma che valgono la pena di un ascolto.