Io so chi sei

Prendi una specie di vulcano (attivo attivissimo), dalle forma di donna e lasciala agire. Molto probabilmente ti troverai davanti un esemplare di Paola Barbato. Un marito scrittore tre figlie e se non sbaglio il conto tre cani, si divide allegramente fra presentazioni saggi scolastici camice da stirare e quant’altro. Nel frattempo scrive, e pensa a cosa scrivere quando avrà finito di scrivere (che siano libri o sceneggiature di Dylan Dog l’è istess). Adesso si è inventata una roba folle; Ha scritto Io so chi sei (fra un attimo ve ne parlo) e contemporaneamente sta pubblicando sulla piattaforma Wattpad, un romanzo parallelo. Cioè un paio di protagonisti sono gli stessi, le Storie sono diverse ma per un lasso di tempo si sovrappongono, e le conclusioni (quello on line non è ancora finito), sono del tutto indipendenti. Ciononostante, leggendo uno si capiscono delle cose dell’altro e viceversa. Se non è una roba folle ditemi voi cos’è. Durissimo Io so chi sei, ma senza splatter senza sangue inutile. Una figura quella della protagonista, molto più comune di quanto sarebbe auspicabile, totalmente inetta, incapace di prendere qualunque decisione che non sia di fare quello che le viene suggerito. Ovviamente questa pochezza la mette in casini difficilmente immaginabili. In contrapposizione l’ex fidanzato (forse, probabilmente morto) e il suo entourage di personaggi marginali (nel senso che vivono ai margini). Una serie di accadimenti innescano situazioni non facilmente gestibili che la Barbato trasforma in scioltezza in un romanzo tipo millechiodi, se ti ci attacchi non lo molli. A mio modesto parere, una delle voci più potenti nel panorama della scrittura italiana

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La ragazza che chiedeva vendetta – Alex nero è pronto a scoprire la verità

Una morte accidentale di quelle che potrebbero rovinare carriere scolastiche futuro e buon nome delle famiglie. Una vita finita e la storia sembra dimenticata. Ma se noi dimentichiamo il passato lui non dimentica noi e torna in modi e tempi che non immaginiamo. Noi non li immaginiamo, ma lo fa egregiamente Pierluigi Porazzi, in libreria con il quarto romanzo che vede protagonista Alex Nero, è già tornato da un po’ a dire il vero (con un cambio di Casa Editrice) ma io ve ne parlo oggi. Un giallo bello pulito, senza protagonisti e digressioni inutili, asciutto senza essere scarno. Un autore che a mio parere meriterebbe molto più spazio nel panorama letterario italiano ma anche straniero, che sa tenere il lettore inchiodato alle pagine dosando sapientemente la narrazione i colpi di scena ed i flashback. Il romanzo si snoda a partire dall’omicidio di un chirurgo estetico e prosegue poi con degli omicidi che sembrano del tutto senza spiegazione, le ipotesi degli inquirenti diventano più inquietanti di pagina in pagina fino all’inaspettata conclusione. Le reazioni dei lettori (almeno quelle che ho sentito io, sono entusiastiche e personalmente concordo assolutamente). La ragazza che chiedeva vendetta ha diritto di avere giustizia e il modo migliore di dargliela è leggere la sua storia.

Lo stupore della notte – è tornato Piergiogio Pulixi

Sì lo so che ormai lo avete letto, è uscito da una settimana figurati se voi maniaci che frequentate questa pagina non ve lo siete bevuto divorato e qualcuno fatto in vena, ma io ve ne devo parlare lo stesso. Allora dicevamo, Pulixi lo conosciamo, è uno che col noir intimistico (di Vito Strega) o quello più spietato e pulp (di Biagio Mazzeo), o anche con quel delizioso personaggio femminile che ci ha presentato un po’ di striscio (Carla Rame), ci va a braccetto e lo porta dove vuole ma stavolta definirlo noir o thriller o comunque definirlo, sarebbe riduttivo. Una Storia tesa tesa (vi dico solo che per qualche giorno ho temuto che lo chiamassero i carabinieri o la polizia). Una Storia che insinua la paura nella mente del lettore, lo fa con una sottigliezza narrativa (che forse immagino ma è il bello dei libri), portandolo nei casermoni popolari occupati, nelle piazze che punteggiano la circonvallazione di Milano e poi via via fino alle lussuose terrazze vista Duomo o ai locali della primissima periferia. Insinua la paura dicevo, perchè in quegli appartamenti occupati, nelle moschee clandestine che abbiamo (noi che a Milano ci viviamo), sotto casa, il più delle volte senza saperlo, agli immigrati musulmani integrati, si mescolano uomini e donne che odiano in silenzio, che aspettano solo il momento di poter sterminare quella gente che ha prodotto e venduto le bombe che hanno straziato i loro figli, fratelli, vicini di casa. Una paura che Rosa Lopez, dirigente dell’antiterrorismo tenta di arginare, agendo nel silenzio come fa il nemico, una donna che chi ha già conosciuto non dimenticherà e chi ancora non la conosce, non potrà fare a meno di amare. Il romanzo, perchè questo è, lo ripeto, un romanzo a tutto tondo, mi ha fatto pensare ad autori come Forsyth Ludlum Follett, quelli dello Sciacallo per capirci, quelli che ti tenevano inchiodato. Lo so che molti non sanno di chi sto parlando, avete ragione (si fa per dire), è roba vecchia, ma è di quella che a distanza di venti trent’anni, chiunque ami la lettura riconosce come classici in ogni parte del mondo. Niente, mi fermo qui perchè dovrei parlarvi del Lovers Hotel, di una storiaccia legata alla ‘ndrangheta e della favolosa play list creata per accompagnare il romanzo, che non è una novità, lo hanno già fatto Carlotto, in qualche modo de Giovanni e Michael Connelly, ma rimane una gran figata. PS, per ascoltarla andate su spotifay e cercate #Lostoporedellanotte volendo esagerare, potreste anche stappare una Lopez

La borsa (come un oggetto comune può diventare un’arma micidiale)

Le chiavi di casa, quelle dell’auto il cellulare e il pupazzetto del figlio. Poi i documenti il portafoglio le carte di credito, una piccola trousse col necessario per il trucco, le ballerine per scendere finalmente dai tacchi. Una vita insomma, nella borsa di una donna in linea di massima si trova di tutto, non nella borsa che si trascina stancamente Anne Marie Caravelle. Lei vive più o meno per strada da una vita, la sua breve maledetta vita. Partorita da una madre che non l’ha mai guardata nè toccata, l’ha cresciuta una vicina che per una contorta forma d’amore e di possesso l’ha tenuta nascosta, isolata da un mondo che intuiva confusamente esistere. Un romanzo durissimo questo di Solène Bakowski, nero, spietato e terribile. La vita di Anne Marie è tutta in quella borsa, letteralmente. La sua storia i suoi sentimenti, confusi inadeguati malati eppure così normali nella loro straordinarietà. Un romanzo da non perdere assolutamente per tante ragioni. Perchè usa un linguaggio secco e dolce allo stesso tempo, che può ricordare Carrere e Lemaitre, perchè parla donne nelle loro innumerevoli sfaccettature, perchè è una storia che potrebbe nascere e svilupparsi dietro la porta dei nostri dirimpettai. Ottima intuizione di una casa editrice (le assassine) nuova e tutta al femminile, che ha scelto una linea editoriale innovativa coraggiosa e al momento decisamente riuscita.

L’ombra di Pietra –

Ci sono poche cose più piacevoli che ascoltare un uomo innamorato. Innamorato del suo lavoro della sua donna della sua città e più in generale della vita. Ecco l’idea che mi sono fatta incontrando Lorenzo Beccati, è stata che lui sia così, che ami profondamente quello che racconta e fa. Tutto rigorosamente documentato (anche se per ovvie ragioni un po’ romanzato). Questa passione emerge prepotente dalle pagine de L’ombra di Pietra, un romanzo che senza intenzione – almeno credo – è femminista senza se e senza ma, in tempi di #metoo, mi sembra un gran punto a favore. Le Storie di una donna che senza proclami e senza apparire, anzi tenendo quel che si dice un profilo più basso possibile, usa la sua intelligenza e quel tanto di furbizia, per guadagnarsi la vita in un periodo storico, siamo all’inizio del ‘600, in cui le donne, salvo rari casi, erano fattrici o tutt’al più un grazioso ornamento. La trama gialla – che per me è sempre secondaria rispetto ad altre cose – è comunque sviluppata ottimamente, il lavoro di deduzione di Pietra, niente di magico o trascendentale nonostante l’uso di una bacchetta da rabdomante, è acuto come quello di un’antica miss Marple, esattamente come la sua profonda conoscenza dell’animo umano. I personaggi sono cesellati con precisione così come la città che non a caso è detta La superba. Se amate i gialli o i romanzi storici, se vi piacciono i romanzi scritti bene, se vi piace scoprire che le cose non sono sempre quello che sembrano (questo è uno spoiler ma non lo potete capire senza leggervi il libro) (bastarda dentro), insomma dopo tutti sti se, non avete ancora deciso? Hop hop. Fra un po’ aggiungerò il link all’intervista, quella su Mangialibri dove trovate anche le recensioni serie (sì miscredenti, faccio anche quelle)

Non si uccide per amore – Lo scrive Rosa Teruzzi e io le credo

Vi ricordate le tre donne del casello? Tre generazioni dello stesso sangue che almeno ad un primo incontro, non potrebbero essere più diverse. Iole è una figlia dei fiori con una certa avversione per la biancheria intima, grazie allo yoga e ad una mente molto aperta (non in senso ironico ma reale), dei suoi settant’anni se ne sente addosso almeno 40 in meno. Libera omen nomen nella mente di Jole, in realtà è cresciuta in realtà con dei “valori” un po’ diversi, più tradizionali (anche se basati sulla assoluta libertà di tutti). Infine Vitttoria, dura e pura nei primi due romanzi, qui ci mostra che in fondo la genetica non è un’opinione. Per farvi un breve ma breve riassunto, il marito di Libera e padre di Vittoria, è stato ucciso. Era un poliziotto e sia pure non in azione, la pallottola fatale è stata sparata da qualcuno che doveva incontrare per un’indagine. Qualcuno che gli aveva dato appuntamento con un biglietto, qualcuno che ha tradito. L’istinto “poliziesco” di Libera – vedi volumi precedenti – questa volta è spinto dalla necessità di capire chi sia il traditore, lo deve capire per fare pace con se stessa e riprendere la sua vita, andare finalmente oltre perchè no, anche con un nuovo amore. Rosa Teruzzi riesce ancora a portare avanti una storia senza banalizzarla, le tre donne prendono contorni diversi e come quasi sempre accade, i tratti dell’una si intersecano con quelli dell’altra prendendo ciascuna quello che manca. Iole sempre mantenendo la sua apparente svagatezza ha delle ottime idee e supporta Libera che a sua volta sembra prendere un po’ della pazzia della madre e Vittoria, bè, Vittoria fa un po’ storia a se sorprendendo tutti. Quello che sembrava partire come una cosa conclusiva, apre in realtà la strada a tante nuove e presumibilmente interessanti svolte. Quanto al titolo, perchè non è che siano messi a caso, potrebbe far pensare ad un qualche riferimento al femminicidio (tema che ormai si tende ad infilare ovunque) e invece la sciura Teruzzi, che nella Nera ci vive tutti i giorni, ci presenta la questione sotto tutt’altra luce. Sapete che non è mia abitudine gridare al miracolo e ai capolavori, ma di sicuro questo giallo è scritto bene, proprio nel senso che l’autrice sa scrivere, con una trama molto ma molto ben pensata e con il consueto garbo che è cifra di Rosa.

Mio caro serial Killer – Ti (DE)scrivo così mi distraggo un po’

L’abbiamo letta nelle ormai mitiche raccolte a tema di Sellerio, ma un romanzo tutto intero mancava da un po’. A memoria credo un lustro poco più poco meno; Alicia Gimenez Bartlett ci regala una Petra Delicado che personalmente ho trovato un po’ cambiata, in meglio se posso dire la mia (e voglio vedere chi ha il coraggio dire che non posso).
La trama lo sapete già che non sto a raccontarvela, vi dico giusto che per la prima volta, come forse si evince dal titolo, l’ispettore Delicado si trova ad affrontare un serial killer. Lo fa ovviamente con il fido Fermìn Garzòn e l’ingerenza, o almeno così la vivono inizialmente, di un giovane ispettore dei Mossos, tale Roberto Fraile. Vuoi perchè in qualche modo l’ispettore prende il comando della situazione, vuoi che si sente spodestata da un uomo con almeno una ventina d’anni meno di lei e che per giunta adotta la tecnica dei profiler, che contrasta con il buon vecchio metodo a cui lei e Garzon sono abituati, vuoi che l’idea di un serial killer la disturba molto più di un semplice assassino, le indagini partono quasi con un muro contro muro. Sarà la tecnica di Roberto che si fa portare gli hamburger in ufficio, e spulcia nei computers e nei tabulati o saranno le intuizioni della coppia Delgado- Garzon, che perlopiù arrivano fra una tapas e una birretta, a dare la svolta? Questo ve lo scoprite da soli.
Io nel frattempo vi racconto di questa donna che improvvisamente vede nello specchio una cinquantenne con la sua faccia e si chiede se sia un incantesimo malefico o cosa. A questa ignobile scoperta, Petra reagisce con insolita leggerezza, concedendosi una benefica sosta al centro estetico. L’ho trovata cambiata dicevo, nonostante il caso sia parecchio tosto (ma si sa che la Bartlett, un donnino delizioso e dolcissimo, può raccontare cose trucissime), a dispetto di quello scherzo crudele giocatole dallo specchio, è come alleggerita, per carità, non che sia mai stata pesante, ma ha sempre avuto, o almeno io ce l’ho sempre trovata, una certa severità che qui ho percepito mitigata. Le schermaglie verbali con Garzòn, forse per reazione all’invasore che sembra essere tutto d’un pezzo, mi sono sembrate più simili a sciabolate che a duelli in punta di fioretto. Mi è parso che anche il rapporto familiare abbia beneficiato di questa maturazione (perchè poi alla fine di questo eventualmente si tratta), certo che anche la suocera e i figli vogliano partecipare alle indagini e quasi ci riescano, non mi pare fosse mai successo. Se non lo avete ancora fatto leggetelo, se potete venite al Salone per ascoltarla di persona, in ogni caso godetevela perchè autrici che scrivono ottimi gialli, facendoci anche ridere e pensare, non ce ne sono poi tantissime.