La dottrina del male – Docente Alessandro Berselli

E prima ha scritto un noirone cattivo (fa la cosa giusta) poi ci ha spiazzato un po’ con Anche le scimmie cadono dagli alberi e Kamasutra Kevin per poi ripiazzarci fra le mani un altro noir bello tosto, Le siamesi (ne mancano di titoli eh, questi sono solo gli ultimi) e da poco in libreria con un nuovo romanzo. La disciplina del male. Onestamente non so se si possa definirlo un noir, certo che leggero non è. Si potrebbe ingenuamente dire che il protagonista è Ivan Cataldo, il suo lavoro di spin doctor, o il tizio che lo convince a lavorare con lui al progetto che vede un nuovo Ordine mondiale, da raggiungere tramite elezioni anzichè guerre, ma come dicevo sarebbe un’ingenuità. Il protagonista vero, o meglio la protagonista è l’etica, sì sì, quella roba lì che se ce l’hai ti fa sentire migliore degli altri che ti fare proclami sul bene e il male, quella che ti distingue dai cialtroni (che peraltro sono convinti che la loro etica sia migliore della vostra). Non è argomento nuovo ma Bers, che come ho già avuto modo di dire più volte, è uno che sa usare la penna la creatività e il cervello con una sinergia che non è di molti, riesce a scriverne da un punto di vista nuovo. Ivan è contemporaneamente vittima e carnefice, e già questo non è usuale, ma la cosa davvero figa di questo romanzo è come l’autore si pone a distanza e registra, una sorta di telecamera che fissa ogni passo, quelli che portano dritti al baratro così come quelli a marcia indietro o di lato, che tentano di allontanarsi da quel disastro. Non dà giudizi la telecamera, lascia al lettore totale libertà di interpretazione di quanto gli viene mostrato e come accade con la maieutica socratica, porta alla luce cose che mai avresti immaginato di te stesso. Io dico che vale la pena dedicarvici, sono sicura che mi ringrazierete. Ah, imparerete anche un sacco di cose su cibi vegan cucina giapponese liquori e vini di lusso, sistemi di sicurezza rapporti genitori figli e altro che non vi sto a dire.

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La politica è una cosa seria – parola di Andrea Scanzi che non abbisogna di presentazioni

Laureato in lettere moderne con una tesi sui cantautori, giornalista e opinionista, nonchè autore/interprete di spettacoli teatrali, gran figo se mi permettete una valutazione estetica, possiede una vasta cultura che, lo dice la parola stessa (vabbè più o meno, non siate sempre così pignoli) va coltivata, cosa che lui provvede a fare con curiosità e l’ausilio indispensabile di una mente pronta e lucida. Andrea Scanzi è un giornalista che non risparmia niente e nessuno, lo fa però senza essere fazioso, è caustico ma in linea di massima obbiettivo. In questo piccolo (nel senso di corto), saggio di costume, pubblicato da Rizzoli, prende in esame una serie di personaggi della politica italiana, da Berlusconi a Bersani da Renzi a Salvini passando per Pertini Andreotti e Berlinguer ma non solo. Capitolo a parte per Caponnetto. I ritratti sono precisi e impietosi, spietati (ad esclusione di quelli Berlinguer e Caponnetto direi per ovvie ragioni), anche nel caso di Pertini, l’amatissimo Presidente, racconta, con precisione anche fatti controversi, non rispondenti all’etica moderna, ognuno dei capitoli dedicati ha un suo titolo che posso riportare per dare un’idea di cosa ci sia. D’alema è L’occasione persa, Andreotti La confessione, Renzi Il peggiore e Salvini Il furbo. Da leggere anche se non si amano i saggi, perchè la qualità di essere spietati senza cattiveria è qualità di pochi, se si è di sinistra per ricordarsi quello che si è perso e perchè si è arrivati a Quella roba lì che abbiamo oggi (semicit) e si è di destra perchè una ripassata di storia male non fa. Se poi non si è particolarmente schierati da una parte o dall’altra, è ancor più interessante. Ah, altra cosa interessante, sono le citazioni musicali, puntuali come orologi svizzeri, con una massiccia presenza di Gaber, che è un valore aggiunto

in fondo alla palude

Nella collana Super Et di Einaudi, in libreria da pochi giorni, In fondo alla palude di Lansdale. L’ambientazione è quella classica, il Texas. Non quello iconografico dei film, poco deserto niente cactus giganteschi sotto il sole battente, ma le paludi i boschi e le lagune della parte orientale del Paese. La storia è un mix di generi, un po’ noir un po’ thriller con un pizzichino di horror, quindi fondamentalmente un Romanzo (senza genere che non mi pare obbligatorio). Harry, ormai anziano e pragmaticamente in attesa di morire in una casa di riposo, si lascia andare ai ricordi, pensa a come è cambiato il mondo da quando lui era un bambino, di come i fatti – anche i più banali – diventino notizie a livello mondiale, a differenza di quando restavano dove erano accaduti, come accadde per quella brutta storia, successa nel ’33, quando lui era un bambino e l’America soprattutto lontano dalle città, stentava a riprendersi dalla grande depressione. La trama non sto a raccontarvela che tanto la trovate ovunque, leggetelo per la scrittura per il linguaggio, diversi da quelli degli altri romanzi dell’autore, molto più soft se vogliamo, ma incisivi nella loro semplicità (niente di più complicato che scrivere in maniera semplice). Il focus come spesso accade è una denuncia del razzismo, ma quello vero, quello che fa male che difficilmente si riuscirà a sradicare. Un tema caro all’autore che per parlarne si è inventato un personaggio come Leonard Pine, nero e gay che fa il detective (privatissimo e scorrettissimo), insieme a Hap Collins bianco etero e altrettanto scorretto, ma a differenza di quanto accade nella serie degli amatissimi due, in questo romanzo, forse per il periodo in cui si svolge o per la crudeltà della storia è particolarmente coinvolgente. Insomma, se lo avete letto a suo tempo, è una buona occasione per rinfrescare la memoria, se non lo avete letto, l’occasione per leggere un gran bel romanzo.

Una furia dell’altro mondo – intervista con Lisa de Nikolits – blog tour –


Tornano Le Assassine, sempre al femminile, sempre alla ricerca di autrici da far conoscere in Italia. Questa volta la “scoperta” è una scrittrice canadese, Lisa de Nikolits. Del romanzo parleremo in seguito, nel frattempo, apriamo il blog tour con un’intervista in cui cerchiamo di conoscere meglio un’autrice a cui sicuramente ci affezioneremo. Le prossime tappe da non perdere.
27.03 – Recensione in anteprima a cura de La bottega del giallo
30.03 – I personaggi a cura di Milanonera
02.04 – Il purgatorio e non l’inferno. Un’insolita ambientazione per un thriller? A cura di Contorni di noir

D: dovendo descrivere ai lettori che non ti conoscono un genere in cui inserire i tuoi romanzi, quale useresti?
R: definirei i miei romanzi dei thriller che fondono aspetti del genere nero e di suspense con aspetti propri del “realismo magico” (https://en.wikipedia.org/wiki/Magic_realism) https://it.wikipedia.org/wiki/Realismo_magico
D: A proposito di un suo romanzo precedente hai dichiarato che ogni personaggio è una sorta di omaggio a dei fantasmi che ti sono apparsi visitando un campo di prigionia. Puoi spiegarmi il tuo rapporto con lo Spirito?
R: Io ho avuto una educazione cattolica, e lo sono ancora, però con il tempo mi sono interessata più agli aspetti spirituali che a quelli propriamente religiosi. Con la spiritualità arriva anche una sensibilità verso il sovrannaturale. Ho studiato l’antico paganesimo, le mitologie greca e romana, le religioni e le filosofie dei vari paesi. Ho una attenzione tutta particolare per le persone che sono vissute su questa terra e poi se ne sono andate. Non riesco più a visitare dei luoghi di prigionia perché ne sono troppo turbata: mi sconvolge l’avvertire mute testimonianze delle sofferenze che si sono consumate in quei luoghi. Ho sempre avuto una relazione un po’ complicata con il Cattolicesimo: una volta mi è stato chiesto di allontanarmi dal confessionale senza assoluzione, perché non ero d’accordo con il prete nel considerare certe cose “peccati”. Ho sempre discusso con suore e preti, perché ero alla ricerca di spiegazioni e motivi per poter credere. Detto questo, ho quello che considero un rapporto molto deciso e stabile con le divinità spirituali e mai mancherei loro di rispetto o mi comporterei in maniera non rispettosa. Talvolta scherzo un po’ con la religione ma non sono mai irriverente, anche perché sono troppo riconoscente ai miei angeli e divinità.
In Una furia dell’altro mondo abbiamo Grace, il personaggio che ogni tanto si dissolve. Grace è un omaggio a un mio amico che ha lasciato questa terra troppo presto. E Beatrice “venne” da me in una casa abbandonata – o meglio, forse è più giusto dire che fui io ad “andare” da Beatrice – perché ho visitato la sua casa abbandonata e ho sentito la sua presenza, (in effetti, ho visitato ancora di recente quel posto e ho sentito che Beatrice è molto contenta de Una furia dell’altro mondo)
Nel mio prossimo lavoro – The Occult Persuasion and the Anarchist’s Solution – c’è una bambinaia maligna che ho “ incontrato” mentre visitavo un asilo abbandonato in Australia. L’ispirazione per Between The Cracks She Fell viene dalla visita a un campo di prigionia abbandonato, che poi è diventato una scuola Islamica
D: nei tuoi romanzi, o almeno in alcuni, pur avendo ambientazioni e storie molto diverse, è predominante una sorta messaggio “morale”. Ce l’ho vista io o effettivamente è così?
R: Oh sì, hai ragione. In effetti mi piace rubare qualche lezione dai personaggi che più mi piacciono. Uno di questi è Cedar Mountain Eagle, e spero di aver fatto mio qualcuno dei suoi messaggi. Confesso che in generale non ho un’opinione particolarmente positiva del genere umano – mi sembra che la ricerca del potere e la corruzione prevalgano nettamente su cortesia e comprensione – nei miei libri cerco di cambiare questo stato di cose, ed è per questo che i buoni vincono. Sì, in ognuno dei miei lavori, per quanto cambino gli aspetti sociali o le condizioni di crisi, tento di mostrare che fede, ottimismo e coraggio possono cambiare il mondo, in meglio.
D: L’altro tema che mi sembra dominante è che le protagoniste, molte donne, attraverso esperienze diverse partono da dei fallimenti per poi arrivare in qualche modo a trovare la realizzazione di quello che sono in realtà. Pensi che le donne abbiano raggiunto in generale una consapevolezza di sé o che la strada sia ancora lunga?
R: penso che ogni vittoria che si ottiene nel raggiungere la consapevolezza di sé, piccola o grande, vada considerata un successo. E questa vittoria può consistere nel superamento di una sfida personale, o in qualcosa che coinvolge una quantità di persone intorno a te. La vita è una cosa così incasinata, e io cerco di far vedere che anche quando si fanno degli errori c’è sempre un modo per risollevarsi e ricominciare. Quand’ero giovane credevo che la vita fosse come una strada dritta, bastava mettersi in cammino e andare. Ma ovviamente non è così, ci sono alti e bassi, brutto tempo, errori, depressioni. In ogni momento devi fare una scelta, o ti adagi sui fallimenti e ti autoflagelli (il che secondo me è una spiegazione Pavloviana per un cattolico!) o ti dai una mossa e scopri che in realtà ci sono sempre nuove opportunità. Se poi sei il personaggio di una storia, allora puoi anche goderti una gustosa vendetta. Non voglio dire che tutti dovremmo fare come Julia in Una furia dell’altro mondo, ma certamente, mi sono divertita a sbizzarrire la fantasia attraverso di lei.
Penso che la strada sia ancora lunga, per le donne. Abbiamo fatto grandi passi avanti ma mi rattrista vedere che ci sono sempre nuovi problemi, il dare sempre più importanza agli aspetti materiali, la voglia delle giovani di essere come Kylie Jenner (attrice ed influencer americana) ed essere sui social media, la dicotomia tra la nostra vita reale e quella virtuale, la perdita di spiritualità. Per quanto mi riguarda, tengo un profilo basso, tengo giù la testa giù e mi concentro su quello che scrivo, cercando di fare, per quel che posso,la differenza, con rispetto per me stessa e per gli altri.

D: sei nata in Sudafrica e hai vissuto un po’ in tutto il mondo, c’è una “cultura” che ha influenzato più delle altre il tuo stile?
R: sono cresciuta in Sud Africa durante il periodo dell’apartheid. Ho avuto la fortuna di poter votare per Nelson Mandela e lui è stato, senza ombra di dubbio una persona che ha maggiormente influenzato la mia vita e la mia scrittura. Come ha fatto quest’uomo a uscire da dopo tutti quegli anni di prigionia senza rancori e senza voglia di vendicarsi ? Come ha fatto a rimanere così puro ? Per due volte sono stata nella cella dov’era lui, e per due volte sono scoppiata a piangere. Per me resta un esempio di come la bontà è in grado di avere la meglio anche in un mondo di rancori ineguaglianze e dolore. In Australia non sono stata bene. Il Sud Africa era una terra lacerata ma anche un posto dove la gente è profondamente amichevole (anche se può sembrare paradossale). Per esempio, quando cammini per strada, scambi dei saluti anche con la gente che non conosci, “ciao, come va?” In Australia non è così, quando salutavo le persone nei negozi, mi guardavano con sospetto, quasi che salutarsi fosse una perdita di tempo: un tassista australiano una volta mi accusò di rubare loro il lavoro. E allora mi spostai in Canada, dove la gente è cortese. Non amichevole come in Sud Africa, ma educata anche se riservata. Quando incontro qualcuno del Sud Africa, è bello perché possiamo fare casino e abbracciarci e il nostro incontro emana energia. Sebbene sia stata colpita dalla rudezza degli Australiani, un po’ mi è stata utile per capire come si sente ad essere straniero, a non essere accettati, non voluti. È stata una esperienza molto importante per me. Ho anche vissuto a Londra per un po’ e mi mancava Toronto . Assurdo, chi ha voglia di vivere a Toronto dopo essere stata a Londra? A quanto pare io. Sono tornata indietro ed è stata la cosa migliore che potevo fare. Torno spesso in Australia perché la mia famiglia vive lì e da questi viaggi ricavo molte idee per i romanzi. Infatti il mio prossimo libro, The Occult Persuasion and the Anarchist’s Solution, si svolge a Sydney.

D: sei laureata in lettere e filosofia, chi sono i tuoi autori di riferimento o preferiti (sia del passato che del presente)?
R: ho tratto ispirazione da tanti scrittori, ho sempre voluto essere una scrittrice, sin da quando ero una bambina e fin da allora, negli anni ’70, cercavo di capire il processo di scrittura che aveva richiesto dalla creazione di quel libro. Ogni volta che leggo un libro, penso a come lo scriverei io, immagino di essere io quello scrittore. E se mi piace un libro, ne immagazzino gli aspetti fondamentali, sperando un giorno di riscrivere – forse – la mia versione di quel libro: è quasi come se usassi quel libro come uno spunto, uno spunto che mi suggerisce di andare avanti e di scrivere la mia versione di quello. Una cosa che mi affascina è come gli scrittori usano il linguaggio figurato. Come fa lo scrittore a coinvolgere il lettore? E la caratterizzazione dei personaggi? Come si suscitare l’interesse del lettore per un personaggio? Ci immedesimiamo solo nei personaggi che ci sono simili o preferiamo i personaggi che ci sono antitetici, quasi a immaginarci come sarebbe un’esistenza completamente differente?
Ho fatto sempre fatica a prendere sonno e mi ricordo mia madre, si lamentava che le costavo una fortuna, con tutti i libri che leggevo di notte. Ho divorato tutto quel che scriveva Enid Blyton (scrittrice inglese del secolo scorso contestata per il presunto razzismo sessismo e xenofobia ndr) So che oggi i suoi lavori sono ora messi in discussione per il loro razzismo (e sono d’accordo).
The Faraway Tree era uno dei miei favoriti. “Quando i bambini si arrampicano sul Faraway Tree scoprono che questo è abitato da esseri magici”. Diventano amici di alcuni di questi, in particolare Moon-face e Silky. Sulla cima dell’albero scoprono una scala che li porta a una terra magica. E ora io mi chiedo: non è che The Faraway Tree è il seme da cui è nata Una furia dell’altro mondo? Un luogo di “realismo magico” dove anch’io mi ritrovo con amici e incontro gente strana.
Mi hanno permesso di lasciare il lavoro, così sono adesso in una specie di piacevole limbo e forse tornerò a un posto felice della mia infanzia e deciderò lì di creare il mio Faraway Tree: solo che è il purgatorio in un aeroporto !
Secondo me J.K. Rowling è della stessa pasta di Enid Blyton, con la sua creazione di un mondo dove tutti vogliamo rifugiarci e, come per Enid Blyton, le descrizioni dei pasti fatte da J.K. Rowling fanno venire l’acquolina in bocca e meritano di essere letti solo per questo.
Anche le sorelle Brontӫ hanno avuto una enorme influenza su di me. Secondo mec’era un forte, silenzioso erotismo in Cime tempestose, una tensione sessuale che mi ipnotizzava. Alcuni hanno visto la relazione tra Cathy e Heathcliff come incestuosa, avvelenata, affetta da codipendenza, del tutto platonica, ma io non sono d’accordo! Erano lì, soli nella triste, fredda, ventosa brughiera, bruciati dalla passione.
L’altro grande testo che ha influenzato il mio modo di scrivere è stato Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith. Il suo triste pathos, la cruda fragilità e l’importanza del sentimento sono tutte dentro di me, come autrice. Quando ero in Sud Africa, mia zia dal Canada mi portava tutti i libri di Anna dai capelli rossi, e io amavo Anne.
Anche Cry, The Beloved Country di Alan Paton, la Storia di una fattoria africana diOlive Schreiner e tutti i lavori di Sylvia Plath sono stati fondamentali per il mio modo di scrivere.
Studiare Letteratura Inglese è stata sia una benedizione che una sfortuna. Avrei voluto ricorrere anche a corsi di scrittura creativa. Tornando a quei giorni, avevamo solo lo studio della letteratura e io avevo due professori all’ Università del Witwatersrand a Johannesburg. Uno mi diceva che il mio modo di scrivere era “banale”, l’altro diceva invece che avrei dovuto continuare a scrivere, che avevo un grande talento. Sono molto contenta di non aver ascoltato il primo. Altri miei scrittori preferiti sono Annie Proulx, Lionel Shriver, Per ultimo il cuoredi Margaret Atwood, Harry Crews e John Steinbeck. Ma leggo qualsiasi ed ogni cosa, e leggo sempre!

Abbiamo aspettato tanto e finalmente sono arrivati I tempi nuovi

Se sia pigro o solo pignolo e pieno di impegni, non ci è dato sapere, Alessandro Robecchi (servono pesentazioni?) ci ha messo un po’, ma caspita se è valsa la pena aspettarlo. Se per scelta o sopravvenuto affinamento del talento (che ha ampiamente dimostrato di possedere), inevitabile del resto col passare del tempo e l’accumulo di esperienza, il giallo ha preso il sopravvento sull’elemento diciamo così, sociale. Il Robecchi si è fatto prendere la mano e ha studiato una partita a scacchi da manuale, una di quelle fra campioni beninteso. Una trama unica, nel senso che non ci sono sottostorie, una sola indagine che coinvolge, come d’abitudine, sia la polizia, nella figure dei sovrintendenti Ghezzi e Carella, sia l’ineffabile detective Oscar Falcone, che ha deciso di fare il grande salto e aprire una vera e propria agenzia la Sistemi Integrati (qualunque cosa voglia dire), con tanto di sede e soci. Aveva proposto a Ghezzi di mollare la divisa, ma quello ci è nato poliziotto e non è cosa, in compenso c’è una poliziotta, che non ne può più della burocrazia dei laccioli che permettono ai delinquenti di scansare la galera per un cavillo, una firma non arrivata in tempo e accetta di buon grado (oddio, sempre poliziotta resta e qualche paletto ce lo mette), di fare società con Falcone.
Abbiamo quindi un bravo ragazzo, studente modello, trovato ucciso con un colpo di pistola in una situazione quantomeno imbarazzante di cui si devono occupare Ghezzi e compagni e una donna che cerca il marito scomparso rivolgendosi a Falcone e la Cirielli. Apparentemente non c’è un nesso, apparentemente appunto, e quale sia lo scopriamo grazie a Carlo Monterossi, immarcescibile eroe della Fabbrica della merda (altrimenti detto autore di un programma di quelli da far venire gli orgasmi alla famiglia Berlusconi, e no, non lo dice Robecchi ma lo dico io), socio occulto, per tutta una questione di soldi che non sto a dirvi perchè la trovate nel libro. D’altra parte ci trovate anche il nesso di cui dicevo. Come in ogni noir che si possa definire tale, resta alla fine una domanda, anzi, ne restano una serie, a partire da quanto siano nuovi questi Tempi nuovi, a quanto ormai, i confini per rimanere brave persone siano così sottili e fragili da non accorgersi quando si scavallano. Rimane anche il dubbio, se qualche volta, non sia il caso di fare quello che è giusto, prendendo qualche scorciatoia, anche se questo significa passare per una proprietà privata senza averne il permesso. Ah, se vivete a Milano e dintorni, non guarderete mai più fuori dalle finestre nello stesso modo.

All’una e mezza

Pubblicato nella collana vintage delle Edizioni Le Assassine, All’una e trenta è un giallo del 1915. Il protagonista Damon Gaunt, è uno Sherlock Holmes americano che nonostante sia cieco, riesce a vedere e soprattutto a intuire quel che la polizia non sempre scopre. Un uomo è stato ucciso nel suo studio, dove ogni sera si ritirava per concludere la sua giornata con un drink. Il maggiordomo esclude che qualcuno sia entrato in casa dopo che se ne sono andati gli ultimi ospiti della cena e giura che quando è accaduto, Garret Appleton era vivo e vegeto. La richiesta di indagare viene fatta a Gaunt dal fratello della vittima, Yates, che si preoccupa soprattutto per la discrezione che ritiene necessaria a preservare il buon nome della famiglia. Il detective, stimato e rispettato anche dalla polizia, scoprirà a dispetto della sua menomazione, una valanga di indizi che lo mettono di fronte a una soluzione inaspettata. Autrice prolifica e ahimè morta giovanissima, la Ostrander ha usato diversi pseudonimi per gli oltre trenta romanzi che ha scritto. Fu la prima ad inventarsi un detective così particolare. Un’abilità deduttiva notevolmente acuta, gli altri sensi sviluppatissimi a supplire quel la vista non può dare, ma soprattutto il saper cambiare prospettiva quando necessario. Insomma, non eccezionale, ma un piacevole intrigo con cui vale passare qualche ora, soprattutto se si amano le atmosfere di inizio secolo scorso

Le parole di Sara

Due donne si parlano con gli occhi. Conoscono il linguaggio del corpo e per loro la verità è scritta sulle facce degli altri. Entrambe hanno imparato a non sottovalutare le conseguenze dell’amore. Sara Morozzi l’ha capito molto presto, Teresa Pandolfi troppo tardi. Diverse come il giorno e la notte, sono cresciute insieme: colleghe, amiche, avversarie leali presso una delle più segrete unità dei Servizi. Così inizia la quarta di copertina, e benchè ci sia molto molto di più, direi che dà esattamente la misura di quello che de Giovanni ha messo in questo secondo romanzo che vede protagonista Sara. – In realtà, almeno a mio parere, può essere utile leggere o rileggere prima, Sara che aspetta, pubblicato sempre da Rizzoli nella raccolta Sbirre, che è stato inserito alla fine del romanzo –
Detto questo, il perchè Teresa scopra le conseguenze dell'amore, lo capite leggendo il romanzo, io mi concentro su Sara. Siccome la trama, pur eccellente come sempre, non è quello che cerco in de Giovanni, basti dire velocemente che la scomparsa, apparentemente volontaria, di un ricercatore universitario che sta facendo uno stage all’Unità dei Servizi, si rivelerà invece qualcosa di molto più complesso e crudele.
Sara dicevo, l’abbiamo incontrata in una circostanza terribile, la morte del figlio, e poco importa che per motivi diversi fossero esclusi uno dalla vita dell’altra, era carne della sua carne ed è morto. Un incidente ha tolto a Sara qualunque possibilità di riavvicinamento e a Viola, giovane fotografa, il padre del bambino che sta per nascere. Paradossalmente quella morte ha avuto l’effetto di riportare Sara alla vita, di spingerla a combattere i suoi demoni; la nascita del nipote è quasi una catarsi per tutto il dolore che ha scelto di provare e provocare, abbandonando il figlio quando forse avrebbe avuto più bisogno di lei, e quello per la perdita dell’uomo per cui ha lasciato tutto e col quale ha vissuto in simbiosi. Sara, implacabile nel fare quello che la giustizia non può, quasi ci trasmettesse la sua abilità nell’esercizio della prossemica, si mostra poco per volta per quello che è: una donna che non ha perso la capacità di essere amorevole, pronta a mentire per proteggere o almeno tentare di farlo, chi dalla verità potrebbe essere distrutto. de Giovanni ci rivela parola dopo parola, gesto dopo gesto, che la donna invisibile al mondo, a modo suo, sa come farsi vedere quando è necessario esserci. Ma d’altra parte che ve lo dico a fare, Ogni personaggio che esce dalla penna del partenopeo, entra dritto nel cuore dei suoi lettori e ci mette profonde radici, Sara non fa eccezione.