Torino Milano 1 a 1 palla al centro, ovvero lunga vita alle cose belle

25 Mag

Una premessa è doverosa, vado al #SalTo da anni e per me è casa, nel senso più ampio del termine, un posto dove sto bene dove ci sono amici dove sono a mio agio insomma. E così resterà spero per molti anni a venire. Va da se che avendomi piazzato Tempo di libri a 4 minuti di treno più 4 di tragitto casa stazione, ho goduto non poco. Detto questo, leggendo articoli sui giornali, inserti  resoconti per tacer dei social, mi sembra che si stia facendo una gara tipo caserma, a chi ce l’ha più lungo. Visto che parliamo di quello che dovrebbe essere il mondo della cultura e della politica, permettetemi di essere quantomeno sconfortata. Partiamo subito coi numeri così ci leviamo il pensiero, se vi sembrano numeri a caso rifletteteci su un attimo. Sindaco di Torino Chiara Appendino, votanti movimento 5 stelle 202.000 (ricordatevi questi due dati) e adesso i numeri delle manifestazioni. Spazio espositivo Torino : 4 padiglioni + 1 – Tempo di libri : 2 padiglioni (i padiglioni di Milano sono circa la metà di quelli di Torino, parliamo di mq).  Visitatori approssimativi, faccio una media fra quelli che ho trovato : Salone 140.000 – Tempo di libri: 73.000 Tempo di preparazione: Torino 12 mesi – Milano 6 mesi Espositori Torino 469 + 300.

Facendo un riassunto, direi che possiamo sintetizzare dicendo che Milano aveva metà spazi, metà tempo e giustamente ha avuto metà visitatori. Leggere di gente che esulta perché Milano è stato un flop, mi fa prima ridere e poi pensare che siamo messi male, molto male, in primis con la testa, e a seguire con la logica.  Fatte queste doverose spunte, questi conti della serva per così dire, passerei a una disamina dei punti a favore e contro delle due manifestazioni.

1 – L’organizzazione è stata ottima per quanto riguarda Milano, un po’ meno a quanto sento, Torino. Personalmente non ho avuto problemi né all’una né all’altra, ma ho visto e sentito di code ai controlli, ora non è che io voglia insegnare niente a nessuno, però se tu sai di avere (cifre a caso) 10.000 addetti stampa e 50.000 persone che hanno fatto o devono fare il biglietto, mettere un solo sportello per gli accrediti e 8 per le altre tipologie di entrata, mi sembra già un passo falso (è stata la mia unica coda), ma transeat, ci può stare (no in realtà no).

2 – Organizzazione degli spazi, Milano avvantaggiata dalle dimensioni, ha permesso di avere una panoramica più ampia, di vedere meglio tutti gli stand, Torino ti obbliga a fare delle scelte, inevitabilmente salti qualcosa (molto), ma ripeto era una questione di dimensioni fisiche.

3 – Accoglienza, qui il tasto si fa dolente, se è ben vero che anche qui le dimensioni contano, devo dire che Milano ha previsto delle specie di panchine, e dei punti in cui era possibile appoggiare le chiappe e riposare un po’ i piedi (lo so sembra prosaico ma ahimé non tutti hanno 20 anni e qualche minuto di riposo ai cinquantenni e oltre, risulta gradito quando non indispensabile. Sui punti di ristoro si gioca una partita pressoché alla pari, anche se a onor del vero, Milano era più fornita con anche la presenza di spazi BIO (i flippati sono ovunque), prezzi che definire assurdi è fargli un complimento (in entrambi i posti) qualità e varietà del cibo, un po’ peggio Torino. Altro tasto dolente i bagni, fare la pipì a Torino è impresa epica (anche in Sala Stampa dove si forma comunque qualche coda, ma soprattutto la pulizia è decisamente sotto la soglia della decenza), a Milano code un po’ meno devastanti ma pulizia decisamente con standard più alti. Piccola parentesi per la Sala Stampa e comunicazioni, Milano surclassa Torino, forse per fare una buona impressione, con caffè servito, lunghi tavoli per le postazioni lavoro divisi dalla zona relax dove c’erano tavolini tipo bar, frigoriferi con acqua forniti da mattina a sera, buffet servito in orario pranzo e aperitivo serale fornito da Spontini con birre artigianali spillate al momento.

Capitolo eventi. Ecco qui direi che siamo alla pari per quanto riguarda il prestigio degli ospiti, sulle location Milano vince per la la tecnologia e la logistica, (a onor del vero negli spazi dedicati a a Tempo di libri, non c’è una sala da 600 posti, ma suppongo che quando crescerà, gli spazi disponibili, che ci sono, saranno resi utilizzabili), resta il fatto che il materiale usato per le tende divisorie che delimitano le sale di Milano – fra l’altro simpatica l’idea di chiamare le sale con i nomi dei font – è credo fonassorbente, o l’impianto acustico è strutturato in modo tale che le voci non escano all’esterno e il brusio dell’esterno non disturbi minimamente chi è dentro, a Torino non è proprio così scontato. I grandi nomi non sono mancati, ma qui abbiamo una seconda nota piuttosto dolente, anzi in tempi di terrorismo direi proprio grave.

Mi concentro su  due ospiti ugualmente “pericolosi”, a Milano, dove tutti quelli che io ho visto entrare sono stati percorsi dai metal detector, Nicola Gratteri, procuratore calabrese che da anni vive sotto scorta e lavora incessantemente contro la ‘ndrangheta, arrivato con 4 uomini di scorta, due in divisa e due in borghese, entrato non si sa da dove e uscito altrettanto discretamente senza firmacopie senza fermarsi neanche per sbaglio. A Torino, dove un sorridente esponente delle forze dell’ordine mi ha fatta passare senza nemmeno farmi aprire la borsa (che grazie a chiavi monete e quant’altro, ha fatto suonare l’inno alla gioia al metal detector), era presente per due giorni due, il mitico Roberto Saviano, idolo delle greggi, conoscitore per interposta persona di ogni scoreggia eventualmente rilasciata da esponenti di ogni ordine e grado della camorra, ha sfilato lungo tutti i corridoi con almeno una decina di poliziotti che lo precedevano scostando bruscamente chi stava passeggiando ignaro della venuta, circondato a pelle da altri quattro e infine seguito da una coda che gli proteggeva le spalle. Firmacopie di diverse ore allo stand Feltrinelli, ora a meno che non non fosse di materiale blindato, chiunque avrebbe potuto sparare a lui attraverso le pareti, ed eventualmente fare una strage che levati, anche solo buttando a terra un petardo in mezzo alla folla radunata in attesa di entrare al cospetto del vate, scatenando il panico. Per il grande pubblico, quello non elitario, va fatta una menzione d’onore a Sellerio, che ha radunato la classe dei suoi autori attorno ad un unico tavolo, e a Rizzoli che con de Giovanni Tonelli Francini Boni, ha fatto divertire in modo intelligente.

Last but not least, il discorso prezzi, fermo restando che la concorrenza è sacrosanta, aspettare che il tuo concorrente nuovo esponga il listino per poi dimezzare il tuo, a me se fossi un espositore, farebbe chiedere:” ma quanto mi hai ciulato negli scorsi 29 anni?”

Concluderei questo lungo articolo, mi scuso ma le cose da dire erano parecchie, dicendo che Torino ha confermato un trend che si è guadagnata in tanti anni (e che spero terrà per altrettanti) di onorata presenza, Milano ha fatto un esordio coi fiocchi alla faccia del flop.  Se si riuscirà a tenere fuori la politica e a ragionare in termini di business e spazio alla cultura, tenendo presente che cultura e povertà coabitano raramente e difficilmente, valutando soluzioni diverse per le date, smettendo di fare a gara, ma pensando solo al bene dell’editoria e della gente, in attesa di avere una corrispondente manifestazione anche al sud (si sussurra che potrebbe esserci un graditissimo esordio a Napoli), noi lettori appassionati, avremo delle soddisfazioni lungo tutto la pianura Padana.

Ultima annotazione, sui numeri che vi ho chiesto di tenere a mente, se Milano (Sala in realtà più che l’AIE) ne ha fatto una questione di prestigio cittadino, Torino ha beneficiato del popolo 5 stelle, sempre stando ai social, credo che mai in trent’anni, il Lingotto abbia visto tanti torinesi affollare il Lingotto al posto del Valentino (prova ne siano, ma non solo, i passeggiatori domenicali con cani e passeggini).

 

Sui ponti che uniscono e quelli che cadono

29 Apr

Sono giorni che ho la riflessione in testa, e pazienza se qualcuno penserà che sono una merdaccia, so che così non è e tanto mi basta. Da settimane leggo status e ascolto persone che stimo o che amo, sostenere a gran voce che la priorità è l’accoglienza, che i muri vanno abbattuti, che non si può guardare la gente morire senza intervenire. E io lo so che siete convinti, che siete nel giusto, che poi lo fate anche, non siete persone che parlano ma che agiscono, ahimè, c’è sempre un ma di cui l’amore (in generale, per il prossimo per la vita per le idee), non tiene conto. Quando le navi delle ong vanno sulle coste libiche a raccogliere dei disperati, non uso il termine rifugiati a ragion veduta, fanno un atto d’amore solo in apparenza. Quegli uomini che aspettano di partire erano molti di più, e tanti sono morti prima di arrivare in Libia, non avevano diritto allo stesso trattamento? Sì, probabilmente sì, ma sono stati sfortunati e sono morti prima, ma a quelli non ci si pensa. Quindi andiamo li “salviamo” in nome di un’umanità che speriamo di avere, poi una volta affidati alle cure di Giusi Nicolini (a cui va tutto il mio rispetto), ce ne dimentichiamo bellamente, salvo smadonnare chi per una ragione chi per l’altra, quando vediamo i servizi di Gazebo. Ecco io penso che dovremmo pensare al dopo. Molti, troppi una volta salvati vanno a morire sotto i treni in liguria, o sotto i tir, altri finiscono per strada, quelli a cui va bene a vendere libretti con le fiabe africane o braccialettini (personalmente mi chiedo chi li fornisca), gli altri a delinquere e dentro e fuori dalle carceri. Non è così che dovrebbe funzionare. Quasi fossero cani da raccogliere e poi lasciare in canile così non  muoiono per strada. Lo so, sembra che io abbia lasciato il cuore da qualche parte fra qui e Marte, ma non è così. Ovvio che se mi trovassi nella condizione di veder qualcuno che rischia di morire tenterei il salvataggio, ma il medico pietoso fa la piaga purulenta, e ahimè, si comincia a sentire l’effetto della cancrena. Chiudo ricordandovi che quelli a cui sono affidati istituzionalmente i “ponti”, sono gli stessi che hanno fatto costruire i ponti e i viadotti che sono caduti negli ultimi mesi. Si prega chiunque legga di non travisare nemmeno una parola perché faccio partire le denunce.

C’era bisogno di un altra fiera? – Tempo di libri a Milano

25 Apr

Si è aperto in sordina, ma in un giorno infrasettimanale nella capitale del “laurà” (sono ovviamente ironica giacché mi risulta che alla faccia dei luoghi comuni si lavori anche a Roma Napoli e Palermo) era prevedibile, poi il venerdì pomeriggio qualche anima irriducibile in giro per gli stand si è cominciata a vedere. Quelli che non hanno approfittato di Pasqua 25aprile 1maggio. Partiamo dalla logistica, in città le due location si equivalgono, salvo che più di un treno dell’Alta velocità ferma a Rho Fiera e ti scarica direttamente in fiera, mi pare di avere intravisto anche un deposito bagagli quindi la comodità è assicurata. Per chi arriva da fuori città forse Milano presenta collegamenti più comodi, ma anche qui vale il discorso che dipende da dove parti, Torino in questo è forse un filo svantaggiata. Per chi come me ama poco il casino e in fiera ci va per dare un occhio (attento) agli stand e stringere rapporti con gli Uffici Stampa, il fatto che anche il sabato ci fosse gente ma si riuscisse a parlare, di novità di progetti di un po’ di tutto, è sicuramente un punto a favore. Anche la distribuzione degli stand e delle sale, su due soli padiglioni adiacenti, ben segnalati è cosa apprezzabile. Le sale dove si sono svolti gli eventi, chiamate con i nomi delle font, belle e comode, sono raggruppate in una zona relativamente piccola rendendo scorrevole passare da un evento all’altro. Gli eventi sono il solito tasto dolente, come ben sa chi frequenta Fiere Saloni e Festival, l’offerta è tanta e tale che se da un lato soddisfa una fascia amplissima di pubblico, dall’altra rende difficoltoso scegliere fra incontri che si accavallano. Hostess e personale addetto del salone, efficiente e gentile. Le Case Editrici grandi o piccole, hanno dato il meglio, come del resto lo daranno a Torino. Sugli eventi del Fuori Tempo, quelli svoltisi in città fuori dalla fiera, non sono in grado di riferire, come del resto non lo sono per il Salone Off (dopo tutta la giornata passata a girare non sono più fisicamente adatta per andare anche in giro). Insomma forse non ce n’era bisogno, ma male, almeno per quanto riguarda i lettori, non fa. Forse qualcuno dirà che è una fotocopia, ma se non hai modo, per mille motivi, di andare a uno, avere una copia originale è una bella cosa. L’augurio è che l’anno prossimo, anche le Case Editrici che per vari motivi non erano presenti, trovino il modo di esserci e ancor di più, che il programma on line venga rivisto in modo da essere più funzionale. L’ardua sentenza come sempre, ai posteri (soprattutto quelli che tireranno le somme)

Eppure un filo c’è da Ricciardi a I Guardiani – Viaggio nella mente di de Giovanni

13 Apr

A suo tempo ci ho provato, in casa giravano i Gialli Mondadori ed è entrato qualche Urania, poi più grande ho provato con i mostri sacri Asimov  Dick ma niente, la fantascienza non mi ha mai preso. Quando ho sentito parlare di questo genere per il nuovo romanzo di deGio ho avuto uno svarione. Indovinate da soli com’è andata a finire? Bravi, il secondo svarione l’ho avuto quando sono arrivata alla parola fine. Inchiodata come una farfalla dallo spillo. Sarà per il professore ciancicato (stropicciato in italiano, ma non rende), questo Marco Di Giacomo che fa da padre alla nipote, che ambisce a tenersi la sua cattedra più per avere accesso alle biblioteche che per gli studenti, che cerca riscontri punti di contatto e verifiche alle sue ipotesi? Sarà Brazo, il suo assistente che per forza di cose è un pochino sbiellato anche lui, che poi come fai a non restare affascinata da un nome così (un nome antico da quanto ho capito, molto usato per gli adottati partenopei). O forse ancora e sempre Napoli, più affascinante che mai, di cui Maurizio/cicerone ci svela segreti che non avremmo mai immaginato, lo dice spesso che è una città stratificata, ma qui andiamo oltre, siamo in epoche e territori credo mai esplorati. Sì lo so che ci sto girando intorno, ma credetemi se vi dico che raccontare della trama senza rovinare il piacere di scoprire tutto pagina dopo pagina. Quindi veniamo al dunque, fantascienza? Sì, c’è ma è talmente plausibile la storia che anche chi non ama il genere, accetta tranquillamente il racconto. Spazio, inteso come spazio fisico in cui ci si muove, e tempo inteso come ieri, milioni di anni fa o eoni che non riusciamo nemmeno a immaginare. Il bene e il male certo, ci sono anche loro, solo che è praticamente impossibile distinguere chi siano i buoni e chi i cattivi. E rimane forte il dubbio che forse i cattivi non ci siano. Ok, non mi dilungo in nessun tipo di analisi perché i pezzi nei blog devono essere brevi, ma soprattutto perché volendo davvero parlare di questa storia, che per inciso è la prima di una trilogia, dovrei scrivere un libro e non ne sono capace. Una prova d’autore nel vero senso della parola, forse ha ragione de Giovanni quando si definisce un raccontatore di storie, fuori o meglio capace di entrare, in tante storie che esulano dalla catalogazione, che sono un concentrato di mille cose. Credo che sia difficile smentirmi se dico che sulla scena della letteratura nazionale (che insomma conosco benino), de Giovanni rappresenta una felice ed unica eccezione. Quando si sceglie di leggere un autore in genere si sa che tipo di storia si stia andando a scegliere, con lui no. Non delude qualunque cosa racconti e se lo stile è riconoscibile, è capace di stupire con la naturalezza di un gatto che fa miao.

 

Antonio Manzini e La gabbia dei criceti su cui giriamo tutti

24 Mar

Presente la periferia romana (che poi gira gira è come quella di qualunque altra città), prendi quello che una volta era il proletariato ma spostalo negli uffici invece che nelle fabbriche, aggiungi quello che conosce uno che per puro caso è arrivato al potere. Poi aggiungi quei “disperati” che vivono ai margini e quei delinquenti che i “disperati” li usano. Il quadro è già devastante così, poi però tutti questi ingredienti mettili nella padella sui fornelli di Antonio Manzini. Ed ecco servito un piatto da gourmet. Rocco Schiavone era ancora lontano ma la bravura dell’autore era già tutta presente. Le vite di due fratelli che si sono allontanati da anni si incrociano, per il puro capriccio del destino. Uno di loro è un impiegato dell’INPS, l’altro un balordo. Manzini intreccia due storie che pur accadendo nel raggio di pochi km, sembrano svolgersi su due pianeti diversi, sono storie normali rese eccezionali. La scrittura (è del 2007) è già pregna di tutto quello che poi è stato amato dal grande pubblico, ci sono ironia e disincanto , i vecchi con le loro vite piccole e diventate inutili agli occhi della società, i rancori e le alleanze (temporanee o inossidabili), c’è l’amore in parecchie delle sue sfaccettature. C’è mestiere, nel senso che con la penna il Manzini ci sa fare davvero, e la fantasia. Un romanzo amaro il cui titolo da l’esatta misura di cos’è la vita. Una giostra che come quella dei criceti gira senza andare da nessuna parte, su cui tutti, volenti o nolenti saliamo convinti di poter scendere quando vogliamo, inconsapevoli che solo il giostraio ha modo di fermarla.

2017
La memoria n. 1059
336 pagine
EAN 9788838936302
In libreria da giovedì 16 marzo
Formato e-book: epub
Protezione e-book: acs4
14,00 euro
9,99 euro

“Alcuni avranno il mio perdono”

17 Mar

Se Saviano racconta una città brutta e pericolosa, le “paranze” e le “stese” che affliggono Napoli, se de Giovanni racconta Storie di uomini e donne che potremmo essere noi, ma solo in quella stessa Napoli potrebbero accadere, Luigi Romolo Carrino è una crasi perfetta di due stili così lontani. La Federazione di Acqua Storta che raggruppa una serie di famiglie camorriste, ha il controllo dello spaccio del gioco e di tutte le attività criminali, equamente spartite. Un accordo costato sangue e dolore, fragile come un cristallo, che Mariasole ha costruito superando tutto, diventando Viento ‘e terra, spazzando via amici e nemici, con la forza che viene dall’amore strappato. Adesso ha tutto è tutto, ma sopra ogni cosa è una madre. Lei è quello che può fare una madre. Luigi Romolo Carrino  è un cavallo balzano di uno, matto e lucidissimo, capace di raccontare le peggiori atrocità con la grazia e la delicatezza di una ricamatrice. Sapiente nell’usare un idioma che è tutto suo, ti lascia spiazzato quando inizi a leggerlo, è una scrittura difficile, una costruzione che ribalta i canoni della prosa e li mette al servizio del dramma, diventando una musica, (personalmente ci ho trovato echi di Gadda e De Luca). La città è la voce di chi la vive, di chi assiste facendo lo sfondo ed essendo contemporaneamente voce narrante. Il Coro greco delle Tragedie. Ma è anche la voce di chi ha imparato a salmodiare un rosario scansando le mine inesplose rimaste a terra. Una storia di guerra che diventa riga dopo riga una storia intrisa d’amore. Amore filiale amore materno, fraterno carnale. Amore che si mescola alla morte senza soluzione di continuità, che nello stesso gesto è dolcissimo e crudele. Augurandomi di sbagliare dubito che diventerà mai un best sellers, ma se fossi in voi (ve lo dissi quando parlai de Il pallonaro), io mi regalerei dei momenti di assoluta goduria, partendo da Acqua Storta, che apre la trilogia, e concludendo con Alcuni avranno il mio perdono che chiude il cerchio come avrebbe potuto fare Giotto. Per fortuna, checché se ne dica, in Italia si legge poco, ma ci sono editori e direttori di collana, che vedono lontano.

Hanno detto: Luigi Romolo Carrino, ovvero, della transustanziazione della scrittura.
Da oggi in libreria.
Fatelo vostro. (cit) Piergiorgio Pulixi

L. R. Carrino

Alcuni avranno il mio perdono

marzo 2017, pp. 224

ISBN: 9788866328391

Area geografica: Autori italiani

Collana: Sabot/age

DISPONIBILE IN EBOOK

€ 15,00

Milano Napoli solo andata – Sicuri di essere nel giusto?

12 Mar

E qui apriamo una parentesi dolorosa, nel senso che mi fa male dover dire queste cose ma mi sarei rotta i cabbasisi di inutili dannosi e soprattutto stupidi campanilismi. Devo dire che anche le contraddizioni stanno cominciando a darmi ai nervi non poco. Amo Napoli, ci fosse una possibilità di lavoro è uno dei posti in cui mi trasferirei senza pensarci due volte, però vivo a Milano e amo anche la mia città, anche se non mi rappresenta più da un po’, se sta diventando una specie di Rio de Janeiro, lusso in centro (con clochard inclusi ma questo è un altro discorso), e le periferie che sembrano sempre più delle favelas. Napoletani fatevene una ragione, la Lega Nord è una forza politica come DEM come FI come il PD eccetera eccetera, e ha il diritto di andare a dire la sua dovunque. Il 1861 è stato un errore? Bene, sta di fatto che l’Italia è una, c’è poco da recriminare. Dividete i piani, se i tifosi del Verona vi dicono che puzzate e voi rispondete che Giulietta era ‘na zoccola, è un problema calcistico, non politico. Se  dite che la Juventus ruba (sic) non è che improvvisamente i sabaudi tolgono la residenza a tutti i torinesi di terza o quarta generazione. L’Italia è una, non attaccatevi a cazzate. Salvini è xenofobo, voi siete italiani , la cosa non dovrebbe riguardarvi. Voi siete accoglienti?, Bene fatevi due conti su quanti immigrati ci sono a Milano, non mi pare si possa dire che siamo respingenti. Avete una vaga idea di quanti napoletani (ma anche calabresi pugliesi siciliani) formano il tessuto sociale di questa città? E per restare ai fatti, avete un’idea anche vaga dei danni che vengono fatti (qui come a Roma) durante ogni manifestazione? Questo casino che avete tirato in piedi è ridicolo, avete lasciato che gli “antagonisti” ( a cosa poi lo sanno solo loro), vi strumentalizzassero. E ci sono riusciti benissimo. Ho letto cose che mi hanno fatto accapponare la pelle dette dalla gente. E ho sentito Salvini dire una cosa intelligente (ebbene sì l’ha detta). Ha chiesto perché contro la camorra gli antagonisti non fanno le manifestazioni. E a me sono venuti in mente Bassolino la Jervolino De Luca. A voi no? Bè, come si dice a Milano, ascolta un pirla, preoccupatevi di continuare a proteggere Napoli, di proseguire a mantenerla quello splendido gioiello che è di arte cultura natura cibo, e a ripulirla dalla spazzatura incistita, no non quella che va nei cassonetti, ma quella che infesta la testa della gente. Perché se tu prepari il foglio di via a uno che consideri razzista, forse devi rivedere il tuo status, forse non sei esattamente immune al virus.

I Bastardi di Pizzofalcone siamo noi – Consigli di lettura

4 Mar

9788806233938_0_0_300_80Se ne son dette di ogni su questo libriccino (diminutivo affettuoso) composto in gran parte da foto di scena, un sacco di stronzate anche, se mi scusate il francesismo. Come di ogni fiction o film che si comandi, anche de I bastardi di Pizzofalcone si son fatte le foto durante le riprese, ora va da sé che se io produco (quindi investo del denaro) un prodotto faccio in modo di farlo rendere al massimo, se poi ho anche l’intelligenza di produrre un prodotto di qualità che per una volta non corrisponde a prodotto di nicchia, bè, fate voi. Alla CE arrivano le foto, l’autore è disponibile quindi ecco in libreria la Vita quotidiana degli amati Bastardi. Ho scritto consigli di lettura perché in quelle poche righe, de Giovanni ha fatto delle foto che nessuna macchina fotografica potrà mai fare. Ha dato voce ad ognuno dei Nostri. Parla Lojacono, Peppuccio parlano il presidente e Ottavia, parlano Aragona e Hulk, anche Alex ci dice chi è. Ognuno di loro ci racconta quanto sia difficile essere se stessi e far capire agli altri che ognuno ha dentro un mondo. A leggerli viene in mente quante volte ci si è trovati nei loro panni. Quante volte abbiamo trattenuto uno schiaffo che ci stavano levando dalle mani, o guardato con odio la persona che più amiamo al mondo. Quante parole abbiamo sussurrato alla foto di chi non c’è più, sottovoce abbiamo confidato i nostri più intimi pensieri a chi abbiamo nel cuore ma non ha più voce. Abbiamo guardato i colleghi o gli amici, essendo intimamente convinti di essere almeno un pochino migliori di loro. Chi non si è mai chiesto se i suoi desideri più segreti, quelli che non diciamo nemmeno a noi stessi siano “normali” o no. Io consiglio di leggere questo libro soprattutto a chi non legge, a chi conosce solo i bastardi della TV, sarete sorpresi di quanto diverse possono essere le cose viste dal di dentro, quanto di noi c’è in ogni personaggio. Quindi caro Maurizio fanne ancora di queste operazioni commerciali, fanne tante, con la cura e la bellezza che tu sai mettere in ogni parola. E voi che passate di qua, ditelo a chi non lo sa, che nei libri che tanto di più oltre alle parole. C’è la vita.

Cui prodest 4 anni dopo

20 Feb

palmeQuattro anni fa aprii questo blog con un articolo in cui mi chiedevo appunto “cui prodest”, naturalmente non ho avuto risposte – non che me le aspettassi – ma oggi ripropongo la domanda su tutt’altro argomento. Ebbene sì, le famigerate povere palme in piazza del Duomo a Milano. Prima un paio di precisazioni. Le palme non mi hanno fatto niente, mi piacciono anche in contesti che io, ritengo adeguati. Un lungomare, un lungolago un giardino, anche una piazza perché no, ma sempre vicine all’acqua, potenza delle suggestioni infantili per cui le palme erano gli alberi delle oasi. Sui banani prossimi venturi mi taccio. La storia che le palme a Milano c’erano già nell’800, allora, primo, chiedetevi perché non ci sono più, forse tutto sto successo alla fine non sono state nemmeno quella volta, secondo, o le foto le mettiamo a ragion veduta, o facciamo a meno, quella volta lì, le palme erano due dicesi due, in vaso, alte forse 1 e 60 a completare due aiuole fiorite (suppongo, trattandosi di foto in BN). Oggi parliamo di 24 palme alte normali (vado a occhio siamo ben oltre i 2 mt) e messe in fila come soldatini alle spalle del monumento equestre. Garantisco che l’effetto è diverso. Sorvolo su quante cazzate, passatemi il termine ma sono arcistufa di sentire chiunque argomentare su tutto, del tutto a sproposito, quindi ripeto, sorvoliamo sul fatto che al Comune non son costate nulla (c’è lo sponsor), che non sappiamo se fra tre anni quando la sponsorizzazione avrà fine, sarà ripristinato lo stato dell’arte a spese dello sponsor o di chi. Sorvoliamo sul fattore estetico climatico e compagnia, ma che davvero volete farmi credere che a nessuno dei coinvolti, archistar, sovrintendenza, giunta comunale, sindaco e non so chi altro, non è venuto in mente che taluni soggetti, e non voglio neanche chiamarli parti politiche, avrebbero cavalcato la palma per soffiare sul fuoco del razzismo dell’intolleranza dell’ignoranza? Dai non ci credo, Siate onesti, ammettete che il progetto è stato scelto sapendo quali conseguenze avrebbe portato, e avete colto la palla al balzo per soffiare sul fuoco a vostra volta. Lo sapevate, vi fa gioco in questa politica sporca che di politico non ha più nulla. Che sapevate esattamente cosa sarebbe successo e avete pensato che tutto sommato, il milanese imbruttito si poteva distrarre con le palme, così che non si accorgesse dei clochard che aumentano di giorno in giorno, che bivaccano in quella stessa piazza. Non si sarebbero accorti che avete avallato la decisione di ridurre le corse dei mezzi pubblici, che su quelle palme stazionano nebbia ma soprattutto smog grazie all’incapacità di gestire una situazione che ormai è allucinante. Le palme verdi su sfondo grigio, stridono, date retta

E anche Augias dovrebbe forse mollare – de Giovanni in tivù – Quante storie

17 Feb

16807156_1285655564859244_5019747017224832980_nPremesso che ho sempre amato Corrado Augias, non come autore di gialli, francamente noiosetti anche se ben scritti, ma come uomo di cultura, autore di “saggi romanzati” su temi profondi e complessi. Oggi a malincuore devo dire che forse è ora di mollare il colpo, di lasciar stare o se proprio vuole continuare a parlare di libri al grande pubblico della tv, scelga dei collaboratori che siano in grado di fornirle notizie esatte sui libri che presenta. E lo so, ma ormai lo sapete anche voi, quando mi toccano de Giovanni sbarello come se toccassero un membro della famiglia. Ecco dottor Augias, presentare Pane per i Bastardi di Pizzofalcone  (insieme all’ottimo Montanari ma ve ne parlo dopo), è stata un’ottima idea, per mille motivi, primo fra tutti portare alla trasmissione e a Rai replay, un consistente numero di telespettatori, ma per favore parliamone correttamente. I “gialli napoletani” come lei li ha definiti, sono romanzi lievemente più articolati di quelli che lei ha descritto, stiamo parlando di Storie di persone come potrebbe essere il suo vicino di casa, che incidentalmente fanno i poliziotti. Parliamo di 5, o se vogliamo aggiungere il singolo “Il metodo del coccodrillo” 6, romanzi che raccontano le vite sgangherate di gente normale, una donna che nonostante l’amore infinito che prova, non sopporta più il figlio autistico, di un poliziotto accusato ingiustamente di essere colluso con la mafia, che per questa accusa ha perso la moglie e rischiato il rapporto con la figlia, parliamo di un uomo che ha problemi a gestire la rabbia, quanti ne conosciamo, di una donna che non riesce a parlare della sua omosessualità al padre che si aspetta schiere di nipoti. Non vado oltre per non tediare i miei pochi ma amati estimatori, però è di questo che stiamo parlando, è di queste persone che de Giovanni scrive, non di “autentici figli di”. Su Ed Mc Bain non  mi esprimo, e se avesse letto i Bastardi, e tutti i romanzi dell’ 87mo non si sarebbe espresso nemmeno lei. E adesso veniamo velocemente a Montanari, questo suo ultimo Sempre più vicino, non l’ho ancora letto e quindi non posso sapere se lei lo abbia letto o meno, oltre al fatto che ho trovato francamente brutto, usare le provenienze geografiche per fare il giochino del nord sud. Per fortuna sia Montanari che de Giovanni sono due SIGNORI e le hanno salvato la puntata. Ci pensi dottor Augias, non è la prima volta che scivola e la pensione non è poi così brutta come la dipingono.

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sconsigliletterari

e scelti CONSIGLI. Dai libri all'Indice ai libri al Medio (@libri_al_MEDIO): digitus impudicus. Se l'inverno delle lettere viene, può la primavera essere lontana? (sem.cit. Shelley)

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Quando siete felici, fateci caso (Kurt Vonnegut)

libroguerriero

se non brucia un po'... che libro è?

aurelioraiola

(no, non è uno scioglilingua)

Gli incroci della Zanca

Ogni giorno incrociamo le vite degli altri: riconoscersi e guardarsi con interesse

Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

massimocassani - i romanzi

Di verbi, sostantivi e pochi avverbi