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Correva l’anno 2012 – Consapevolezza si potrebbe chiamare

7 Ago

Ciao mia dolce amica, inseparabile credevo, compagna di viaggio. Da sempre al mio fianco senza mancarmi mai, giorno o notte che fosse, estate o inverno. Pronta a farmi sorridere se mi veniva da piangere a cazziarmi senza la minima pietà quando ne facevo una delle mie.
Che bello rivederti amica mia, anche se non sei qui. Noi due bambine io che facevo solenni dichiarazioni e tu che mentre gli adulti ridevano, mi sostenevi sottovoce. Mi davi ragione e mi dicevi che non capivano. Io abbozzavo forte del tuo sostegno, e facevo lo stesso con te. Insieme pensavamo che nulla ci avrebbe fermato, e forse era così davvero, fatto salvo quel qualcosa che chiamano destino.
Ti rivedo poco più che adolescente, alta impunita e impudente, non camminavi mica; incedevi su quegli assurdi tacchi che ti rendevano una specie di giraffa, che sarebbero stati ridicoli su molte altre donne, ma che tu portavi come se avessi i piedi tacco 12. E andavi incurante delle occhiate invidiose, col culo a cui mancava la parola, che ondeggiava impavido, i lunghi capelli che ogni tanto spostavi scuotendo la testa, con violenza, perché erano pesanti. E la gente si spostava per farti passare, una specie di Mosè in minigonna. Ti rivedo smorzare con un sorriso malizioso, o forse solo divertito, le intemperanze di un povero cristo che per guardare le tue gambe che uscivano dalla minigonna ha tamponato, e il tamponato che resta lì a guardarle anche lui come un pirla, e tu che te ne vai lasciandoli a guardare.
E mi ricordo le notti che hai passato a consolare qualcuno, incurante del fatto che il tuo cuore fosse a pezzi, non ci credeva nessuno che tu potessi essere così fragile e così forte al tempo stesso. No vabbè, io lo sapevo e guardavo con timore a quella tua aria sfacciata, a quel tuo rassicurare tutti, a perdonare e sminuire qualunque cosa ti avessero fatto, quel tuo chiudere porte e finestre in attesa che passasse la bufera. Ti hanno rovesciato addosso di tutto, e in così pochi abbiamo visto le tue lacrime. E chi le ha viste non le ha comunque comprese fino in fondo. Quasi tutti quando tentavi di parlare del tuo magone del tuo dolore della tua paura, finivano per riportare il discorso su di se, e mi ricordo quanto ti mandava in bestia. Perché tu eri diversa. Riportare il discorso su di te serviva solo quando l’esempio da portare era un incoraggiamento; credo di non averti mai sentito dire a qualcuno : ”e anch’io”. No, sempre pronta a dare un supporto un aiuto una parola. O al limite ad aprire le braccia e consolare, anche chi ti aveva fatto del male.
Ti rivedo amica mia, dritta come un fuso sul cavallo, o con la faccia di tolla a entrare dove non avresti dovuto o potuto, e con quel tuo sorriso un po’ sghembo non c’era porta che restasse chiusa. E non hai esitato a far aprire anche l’ultima, sebbene non sapessi cosa c’era dietro
Per non parlare dei tuoi amori strampalati, quelli su cui ridevi con tutti tranne con me. E non sai quanto mi rammarico per chi non ti ha conosciuta o voluta conoscere, per chi ti ha usato senza rendersi conto di chi tu fossi. Senza sapere a cosa stavano rinunciando. Oh se ne sono accorti poi, ma sempre dopo averti strappato un ulteriore pezzetto di cuore, dopo averti messo un altro sacco sulle spalle, senza sapere quanto peso stavano già portando, perché tu quel peso non lo hai mai mostrato per quello che era. Lo so ci hai provato in tutti i modi che conoscevi. Ma forse tu e il mondo non parlavate la stessa lingua. O più semplicemente era più facile stare ad ascoltarti mentre rassicuravi tutti, e dio sa se non ho visto nei tuoi occhi lo sgomento quando hai capito che non ci sarebbe stato nessuno che ti avrebbe teso una mano. No per carità, non è un J’accuse, forse non si è capito davvero cosa stavi chiedendo. O forse nessuno è stato abbastanza forte da ammettere di non poterti tendere la mano. Ma non posso accusare il mondo per quello che è.
E poi non lo so cosa ti è accaduto. Forse è l’unica cosa di cui non abbiamo mai parlato. Ho visto credo unica testimone, la paura diventare più forte di te. Il tuo coraggio scemare poco a poco, la tua sicurezza diventare insicurezza. Le spalle che non stavano più dritte, un leggero incurvarsi come sotto un peso, quando pensavi che nessuno ti stesse prestando attenzione, quando la stanchezza ti cadeva addosso tutta insieme. E sola so il dolore che mi dava non poterti aiutare, non essere capace di sollevarti come tu hai fatto tante volte con me. Non essere capace come facevi tu di alleggerire ogni cosa; riportare tutto ad una dimensione che fosse affrontabile. Non sai quanto mi pesa non essere riuscita a farti ridere, ad asciugare le tue lacrime a trasformarle in un sorriso come tu facevi con me.
E non parliamo della rabbia, la rabbia nel vedere i cavalieri senza macchia partire lancia in resta per difenderti, ma solo dalle cose da cui ti difendevi benissimo da sola, contro i draghi che tu non riuscivi a combattere hanno alzato le bandiere bianche più improbabili. Oh mi ci metto anch’io fra quelli che hanno alzato bandiera bianca, e fra i destinatari della rabbia. Anzi contro di me raddoppio la dose, perché se gli altri avevano la scusa dell’improbabilità delle tue “battaglie” io no. Io sapevo esattamente quanto fossero dolorose per quanto improbabili.
Non mi resta che arrendermi alla tua assenza, alla tua “scomparsa” e posso solo sperare che sarai indulgente, che capirai, come hai sempre fatto. Che mi perdonerai per essermi arresa al pari degli altri. Ma d’altra parte hai sempre perdonato e giustificato, lo farai anche stavolta vero?
Addio mia splendida amica, spero di ritrovarti prima o poi, in quello che mi hai dato, che mi hai insegnato che in tanti anni insieme mi hai trasmesso. Spero di ritrovare quel tuo sorriso che non era mai solo con la bocca, quel sorriso che avevi negli occhi e nel cuore. Non mi lascerai mai del tutto lo so, ma non averti al mio fianco mi fa più povera e più sola.

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