CONSIGLI FLASH 3

Indubbiamente Enzo Gentile, giornalista e critico musicale, ha dalla sua un’esperienza pluridecennale, pubblica di musica fin dal 1978 con una predilezione per il rock e il pop. Onda su Onda, è un compendio (piuttosto corposo) e contemporaneamente un saggio quasi sociologico su come la musica, come richiama il titolo dagli anni ’50 ’60 e si arriva ad oggi, abbia e continui a influenzare o meno, la nostra vita quotidiana. Non è un romanzetto da sfogliare o in cui immergersi sotto l’ombrellone, ma per chiunque ami la musica e sia curioso, nel senso di interessato alle cose del mondo, un volume – quasi una piccola enciclopedia – della musica da tenere e consultare. Qualora invece voleste leggerlo sotto l’ombrellone, ma vale anche a casa in tram o dove volete, a questo link https://open.spotify.com/playlist/4bgUe8hR4zwqhZ6wALAqOQ?si=a56ae403a72c4905. trovate anche la play list creata dallo stesso autore per accompagnare la lettura. Gentile si è avvalso di una bibliografia enorme per un testo davvero completo (si arriva fino ai giorni nostri) peraltro corredato da interviste dichiarazioni di tanti protagonisti e da una bellissima galleria fotografica.

La Barbato la conoscete, scrive delle robe da far accapponare tutto l’accaponabile, le piace proprio far paura. Maestra della tensione, qui ce la fa provare in tridimensionale. La vicenda sembra semplice, una vecchia signora muore e gli eredi come formiche sullo zucchero, tentando di non perdere neanche una briciola della cospicua (o almeno presunta tale con una certa ragionevolezza) eredità, incaricano un notaio di effettuare un inventario completo del contenuto della villa. Sembra facile no? No, è un romanzo della Barbato e quindi può (e succede) qualunque cosa. non vi sto a dire, trovate decine di recensioni, ma ve lo consiglio tanto tanto tanto.

Vabbè, io e l’impaginazione, due mondi paralleli proprio. Non ci fate caso e se volete immergervi nella scrittura eccelsa di un grande autore, accattatevi L’ora buca di Valerio Varesi (di cui è in giro anche il nuovo Soneri). Un romanzo particolare e particolarmente godibile. Una trama decisamente strana, un professore alla ricerca di qualcosa, senza nemmeno sapere bene cosa, che finirà per trovare qualcosa di totalmente inaspettato.

UNA SIRENA A SETTEMBRE

Maurizio de Giovanni

La Signora prepara le verdure, le sceglie le monda le taglia, pronte a diventare parte integrante di piatti che doneranno consolazione placheranno la fame e nutriranno corpo e mente. Riempie secchi di fagioli di pomodori di patate, in uno gli scarti e in uno quello che verrà usato; non si sa chi godrà di quel cibo, lei va avanti senza fermarsi mai e intanto racconta a chi è arrivato fino da lei – e non è facile trovarla – per ascoltare. Ammalia la Signora, perché mentre le mani lavorano le sue parole ti portano sopra la città, ti mostra cose fatti persone situazioni che apparentemente non hanno nessun legame una con l’altra, ma momento dopo momento ti rende visibili  fili che le legano, come ogni piccola cosa prima o poi si incrocia con l’altra. Ed ecco che vediamo una ragazza costretta su una sedia a rotelle, praticamente segregata in casa perché il palazzo è vecchio e non c’è l’ascensore, eppure è felice, solo preoccupata per la fissa di suo fratello. In un altro quartiere c’è una donna che sogna ma è uno di quei sogni che poi ti restano appiccicati quando ti svegli e ti rovinano la giornata; ancora troviamo due ragazzi che scippano un anziana, ma la sfortuna è in agguato e lo scippo rischia di diventare un omicidio. Entrambi hanno una sirena tatuata su un braccio; e ancora, un programma tv in cui viene mostrata una scena agghiacciante, proprio lì, nei Quartieri, un bimbo si contende un pezzo di pane con un randagio. La penna di de Giovanni guidata dalla voce della Signora, unisce questi fatti, ha ragione la Signora, è tutto collegato. A partire dalla copertina questo libro è un inno, alla città che è madre, alla madre che nutre e sa, alla dignità che preserva dal degrado dei sentimenti anche se il degrado ti circonda. È poesia, quella che appartiene a ognuno e si nasconde sotto le difficoltà del quotidiano, dietro apparenti strati che formano un unico, fatto di dolori gioie frustrazioni risate. È qualcosa che ti spinge ad ascoltare, a cercare le connessioni, perché ci sono, ci sono sempre.

Stile Libero Big

pp. 272 – € 18,50 – ISBN 9788806248833

Consigli flash 2





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Questo più che un consiglio potrebbe essere un ordine, se non lo conoscete, Il PM Spinori dico, rimediate al volo. Personaggi così belli si contano sulle dita delle mani e De Cataldo indubbiamente scrive bene, la storia è sporca per la sua natura di giallo che prevede ovviamente reati morti ammazzati e delinquenti, ma la voglia di giustizia (non a tutti costi ma con la seria caparbietà che dovrebbe distinguere l’Accusa) e la modestia nel lavoro di squadra, fa sì che che diventi bella, ma non per dire eh, proprio bella. Ah se non lo avete ancora incontrato, partite da Io sono il castigo che è il primo e poi Un cuore sleale. Come da copertina, è Stile libero e se non vi fidate di me, fidatevi di loro.

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Di questo gioiellino vi parlerò più avanti su Mangialibri, però credetemi, un bijoux di gran classe. Perché? Facile, quante volte avete desiderato essere seduti a un tavolino del Cafè de nuit o attraversare uno dei ponti giapponesi di Monet? Capire cosa angoscia l’uomo dell’Urlo o accarezzare l’ermellino di Cecilia Gallerani, ecco, CC Omell ve lo fa fare e fa molto di più, entrando nella Storia dell’Arte come un bambino entra in un bosco sconosciuto, lasciando i lettori affascinati esattamente come un bambino che si incanta ad ogni foglia animaletto o rumore che veda o senta nel bosco. Regalatevi bellezza e divertimento, ah fra l’altro formato tascabile (e quindi comodo) carta del giusto spessore e stampa che non stanca gli occhi.

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È da questo romanzo che è stato tratto il film con Brad Pitt r Lady Gaga, è un casino da leggere perché i nomi giapponesi sono quel che sono, ma sette killer sette tutti insieme per giunta sulla stesso treno quando vi ricapitano?  Ognuno di loro ha una missione e corre un pericolo, Kotaro  (non trovo la o col trattino) ha uno stile veloce che mantiene sempre alto il livello di adrenalina senza soffocare. Perfetto sotto l’ombrellone. Ah non siete ancora in vacanza? Vabbè va benissimo anche un vagone del treno che vi porta al lavoro.

Consigli flash per l’estate (1)

Eccoci, gli impegni pressano e non sempre riesco a trovare il tempo per raccontarvi i libri, allora come già fatto in precedenza ve ne segnalo alcuni per volta, va da sé che per quanto “flash” sono tutti scelti con cura e prima o poi ne parlerò con più agio.

Partiamo con una prossima uscita, i pochi (o tanti) fortunati che passano dalla fiera della microeditoria di Chiari, lo trovano lì, allo stand de La corte editore gli altri devono aspettare l’8 luglio. La classe di Porazzi esce anche in questo stand alone, un intrigo micidiale con colpo di scena finale ho ipotizzato mentre lo leggevo. Una narrazione fluida una trama quasi hitchcockiana porta a spasso il lettore facendolo tornare sui propri passi per poi accorgersi che quella strada l’ha già percorsa e deve ricominciare il ragionamento da capo, salvo, e questo è il mio consiglio spassionato, lasciare la guida all’autore e farsi allegramente (oddio), trascinare fino all’ultima pagina. Ah niente serial killer e poliziotti fighissimi che scoprono tutto, il thriller lo vive e lo fa il protagonista alla ricerca di un uomo che non ricorda di essere stato.

Uscito per Einaudi Stile libero, creata ( la collana) da Paolo Repetti e dal mai dimenticato Severino Cesari, vi consiglio un classico per l’estate l’inverno e laddove ci fossero anche per le mezze stagioni. Lansdale, il texano che non sopporta le discriminazioni e le racconta irridendole, dà la parola ai suoi due “eroi”, Hap e Leo che in tre racconti o meglio due racconti lunghi e una raccolta di ricette doc, ci raccontano le origine ormai lontane della loro amicizia, quando in Texas i neri non erano considerati uomini, si ok, non è che sia cambiato granché, fra le righe ma neanche tanto, Lansdale sbeffeggia gli ignoranti (nelle righe invece sotto forma di Hap e Leo je menano) e fa emergere quello che forse è il vero discrimine, il peccato originale dei neri, in linea di massima sono poveri. Si ride si sorride e si pensa. Ma poi dai questi due (tre con l’autore) li si ama.

L’avete già incontrata mimi (che sta per mamma)? Non lo aveste fatto, prima di leggere Il testimone chiave, recuperate Gli insospettabili , che sarebbe poi il precedente nonché la prima opera dell’autrice. I gialli, le trame reggono e anche bene, ma la delizia di questa donna  che collabora con un investigatore privato (sentendosi orrendamente in colpa) e contemporaneamente cerca di gestire la casa un marito una sorella ingestibile e un bimbo con un’intelligenza e maturità decisamente sopra la media dei suoi anni, è un’altra. Cosa non ve lo dico per non guastare la sorpresa a chi non la avesse ancora incontrata, una caratteristica surreale e un po’ folle che rende questi romanzi leggeri divertenti (molto) nel senso calviniano del termine, “la leggerezza non è superficialità”. Insomma Sara Savioli  è decisamente una scoperta che va fatta.

VECCHIE CONOSCENZE

ANTONIO MANZINI

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Quando abbiamo incontrato il vicequestore Schiavone, noi giallari,  abbiamo capito subito che il ragazzo – inteso come Manzini – aveva un bel sacco di talento a cui attingere – per nostra fortuna ci ha preso gusto – arrivando così a raccontarci la decima puntata della vita del nostro Rocco. Di mestiere fa la Guardia, va da sé che deve prendere i ladri, che siano di polli o di vite altrui, qui per esempio deve trovare chi si è preso quella di una celebrità nel mondo della ricerca storica  – specializzata su Leonardo – nascosta sotto le sembianze (per chi non frequenta l’ambiente accademico), di una gentile “anziana” signora con una serie di pubblicazioni e studi da essere considerata fra i più esperti a livello mondiale. L’ha trovata la sua vicina di casa, uccisa nel suo salotto, la sua smisurata biblioteca è l’unica muta testimone.

Ma che sappia creare delle indagini perfette lo sappiamo già, siamo onesti, a noi interessa quello che succede a Schiavone e alla sua semisgangherata squadra di poliziotti.  È in quello, almeno per il mio sentire personale, che Manzini dà il meglio di sé.

Se con Pulvis e Umbra e 7/7 ci ha strappato il cuore qui tocca vette inarrivabili.  Rocco è sempre più consapevole della sua solitudine,  perché se è vero che i tradimenti e le delusioni sono come la polvere unta e si depositano strato su strato finendo per  diventare delle corazze apparentemente sempre  più impenetrabili, è anche vero che dentro ci sfaldano, ci rubano un pezzo alla volta e trovare qualcosa nella vita che pareggi i conti è quasi impossibile.

Non è sostituibile la presenza di Gabriele che è andato a Milano con la madre lasciando una casa vuota, né Marina che ormai gli ha detto (e sappiamo che se lo sta dicendo da solo), che è ora di andare avanti, non serve la “storia” con Sandra, che gli rimprovera una distanza non gestibile per una relazione. Gli amici, Brizio e Furio sono lontani e Seba introvabile, mentre il passato, sotto le spoglie di Baiocchi ormai diventato a pieno titolo un collaboratore di giustizia, torna e ritorna lasciando sempre più domande che risposte. L’alternare momenti ad altissima tensione alla commozione e a delle risate è un’arte che Manzini padroneggia a pieno, così come quella di creare colpi di scena. La mia insostituibile amica Cristina Aicardi, parlando mi ha fatto venire in mente una scacchiera che l’autore con un gesto magico, rovescia e ci rimette davanti con i pezzi tutti spostati che cambiano drasticamente la partita. Noi aspettiamo con impazienza la prossima mossa. Manzini e Sellerio si mettano una mano sulla coscienza, perché stavolta aspettare sarà davvero dura.

IL POZZO DELLA DISCORDIA

Cristina Rava - Nero Rizzoli

Non so, sarà una mia impressione ma i romanzi che stanno uscendo in questo quasi post pandemia, mi sembrano tutti molto diversi dai precedenti. Evidentemente le cose accadute a molti di noi, a livello emotivo e non, sono accadute anche a molti dei nostri autori. Quasi tutti hanno (grazie a Dio), bypassato la fase lockdown mascherine distanziamenti eccetera,  hanno virato impercettibilmente o percettibilmente, verso situazioni normali anzi, situazioni in cui più che mai sono necessari gli abbracci e la vicinanza. Mi è sembrato che rispetto ai recedenti romanzi, i protagonisti siano più sullo stesso piano, la storia sia più corale. Come già con Montanari, le ho posto un paio di domande (che poi vi copio alla fine, e Cristina da quella persona deliziosa che è ha risposto, confermando o smentendo). Nello specifico sulla coralità, ha confermato “credo superato il modello dell’investigatore superintelligente che intravede la soluzione e la persegue come un cane da fiuto. Le capacità convergono a creare una rete di pensieri, riflessioni, deduzioni, mai prive del cemento indispensabile dell’umanità, perché il fattore umano, come aveva ben intuito Graham Greene è fondamentale se si vuole dipingere un affresco credibile.”   La scrittura della Rava è scorrevole ma mai superficiale, entra nella testa e nei sentimenti dei personaggi con una lucidità e delicatezza rari, la trama come sempre complessa e abbracciando più vicende apparentemente slegate, scorre senza intoppi e senza che il lettore se ne renda conto, ogni tot gli anelli si uniscono fra loro, uno qui uno lì, e alla fine risulta palese che fossero tutti componenti di una stessa catena.  La confusione emotiva di Ardelia è palpabile, dopo la morte dello zio Gabriel, anche se il tempo fa il suo lavoro, continua a mancarle un centro di gravità permanente, ma grazie alla rete di affetti che si è costruita, bene o male fra parecchie bracciate – il lavoro – e molte miglia facendo il morto, riesce a stare a galla.                           Particolarmente interessante è l’approccio con la ormai ex serial killer, di tutti i coinvolti, da Rebaudengo alla stessa Ardelia. un’empatia che fa sì da spazzare via il passato, accettare, ma davvero, che il suo debito lo ha pagato e fa sì che anche intorno a lei si crei una sorta di gruppo d’appoggio, per aiutarla al rientro nella vita normale.    Ah, prendetevi nota durante la lettura dei brani di musica citati, sono una playlist da ascolto notevole.                                                            Un romanzo che invita, con naturalezza, a valutare o rivalutare l’importanza degli altri nella propria vita, a riconsiderare il “perdono” come via per la serenità. Il tutto abilmente e perfettamente nascosto in un racconto giallo perfetto.  Come dicevo vi riporto qui sotto le mie curiosità, non si tratta evidentemente di intervista ma di qualcosa in più per godersi il romanzo. Ringrazio Cristina che è una persona deliziosa e le mando un forte abbraccio, lei sa perché.

C: Ho avuto l’impressione leggendo il romanzo, che sia molto più corale rispetto ai precedenti, vero che era una strada aperta ma stavolta è stato come se tu avessi voluto tutti protagonisti allo stesso livello, qualcosa da dichiarare in merito?                                                                              R: Il tuo suggerimento è appropriato. Forse la mia è una volontà inconsapevole, ma credo superato il modello dell’investigatore superintelligente che intravede la soluzione e la persegue come un cane da fiuto. Le capacità convergono a creare una rete di pensieri, riflessioni, deduzioni, mai prive del cemento indispensabile dell’umanità, perché il fattore umano, come aveva ben intuito Graham Greene è fondamentale se si vuole dipingere un affresco credibile.                          C: sono rimasta un po’ sconcertata dall’intensità del sentimento che Ardelia scopre di sentire nei confronti di Norma, una specie di sindrome di Stoccolma. Io ho pensato a una sorta di sublimazione del non rapporto che ha con la sorella, insomma, a parte l’umana pietà e comprensione la Piccolit ha cercato di ucciderla, come può Ardelia essere così distaccata da quanto accaduto?                                                                                                                              R: Non credo che Ardelia sia afflitta dalla sindrome di Stoccolma. Norma ha svolto un ruolo fosco nella vita della dottoressa Spinola, ma paradossalmente, pur avendo agito con violenza, l’aveva eletta a supremo giudice del suo operato e della sua condizione. E Ardelia ha compreso e perdonato. È riuscita a circoscrivere quell’episodio nel contesto della malattia della pianista, a isolare il passato e a salvare il futuro. Per questo non prova risentimento nei suoi confronti.        C: Il rapporto con Rebaudengo è ormai stabilmente diventato una profonda amicizia, con Arturo non si capisce bene, ma la vuoi accasare o pensi di lasciarla così fra color che son sospesi? Soprattutto, Ardelia ha idea di cosa vuole o no?  R: Ci sono momenti, nella vita se non di tutti, ma di alcuni di noi, in cui l’orizzonte è confuso e non si ha idea di dove si stia navigando. L’importante è non fermarsi, non aspettarsi miracoli ma restare aperti a ciò che capiterà. Ardelia non è felice, ma inquieta com’è non lo sarebbe nemmeno se fosse protagonista di una pubblicità del Mulino Bianco.                                                                                                                           C: Tornando alla trama, questa volta mi è sembrata più profonda, quasi un pretesto per raccontare l’evolversi di sentimenti umani, dalla pietà per i vinti alla necessità di “solidificare” i rapporti amicali e parentali, e oltre a questo, senza nulla togliere ai precedenti romanzi, sei riuscita a farci partire con tremila fili che poi via via vanno a formare la trama e l’ordito di un unico pezzo di stoffa che ingloba il team investigativo. Te ne sei accorta o è la storia che ha fatto tutto da sola? R: Non credo di aver scritto con un preciso intento. Ho raccontato le storie di queste persone come se fossero vere, ognuna con i suoi numeretti della tombola nel sacchetto. Gli eventi tragici fanno parte della narrazione noir, sono indispensabili per mantenere fedeltà al patto con il lettore, ma i modi per raccontare sono soggettivi: il mio prescinde dall’aspetto investigativo e giuridico, prediligendo quello psicologico.

NERO LUCANO

PIERA CARLOMAGNO

Decisamente diverso dai  romanzi precedenti, che per il mio personalissimo parere sono degli ottimi gialli con una puntina di noir, questa volta la giornalista scrittrice Piera Carlomagno, condizionata credo dall’aver ambientato il romanzo in una terra che tradizionalmente è dura misteriosa e diversa dalle altre regioni, ha dato sfogo ad un vero noir. Mi permetto di partire dalle cose che non mi sono piaciute particolarmente – faccio subito un mea culpa, sono particolarmente poco incline a concentrami in questo periodo e potrei semplicemente non avere colto io qualcosa – messe le mani avanti, ho trovato poco chiaro il ruolo di Viola, l’anatomopatologa protagonista. Probabilmente o mi è sfuggito o non è specificato, oltre ad essere un medico legale è anche consulente e con qualche specializzazione in criminologia, non si spiega altrimenti la partecipazione attiva alle indagini con partecipazione a riunioni ufficiali e iniziative indagatorie non concordate. L’altro punto che mi ha lasciata perplessa è l’alone di “stregoneria” che alla fine sembra vedere solo lei.   Certamente l’ambiente familiare, la nonna lamentatrice funebre, che evidentemente è tanto rinomata e ricercata perché a causa della sua empatia riesce ad esprimere il dolore dei congiunti più profondamente e realisticamente rispetto alle altre, utilizzando anche gesti antichi, il nonno farmacista che preferisce comunque affidarsi a quell’alone di misterioso guaritore, le hanno segnato una via che aggiunta al fatto che per lavoro fa “parlare” i morti, la fanno essere un po’ diversa dagli altri, ma questo pregiudizio che lei sente tantissimo, io negli altri non l’ho trovato. Tolti subito i punti secondo me dolenti, devo dire che il romanzo nel suo complesso è assolutamente godibile e bello. La Lucania è una di quelle regioni che salvo per qualche famosissima località turistiche, è tutto sommato misteriosa per i più, forse la posizione geografica, stretta fra Campania Calabria e puglia, coda finale della spina dorsale d’Italia, mescola nel suo territorio tutte le caratteristiche possibili. Paesaggi durissimi e angoli di bellezza dolcissima. Eppure la sua gente ha mantenuto un’identità precisa, diversa dai campani dai calabresi e dai pugliesi, con tradizioni simili ma peculiari. La Carlomagno, che lì ha le sue origini, è riuscita a rendere perfettamente quello che è la vita in quello specifico ristretto contesto. Tocca inoltre un problema di cui si parla poco, l’impatto sociale ma nascosto che ha la mano della “malavita” nello sfruttamento delle risorse naturali. Ho scritto malavita con le virgolette per evitare spoiler, ma in effetti l’indagine e l’analisi della Carlomagno va molto più in profondità. Molto più noir degli altri dicevo, anche per come entra nella psicologia dei personaggi, personalità forti e alcune decisamente fuori dal comune, ma anche quelle, probabilmente molto più comuni (sebbene nascoste) di quello che si potrebbe pensare.  In conclusione, fatte salve le mie perplessità personali, è un romanzo da leggere perché è un bel noir, perché è scritto bene e per scoprire una realtà che forse davvero pochi conoscono.

2-06 BUON COMPLEANNO

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Buon compleanno mia Cosa Pubblica ad uso privato, ti abbiamo colpevolmente abbandonata, salvo ricordarci del tuo compleanno. Ormai sei una signora anziana e le giovani generazioni non sanno cosa sia il rispetto per gli anziani. Ti abbiamo lasciata in mano a “tate” “educatori” e “badanti”, ignorando che avremmo dovuto trattarti come una figlia e trattandoti invece come una madre,abbiamo omesso di vigilare che fosse chiesto il giusto, abbiamo finto di credere che per il solo fatto di essere nata saresti cresciuta da sola. Abbiamo preso tutto quello che c’era da prendere e abbiamo dato niente (a te). Ti abbiamo distrutta fisicamente invece di curare la tua bellezza, che è tanta e nonostante noi si vede ancora, ti abbiamo lasciata in mano a chi ha garantito, mentendo quasi sempre, che ti avrebbe fatta grande e ci avrebbe reso orgogliosi di te. Invece pezzetto dopo pezzetto ti abbiamo vista svendere, spesso nemmeno al migliore efferente, ah ma ci siamo indignati sai, tantissimo. È che tu sei lunga e stretta, resa ancora più stretta dalla presenza di quella spina dorsale che ti percorre da cima a fondo e attraversare le montagne fa fatica, quindi ognuno di noi, dei nostri bisnonni dei nostri nonni e padri, ha fatto finta di non sapere che solo attraversando quelle montagne e diventando un tutt’uno avremmo potuto controllarti tutta, Controllarti nel senso di vigilare sulla tua salute e siamo rimasti ognuno nel nostro piccolo nido e abbiamo delegato – ” E’ nata così la famosa democrazia rappresentativa, che dopo alcune geniali modifiche, fa si che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che sceglie un candidato, che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni. E che se lo incontri, ti dice giustamente: “Lei non sa chi sono io”. Però ti amiamo sai, e continuiamo a indignarci per ogni sgarbo e scempio che ti viene fatto, e ti facciamo una gran festa, ogni anno, facciamo solcare i tuoi cieli dalle Frecce Tricolori e tuuuuutteeeee tutte tutte le Forze Armate si schierano e suoniamo l’inno nazionale. Non posso neanche scrivere mia amata Patria, fa molto fascio e qui è un attimo che mi mettono le etichette. Quindi Italia mia, ti auguro che tu possa ritornare (se mai lo sei stata) quella Res Pubblica di cui tutti riconoscono la paternità e che i tuoi figli imparino finalmente a vigilare sul proprio collettivo anziché sul tanto di pochi.

LE TRE VEDOVE

                            di CATE QUINN

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Esordio col botto, almeno per quanto mi riguarda, quello di Cate Quinn nel noir (il risvolto dice crime ma qui potremmo aprire un dibattito infinito), già autrice di romanzi storici e giornalista di costume e viaggi. L’esperienza acquisita si sente tutta, la vicenda narrata, adesso arrivo e ve ne parlo, è intrisa di Storia (recentissima ma pur sempre Storia) e di conoscenza approfondita del mondo in cui si svolge. Siamo nello Utah, lo Stato americano patria dei mormoni, dei Santi degli ultimi giorni, comunità religiose con regole precisissime, legate alle Sacre Scritture e quindi inevitabilmente interpretabili a scelta della “corrente” a cui si appartiene per nascita o per scelta. Esattamente su cosa permetta o non permetta Dio, si basa l’agghiacciante romanzo. La poligamia è ammessa o no? Cosa è peccato e cosa no? Quali aberrazioni (per noi) si possono commettere in nome di dio e della salvezza eterna? Lo scopriamo pagina dopo pagina dalle voci di Rachel, la prima moglie di Blake, Emily moglie numero due e infine Tina. Tre caratteri che scopriamo insospettabilmente forti e intelligenti a dispetto della vita a cui le costringe/va il marito, padrone assoluto di ogni loro azione, dei ruoli dei loro corpi. Quando l’uomo viene trovato ucciso, a poca distanza dalla “casa” che aveva scelto per la sua famiglia, in mezzo al deserto, lontanissima da tutto e, fondamentale, da tutti, la polizia si concentra ovviamente sulle tre donne. Tutte e tre lo amavano sostengono e nonostante si sospettino a vicenda, raccontano di una vita felice, in cui erano rispettate ed equamente amate. Sono consapevoli che per la maggior parte della gente, anche dei loro correligionari, sono dei fuorilegge, la poligamia non è ammessa (o meglio lo è in alcuni Stati ma non nello Utah) ma si ostinano a mostrare un’armonia che la polizia non riesce a scardinare. Lo fanno loro stesse, con le loro voci e i loro pensieri, ripercorrendo ognuna lo squallore e la disperazione strisciante nella loro vita. Segreti e bugie, menzogne necessarie alla sopravvivenza che si svelano e si rivelano inghiottendo il lettore in un vortice sempre  più trascinante e sempre più nero. Non so decidere se il tema principale sia la perniciosità della religione quando diventa l’unica via da seguire, se sia la violenza domestica in tutte le sue declinazioni, che sono tante e spesso non immaginabili. Di sicuro è una storia di donne, di sorellanza che nasce senza intenzione, di difesa per partito preso, per nascondere fallimenti altrui che si sentono propri. Forse è tutto questo insieme, io so che non mi capitava da un po’ di prendere in mano un romanzo (lunghetto) e di mollare ogni tre per due quel che stavo facendo per tornare a leggere. Serve altro?

Ombre sul naviglio

di Rosa Teruzzi

Niente da fare, ormai Libera e Iole sono praticamente diventate “schiave” del Cagnaccio,  che le sfrutta ignobilmente come investigatrici a costo zero. ‘Sto giro le spedisce addirittura a Cesenatico, vabbé solo un paio di giorni.  La Città – unico giornale pomeridiano che tenta di battere sul tempo i giornali online – si sta occupando di una serie di rapine anomale, e a parte un malcelato affetto per le sue miss Marple del Giambellino, il capocronista detto dog, conta moltissimo sul fiuto innato delle due, che affiancano ormai stabilmente Irene detta  La smilza, unica schiava pagata e sotto contratto. Il caso è parecchio strano, non solo i rapinatori colpiscono piccole attività apparentemente ben poco remunerative, in più si presentano alle vittime travestiti da fata Turchina  e Gatto con gli stivali, non manca neanche Zorro che fa il palo e l’autista. Come andrà a finire ovviamente non ve lo dico, ma posso raccontarvi qualcosa di come Rosa (Teruzzi) stia accompagnando le sue donne, verso una catarsi che probabilmente è quella di cui tutti in un modo o nell’altro abbiamo bisogno. Chi non ha una serie di problemi che sublima in cose normali o al limite stando un po’ sopra le righe? Iole alla fine sarà davvero così frivola come sembra? Libera forse (lo metto per cortesia) non vorrebbe essere un po’ più simile al nome che sua madre le ha dato come un augurio? Romanzo dopo romanzo, l’autrice, con dolcezza e uno sguardo tenero un po’ indulgente, ci sta regalando un posto privilegiato da cui assistere alla vita di queste donne (Vittoria – figlia e nipote – è forse la più risolta e quindi leggermente meno protagonista) che potremmo essere noi. La magia della Teruzzi è riuscire a incastrare sempre perfettamente, i “casi” in cui il Dog le coinvolge, con i casi delle loro vite con le loro ferite apparentemente chiuse,  in realtà, tutti ne abbiamo una o più che ogni tanto dolgono o sanguinano senza preavviso. Un pochino meno “divertente” rispetto ai precedenti, ma decisamente più coinvolgente a livello emotivo Rosa ne ha approfittato per mostrarci dei lati caratteriali delle protagoniste che non dico fossero insospettabili ma quasi. Scopriremo quindi una Iole materna, una Libera che decide di buttarsi anziché macerarsi nei dubbi e una Smilza alle prese con problemi d’amore più grandi di lei. Ah, al casello è entrata (credo stabilmente) un’altra femmina, pelosa e ringhiante ma che ruba i cuori di chi ama i quattro zampe. Bè non siete ancora in libreria? Hop ragazzi che vale la strada fino alla libreria e ritorno alla poltrona.