Potrei esimermi, ma perché? Il mio saluto a Paolo Villaggio

3 Lug

Avrei potuto anche fare a meno di scrivere queste due righe, ma tanto che mi frega, se ne avete voglia le leggete altrimenti fate a meno. Ho incontrato Villaggio un paio di volte, a pelle risultava scostante, poi lo ascoltavi e capivi che in fondo era quello che voleva sembrare (o era, certamente io non lo saprò mai e poco mi importa francamente). Faceva ridere? Non lo so, non credo fosse quello il suo intento, certo la risata amara te la strappava per forza, ma ad avere voglia di andare appena un pelo oltre credo che il suo fosse il “disprezzo” di chi sa o pensa di essere in qualche modo diverso, forse migliore o forse no, ma di sicuro diverso. Era uno che non aveva paura di dire pubblicamente quello che la maggior parte della gente dice solo a pochissimi intimi. Potrete ripetermelo mille volte che per voi un handicappato è uguale a voi, non vi crederò mai, so praticamente con certezza che nell’intimità dei vostri nuclei familiari o amicali, il cieco o quello in carrozzina, sarà comunque uno che vi passa davanti nella fila, attenzione, questo non significa che non gli portiate lo stesso rispetto che portate agli altri, ma è umano che sia così. Lui aveva il coraggio di dirlo, ammetteva (non so quanto compiacendosi dello “scandalo”) di essere una carogna, uno che a suo tempo insieme a Faber tirava i sassi al frocio, di dire che i gay hanno un’anomalia genetica, e non avete idea di quante persone pensino e dicano le stesse cose in privato, salvo poi dire che il matrimonio gay è un diritto sacrosanto. Paolo Villaggio non era uno qualunque, è stato uno che ha scritto una quindicina di libri, non solo quelli di Fantozzi, ha lavorato con i più grandi, è stato un grande. Anche nel suo essere volutamente o no, stronzo, anche nel suo essere diverso. Quindi grazie per quanto mi riguarda, e adesso vadi ragioniere e non facci caso a quello che diranno di lei.

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