Tre civette sul comò

13 Mag

Sono giorni strani in cui si discute più del solito di Ius soli, oltre che di tante altre cose; dipenderà dal fatto che abbiamo un ministro per l’integrazione – credo sia la prima volta – o dal fatto che il ministro è nero, non lo so e francamente poco mi  interessa conoscendo la velocità con cui l’italico popolo si innamora e disamora delle cose e delle idee, so che esattamente negli stessi giorni, poco dopo l’ insediamento del neoministro (che fra l’altro è un medico con delle strane teorie – vedi associazione culturale DAWA) pochi giorni dopo dicevo, quando infuria la polemica sullo Ius soli, un immigrato – non importa di che nazionalità – a cui è stato negato l’asilo politico, evidentemente non concedibile – trova a Milano un cantiere aperto e incustodito, prende un piccone e allegro se ne va per la città ammazzando e ferendo dei poveri cristi che si facevano bellamente i fatti loro. Ora per le leggi vigenti in Italia questo signore di cui non voglio sapere il colore la nazionalità o i problemi personali, ha potuto fare ricorso contro il negato asilo politico, e nel frattempo dar di matto. Allora io dico che prima di pensare a ius soli sangui e quant’altro, dovremmo rivedere seriamente in maniera non discriminante ma logica, le leggi che regolamentano l’ingresso e la permanenza; accoglienza non significa accettare passivamente un’invasione indiscriminata, che sempre più spesso, nell’ordinario e nello straordinario, va a scapito di gente qualunque, che avrebbe il diritto di vivere serena. Mi si obietterà che il mio è un discorso razzista. Non lo è, a meno che i delinquenti non siano considerati una razza. E un delinquente, di qualunque colore odore sapore, va messo in condizione di non nuocere. Se trattasi di delinquente straniero e non legittimato a stare qui, va affidato alla giustizia del suo paese, se legittimato, rinchiuso senza se e senza ma.

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