Ve ne dico un po’ che poi voi scegliete con calma

Dice nei paesini cosa vuoi che succeda, e invece poi scorrendo la cronaca dei giornali scopri che ne succedono di ogni, e lo stesso accadeva negli anni passati, quando in teoria… La Rambaldi ci porta nel piccolo mondo di Brisa, che in emiliano è una negazione, un non, e che vista la frequenza con cui lo usa, è diventato il soprannome con cui tutti la conoscono. Un mondo antico (anche se parliamo solo del secolo scorso) in cui una ragazza alta con un accenno di baffi e un’eterocromia, viene indicata come la Stria. Una ragazza che nessuno corteggia perchè tutti ne hanno paura, una che sta sempre zitta e accondiscende a quello che dicono padre e fratello maggiore. Vabbè ma se parliamo solo di Brisa e il giallo dov’è? C’è c’è, un noir cattivo a sufficienza in cui Brisa sarà la chiave, di un mucchio di porte.
Neal Carey ha accettato un incarico un po’ particolare per un detective, ma Karen sta cominciando a parlare di un bambino, gli Amici di Famiglia non si possono deludere, la gratitudine non è morta dovunque, e poi non sembra così difficile occuparsi di un tenero vecchietto. Non sembra, ma il nonnetto ha qualche scheletro nell’armadio e l’incarico si rivelerà tutt’altro che semplice. Se poi la storia la racconta Don Wislow in questo Palm Desert, con la sua prosa asciutta ma perfetta, il divertimento del lettore è garantito.
C’è un altro autore con i controcosi (lo sapete che non dico parolacce, non qui perlomeno), che a dicembre ci mette sotto l’albero la Paura. E sì, come la metti la metti Carrisi ti inquieta. Il gioco del Suggeritore lascia delle inquietudini che ti si instillano nel cervello e poi quando accendi il PC o lo smartphone ti saltano fuori e ti fanno tentennare, hai voglia a leggere gialli e noir, l’unica figlia del buio capace di fare luce e ancora e sempre Mila Vasquez.
Per oggi dalla regia è tutto, mi rendo conto che è poco ma si avvicinano le feste anche qui, e devo stare attenta a preparare veleni mortali e antidoti assolutamente sicuri.

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Il delitto di Kolymbetra – Un Sellerio al giorno leva il malumore di torno

Lamanna e Piccionello, praticamente una coppia di fatto (col beneplacito di Suleima, legittima fidanzata di Lamanna) ci scarrozzano su e giù per la penisola. Per tutta una storia complicata, la colpa è comunque di Zuck e faccialibro, si trovano a Milano, un vernissage di una galleria all’Isola. Così Saverio e Suleima possono anche vedersi, che per due fidanzati è sempre una bella cosa. Forse le coincidenze non esistono, ma neanche un terrapiattista potrebbe pensare a una serie così perfetta di incastri. Un’offerta di lavoro per l’ex portavoce ministeriale si incastra con un lavoro della sua bella architetta e con la consegna di denaro ad una coppia dello smisurato (in realtà siamo intorno al centinaio), clan dei Piccionello, marito e moglie “quasi scomparsi”. In tutto ciò, nella splendida cornice dei giardini di Kolymbetra, si consuma anche un omicidio di cui si occupa una vecchia conoscenza dei nostri eroi. Mica male eh. Il perchè e il percome, as usual, li scoprite leggendo questo secondo romanzo di Savatteri. Giornalista televisivo, saggista e un romanziere, a chi lo abbia visto (per esempio al Salone di Torino), in compagnia dei suoi sodali, vengono in mente altre descrizioni, ma qui siamo seri e non le diremo. Il plot giallo è perfetto ma quello caratterizza il racconto è il continuo intersecarsi di Lamanna con Savatteri che gli da voce. O forse è Savatteri che si insinua in Lamanna, rimane il fatto che l’uno esprime i pensieri dell’altro con sapienza e ironia. Potrei addentrarmi nell’amore disincantato per la Sicilia azzardando paragoni coi Padri nobili, ma per questo ci sono quelli che fanno le recensioni e le analisi, io mi limito a prendere atto dell’ironia che Savatteri canalizza nello sfottò dei “difetti”, delle peculiarità isolane, potrei parlarvi del mare di Màkari, da cui se non ho capito male si vedono le Egadi (non fidatevi che ho finito le scuole da troppo tempo), dello splendore della Valle dei Templi (di cui il giardino di Kolymbetra è una gemma) o ancora soffermarmi sullo scempio che è stato fatto nel Bèlice. Ma anche qui, lascio ai professionisti il compito. Io dico solo che chi non lo legge non sa cosa si perde, in termini di bella scrittura, di trame ben tessute e di risate, grasse sane risate alternate a più discreti sorrisi. Perchè i librini blu, hanno sempre un perchè, un gran bel perchè.

Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone

Il vuoto per definizione tende a riempirsi, ogni elemento è incline ad espandersi ed occupare lo spazio vuoto. Vale anche nella vita, per gli esseri umani, quando qualcuno ci lascia tentiamo di “sostituirlo/a” velocemente. Ma ci sono vuoti che per quanta roba ci si metta restano devastanti, ci sono vuoti che straziano. Avendo deciso di fare un blog che parla di libri, mi sento in dovere, di scriverne, ma con de Giovanni è sempre più difficile. Cosa vi dico? Che è come sempre eccezionale? Che una volta di più, l’ennesima, ha scritto un romanzo di una cattiveria che non posso definire inaudita solo a causa della cronaca che è ogni giorno più crudele? Eppure come ogni santa volta, te ne accorgi dopo, quando lo hai finito e quel che hai letto è sedimentato. Solo allora realizzi l’enormità di quello che hai letto. Perchè mentre lo leggi ti cattura ad ogni riga, stai in guardia per capire se ti puoi fidare della Rossa (chi è lo scoprite poi da soli eh), ti emozioni e ti inorgoglisci per Aragona, che è balordo ingenuo buffo, ma non stupido e ha un cuore grande. Mentre giri una pagina dopo l’altra ti appassioni e ti ritrovi esattamente dove eri rimasto un anno fa, quando hai chiuso Souvenir con un groppo in gola che è rimasto lì un pezzo e non segui l’indagine, no, bevi avidamente parola dopo parola, riga dopo riga per la necessità di sapere se lui sarà, se lei, se ancora lei, se loro due… de Giovanni dipinge sentimenti, usa tutti i colori, primari e terziari tirandone fuori delle cose bellissime, che in mancanza di altre parole chiamiamo romanzi. E siccome nulla è per caso, mi è capitata sotto gli occhi questa citazione. Con i Bastardi compresi nella gente e aggiungendo qualche sana risata, direi che Dostoesvskij ha detto tutto.

“E tutti si osservano e si saggiano a vicenda con occhi curiosi. Ne viene fuori una sorta di confessione generale. La gente si racconta, si descrive minuziosamente, si analizza davanti al mondo intero, spesso con dolore e sofferenza”..

Fedor Dostoesvskij – 1847

I paragrafi concentrici di Marco Malvaldi

Siamo verso la metà del 1400, a Milano c’è un ducato ovviamente un duca, più di uno a dire la verità, più o meno legittimato a governare dall’alto della sua ragguardevole altezza (all’epoca non era così usuale essere alti) e con la forza che emana il suo sguardo. Anche di carattere pare non fosse proprio un pasticcino, ma ripeto, all’epoca si usava così e quindi più di tanto non ci turbiamo. Al soldo del Moro, che gli ha commissionato una statua equestre in bronzo – enorme – per dare eterno lustro a Francesco Sforza che è morto da ventisette anni, ma come suol dirsi è vivo e lotta insieme a noi, c’è Leonardo da Vinci, maestro riconosciuto in più di un’arte. Le vesti rosa e il fatto che non abbia donne, fanno sì che sia considerato diciamo eccentrico, ma anche questo non è il punto. Si ma allora sto punto? Ok avete ragione, il punto è che Leonardo ha sempre con sè un taccuino che c’è un omicidio che il cavallo ancora non c’è e c’è invece un serio problema di soldi. E poi c’è la scrittura di Malvaldi, come i grandi, i bravi veri, riesce a cambiare restando sè stesso. L’ironia rimane la stessa, sia che parli di vecchietti che ci racconti di una vacanza gastronomica o che imbastisca un giallo su e con Leonardo da Vinci, l’impianto narrativo è perfetto, il plot giallo scorre perfettamente. Un romanzo storico in cui scopriamo che il problema del traffico era già presente nel 1400 ma non solo. Difficile da descrivere quello che fa Malvaldi in questo romanzo, (ah per inciso si intitola La misura dell’uomo) che è poi quello che fa sempre ma in modo diverso. Scrive su due piani, in uno si muove fra ciottoli e polvere fra cene coi nani buffoni e congiure, nell’altro si muove nel presente, il divertimento sta nel non far capire al lettore, se dal passato racconta il futuro o viceversa. Per ultimo segnalo una chicca, in un romanzo che parla di enigmi, usa un gioco linguistico (che viene anche lui da lontano), facendo iniziare ogni paragrafo legandolo al precedente, vuoi con le parole vuoi con i concetti, sì, esattamente come nelle cornici concentriche o meglio ancora nel Bersaglio (quelli della Settimana Enigmistica). Prendi una cultura vastissima (e mi tengo bassa), una dose di sense of humor che sarebbe sufficiente per tre, lo studio accurato dell’argomento e un talento raro, mescola il tutto in un chimico allampanato e dall’aria stralunata et voilà mesdames e mosssieurs, lo scrittore è servito. Ah non so se vi è chiaro, ma non leggerlo sarebbe un delitto.

Berselli e le scimmie che cadono dagli alberi

No è che oggi, fra i ricordi di FB, c’era quello di una delle esperienze più assurde e gradevoli che abbia fatto. Presentare (con Massimo Sesena), il folle Berselli. E allora ho detto, ma cià che magari qualcuno non lo ha letto e gli facciamo venire la voglia.
“Anche le scimmie cadono dagli alberi” oltre al titolo di questo libro è, o almeno così ci viene raccontato, un proverbio giapponese la cui morale è che nessuno è perfetto, a tutti può succedere di sbagliare. L’errore in cui incappa Samuel è innamorarsi. Dopo una vita dedicata scientemente al cazzeggio si innamora dell’unica donna da cui dovrebbe stare lontano, il perché naturalmente si scoprirà con la lettura.
Chi pensi al Berselli di Non fare la cosa giusta potrebbe in un primo momento restare sconcertato da questo romanzo che è lontanissimo da un noir, secondo i canoni, ma nel contenuto ha una sorpresa. Ironia sarcasmo e a prima vista leggerezza sembrano i registri con cui Berselli affronta la vita di Samuel, in realtà va molto più a fondo, c’è una chiave di lettura che va oltre, che ci presenta un giovane di oggi, “vittima” della superficialità che è la cifra caratteristica del presente. C’è in questo romanzo una sorta di disincanto con cui Samuel affronta un mondo fatto di apparenze, a cui si è adattato come un camaleonte, spiazzando il lettore quando in un certo senso confessa la consapevolezza che non potrà durare per sempre. Che prima o poi dovrà adattarsi anche a diventare adulto in toto. Certamente il passaggio non sarà per forza legato alle convenzioni, forse non prevederà un matrimonio e dei figli, ma sicuramente l’abbandono di una spensieratezza che lui stesso riconosce essere una specie di corazza che si è costruito attorno. Un romanzo che per certi versi ricorda lo sguardo e il linguaggio di David Foster Wallace

I colori dell’incendio – La tavolozza di Lemaitre è pù ricca di un arcobaleno

Lo inizi e ti viene da ridere, ti sembra di essere in una sceneggiatura dei Monty Python, non è possibile che la sfiga sia così accanita. Poi ti rendi conto che stai leggendo la descrizione di una tragedia e ti chiedi come cavolo sia possibile che ti scappasse da ridere. La storia continua e vai avanti senza più pensare. Fedele al suo nome questo signore francese usa le parole come un pittore per imprimere sulla carta anzichè sulla tela, ogni sfaccettatura possibile e immaginabile dei suoi personaggi. Alcuni orribili, talmente sporchi da farti rivalutare la dignità dello scarabeo stercorario, altri profondi come abissi insondabili (che però lui riesce a sondare), altri che non riesci a inquadrare. Ma gli uni e gli altri ti attanagliano senza tregua, macini riga dopo riga facendo il tifo, diventi giudice e contemporaneamente avvocato dell’accusa e della difesa. Notevole anche lo spirito “femminista” anche se il termine non è quello giusto. Le donne sono le vere protagoniste dei romanzi di Lemaitre, ci sono tutte quelle che si possono immaginare, dalla santa alla puttana, ognuna cl suo vissuto, ognuna specchio di una parte di noi. In una parola, imperdibile.

Quando hai voglia di dire ma il tempo è tiranno – Lansdale Deaver e Crovi tutti in una volta

Ancora Hap e Leonard ancora sopra le righe, per protesta per denunciare un sistema che va avanti indisturbato da decenni, da sempre direi. Un’altra storiaccia che vede buoni e cattivi scambiarsi i ruoli senza soluzione di continuità. Personalmente sono un po’ sufa di sentir parlare di razzismo, in qualunque modo me lo raccontino, ma Lansdale riesce a farmela andar giù. Sarà perchè Leonard, sia pure (spesso), sia troppo (tutto), alla fine insieme al socio riesce a farsi perdonare.

Leggo commenti del tipo “non è più il Deaver di una volta” “troppo tecnico” e altre simili amenità, ora non posso fare la sintesi che ho in mente perchè sarebbe un clamoroso spoiler, e io non ne faccio, però facciamo così, avete presente quei disegni che ne contengono altri 8 che vedi solo se cambi prospettiva? Quelli dove vedi un vaso o due volti uno di fronte all’altro? Ecco, Il taglio di Dio (pubblicato da Rizzoli) è esattamente così, sembra una cosa e poi scopri che potrebbe essere quello ma anche qualcos’altro e alla fine quel qualcosa e anche quell’altro, sono esattamente le facce di un diamante tagliato alla perfezione, per riflettere la luce nel modo migliore possibile. Il romanzo è esattamente questo, un diamante con un taglio mai eseguito, può lasciare perplessi il primo decimo di secondo, ma i riflessi che lancia quando lo colpisce la luce è assolutamente speciale e fantastica.
Provare a spiegare chi è Luca Crovi è impresa ardua, è un giornalista è laureato in filosofia è autore di saggi è fumettista (in tutte le accezioni possibili), insomma è uno che ne sa, ne sa tante. Il perchè abbia voluto scrivere una non fiction, L’ombra del campione ispirandosi, anzi impersonando De Angelis (autore che in qualche modo subì la censura del fascismo) e scrivendo del suo personaggio, il commissario poeta De Vincenzi, va cercato forse nel suo amore per Milano, una città di cui si crede di conoscere tutto e si scopre che c”è ancora qualcosa che non si sa. Un romanzo con dentro tante storie, in primis quella di Peppino Meazza, di tanti profumi odori suoni e voci, una Storia bella (sulla capacità narrativa non c’è niente da dire, vedi biografia), che riporta indietro a una città e una società che non esiste più, ma che in fondo sarebbe bello ritrovare.