Le due teste del tiranno

Hai voglia di qualcosa di buono da leggere e il tuo Ambrogio mentale ti sussurra che hai lì un Malvaldi ancora in attesa. Detto fatto accendi il reader e ti appresti. Hai letto distrattamente che c’è un sottotitolo, ma siccome quell’uomo lì ha una scrittura che adori, ci fai caso tra il sì e il no. A pagina 2 l’incipit è: la matematica è rivoluzionaria, ti fermi un attimo, conscia che il tuo rapporto con la stessa non è mai stato propriamente idilliaco e torni indietro. Sottotitolo: metodi matematici per la libertà. Vabbè cazzo, ma è Malvaldi, spiegherà cose complicatissime in maniera semplice. Ciaone proprio. Poi inizi e puoi non farti catturare dal Numero di Rapunzel? (per chi fosse interessato serve a capire come ti staranno i capelli (sì ok è un po’ più complicato di così ma accontentatevi), tramite un’equazione. Ecco indipendentemente dal tuo amore per la matematica è comunque un’argomento che ti prende no? Poi scopri che sono stati fatti degli studi – che hanno vinto l’IG Nobel Prize- di cui non solo non avresti mai pensato potessero esistere, ma che ti lasciano basita per l’apparente inutilità. Comunque riga dopo riga sei sempre più affascinata dalle teorie dai teoremi dalle equazioni sempre più complicate. Vai avanti impavida perchè sei cresciuta a pane e Gaber, e quindi sai che anche se ti sembra tutto complicatissimo, poi si semplifica. Non è vero, ne sei cosciente e volutamente lo ignori, ma sono talmente accattivanti la leggerezza (e la competenza) con cui il nostro eroe spiega le cose, che prosegui fino all’ultima pagina con una domanda e una certezza. La domanda è: ma dove cavolo ero durante le lezioni di matematica, passi per elementari e medie, ma alle superiori qualcosa mi avranno ben spiegato, possibile che non ricordi niente? Sarà l’età. La certezza è che la tua autostima è ormai scesa a livello di un ipogeo e allegramente conscia della tua manifesta e abissale ignoranza, sei felice di aver letto questo libro perchè ti sei goduta un piatto gourmet servito da uno chef d’eccezione, che non ti ha neanche fatto ingrassare.

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Ancora noir – Ancora due donne Cecilia Lavopa e Valentina Ferri

Altre due segnalazioni di un certo livello, la prima è una blogger che tutti, o almeno chi frequenta questi lidi in particolare e l’ambiente giallo noir in generale, conoscete. Cecilia Lavopa Una fra e donne più dolci che conosco, che zitta zitta, dopo aver recensito il mondo, aver creato Contorni di noir, moderato incontri e presentato autori, ha pubblicato con I buoni cugini editore, Noir all’improvviso. Quindici racconti, che come diciamo sempre sono forse più difficili da scrivere di un romanzo. Quindici piccole (nel senso di corte), storie che fotografano situazioni apparentemente normali che come da titolo si trasformano in improvvisamente in incubi noir. Buoni, maledettamente buoni per usare un’espressione americana. Stilettate senza pietà, che danno la misura di quanto e quanto bene Cecilia abbia introiettato il genere e talentuosamente lo dimostra.
Si cambia giostra con Valentina Ferri che ci porta in un mondo quasi fatato, quello della mente di Lily Bells, una signora diciamo particolare. Non siamo in zona capolavoro ma piacevole sorpresa, un tourbillon di discorsi sbalestrati e abitudini a dir poco bizzarre che girano intorno ad un efferato omicidio, rendendolo leggero, non c’è un’indagine non c’è un investigatore ma le stranezze di lily, quei sogni che lei è convinta siano vere e proprie bilocazioni, faranno da tramite perchè giustizia sia fatta.
Due generi diversissimi, due autrici diversissime che portano per strade differenti ad indagare l’orrore dell’animo umano.

Fate il vostro gioco che subito dopo Rien ne va plus

Un croupier d’eccezione il nostro Manzini, senza entrare in dettagli su bozze pronte strategie editoriali eccetera, di cui alla fine ci frega poco, resta il fatto che a strettissimo giro di posta, anzi di roulette direi, et voilà, il finale di Fate il vostro gioco è nelle nostre librerie e nei nostri readers. Lo so che ve lo dico spesso parlando di un numero ristretto di autori, ma diamine, sarà mica colpa mia se questi invece di scrivere dei romanzi normali ci piazzano dei carichi da 11 ad ogni uscita. Alla prima presentazione il Manzini ci ha subito tolto le illusioni, Rocco, il nostro amato vicequestore, non sta affatto diventando buono, si sta adattando a quello che ha intorno, come un cane da guardia che finalmente ha capito che il postino non è un ladro testardo, ha smesso di ringhiare, ma non significa che sia diventato suo amico. Ecco che allora comincia a “interessarsi” della vita di chi gli sta intorno, regalandoci delle perle di rara luminescenza quando ci descrive le traversie amorose di Casella e Dintino (lo so, ma daltronde si innamorano anche i rospi e gli scorfani, perchè non loro?), momenti di tenerezza involontaria nei dialoghi con Gabriele e tanto tanto altro. Vi risparmio l’aulica reazione di Rocco alla maestosità delle Alpi e non vi dico niente di come si fa a far scomparire nel nulla un furgone portavalori, non vi parlo nemmeno della nascente liaison, in fin dei conti stiamo parlando di un giallo no?

Fine d’anno di donne – Annie Haynes e Mariolina Venezia

Ultimo giorno dell’anno e lo chiudiamo con due letture che personalmente non mi hanno esaltata, ma mi sento comunque di consigliare. (Sono orrendamente consapevole del mio essere pignola e rompina, e scusate se me la tiro, ma una che fa recensioni deve essere in grado di distinguere il suo gusto personale dall’oggettivo valore di un libro). Dunque dicevamo, due donne, due gialli completamente diversi fra loro, entrambi da leggere.
Il primo, Chi ha ucciso Charmian Karslake, è della collana vintage, un ripescaggio che le Edizioni Le Assassine ha scelto con cura, l’autrice è dei primi del secolo scorso, contemporanea di zia Agatha, non ha avuto lo stesso successo, ma per chi ama il giallo classico e le ambientazioni d’epoca è assolutamente godibile. Protagoniste le donne (come da “statuto” della Casa Editrice), è una lettura distensiva, senza grossi colpi di scena all’inizio ma che nella seconda parte si palesano e sono anche belli potenti. Non cruento e molto basato sulle deduzioni e sulle capacità dell’ispettore che si occupa di scovare il colpevole, mettendosi di traverso a quella piccola nobiltà che nell’Inghilterra dell’epoca la faceva da padrone.
Diverso il discorso per Mariolina Venezia, donna del suo tempo che ci racconta di quel che accade in Rione serra venerdì e di Imma Tataranni, un PM tutto di un pezzo (un pezzo piccolo a onor del vero vista la scarsa altezza della suddetta), ma un pezzo d’acciaio almeno all’apparenza. Il giallo c’è tutto, ma la forza di questi romanzi è tutta nella protagonista e nella città. Matera, città di cui la maggior parte degli italiani sapeva solo che era in Basilicata e c’erano i Sassi, e adesso la troviamo Capitale Europea della Cultura per il nuovo anno. Leggendo questo romanzo (colpevolmente il primo dell’autrice che ho letto), ho trovato una donna, la PM appunto, che è un concentrato di tutto quello che si pensa di una donna del sud – attenzione, gli stereotipi non sono sempre una cosa negativa – Una donna che ha studiato che è figlia del suo tempo ma che ha un legame fortissimo con la sua terra, le tradizioni (almeno quelle culinarie) e un forte senso della famiglia e della giustizia senza sottrarsi alla vita di una donna dei giorni nostri. Insomma due romanzi che vale la pena mettere sul comodino e prendere per mano quando si hanno un paio d’ore da dedicare alla lettura, certi di passarle in modo soddisfacente

Ve ne dico un po’ che poi voi scegliete con calma

Dice nei paesini cosa vuoi che succeda, e invece poi scorrendo la cronaca dei giornali scopri che ne succedono di ogni, e lo stesso accadeva negli anni passati, quando in teoria… La Rambaldi ci porta nel piccolo mondo di Brisa, che in emiliano è una negazione, un non, e che vista la frequenza con cui lo usa, è diventato il soprannome con cui tutti la conoscono. Un mondo antico (anche se parliamo solo del secolo scorso) in cui una ragazza alta con un accenno di baffi e un’eterocromia, viene indicata come la Stria. Una ragazza che nessuno corteggia perchè tutti ne hanno paura, una che sta sempre zitta e accondiscende a quello che dicono padre e fratello maggiore. Vabbè ma se parliamo solo di Brisa e il giallo dov’è? C’è c’è, un noir cattivo a sufficienza in cui Brisa sarà la chiave, di un mucchio di porte.
Neal Carey ha accettato un incarico un po’ particolare per un detective, ma Karen sta cominciando a parlare di un bambino, gli Amici di Famiglia non si possono deludere, la gratitudine non è morta dovunque, e poi non sembra così difficile occuparsi di un tenero vecchietto. Non sembra, ma il nonnetto ha qualche scheletro nell’armadio e l’incarico si rivelerà tutt’altro che semplice. Se poi la storia la racconta Don Wislow in questo Palm Desert, con la sua prosa asciutta ma perfetta, il divertimento del lettore è garantito.
C’è un altro autore con i controcosi (lo sapete che non dico parolacce, non qui perlomeno), che a dicembre ci mette sotto l’albero la Paura. E sì, come la metti la metti Carrisi ti inquieta. Il gioco del Suggeritore lascia delle inquietudini che ti si instillano nel cervello e poi quando accendi il PC o lo smartphone ti saltano fuori e ti fanno tentennare, hai voglia a leggere gialli e noir, l’unica figlia del buio capace di fare luce e ancora e sempre Mila Vasquez.
Per oggi dalla regia è tutto, mi rendo conto che è poco ma si avvicinano le feste anche qui, e devo stare attenta a preparare veleni mortali e antidoti assolutamente sicuri.

Il delitto di Kolymbetra – Un Sellerio al giorno leva il malumore di torno

Lamanna e Piccionello, praticamente una coppia di fatto (col beneplacito di Suleima, legittima fidanzata di Lamanna) ci scarrozzano su e giù per la penisola. Per tutta una storia complicata, la colpa è comunque di Zuck e faccialibro, si trovano a Milano, un vernissage di una galleria all’Isola. Così Saverio e Suleima possono anche vedersi, che per due fidanzati è sempre una bella cosa. Forse le coincidenze non esistono, ma neanche un terrapiattista potrebbe pensare a una serie così perfetta di incastri. Un’offerta di lavoro per l’ex portavoce ministeriale si incastra con un lavoro della sua bella architetta e con la consegna di denaro ad una coppia dello smisurato (in realtà siamo intorno al centinaio), clan dei Piccionello, marito e moglie “quasi scomparsi”. In tutto ciò, nella splendida cornice dei giardini di Kolymbetra, si consuma anche un omicidio di cui si occupa una vecchia conoscenza dei nostri eroi. Mica male eh. Il perchè e il percome, as usual, li scoprite leggendo questo secondo romanzo di Savatteri. Giornalista televisivo, saggista e un romanziere, a chi lo abbia visto (per esempio al Salone di Torino), in compagnia dei suoi sodali, vengono in mente altre descrizioni, ma qui siamo seri e non le diremo. Il plot giallo è perfetto ma quello caratterizza il racconto è il continuo intersecarsi di Lamanna con Savatteri che gli da voce. O forse è Savatteri che si insinua in Lamanna, rimane il fatto che l’uno esprime i pensieri dell’altro con sapienza e ironia. Potrei addentrarmi nell’amore disincantato per la Sicilia azzardando paragoni coi Padri nobili, ma per questo ci sono quelli che fanno le recensioni e le analisi, io mi limito a prendere atto dell’ironia che Savatteri canalizza nello sfottò dei “difetti”, delle peculiarità isolane, potrei parlarvi del mare di Màkari, da cui se non ho capito male si vedono le Egadi (non fidatevi che ho finito le scuole da troppo tempo), dello splendore della Valle dei Templi (di cui il giardino di Kolymbetra è una gemma) o ancora soffermarmi sullo scempio che è stato fatto nel Bèlice. Ma anche qui, lascio ai professionisti il compito. Io dico solo che chi non lo legge non sa cosa si perde, in termini di bella scrittura, di trame ben tessute e di risate, grasse sane risate alternate a più discreti sorrisi. Perchè i librini blu, hanno sempre un perchè, un gran bel perchè.

Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone

Il vuoto per definizione tende a riempirsi, ogni elemento è incline ad espandersi ed occupare lo spazio vuoto. Vale anche nella vita, per gli esseri umani, quando qualcuno ci lascia tentiamo di “sostituirlo/a” velocemente. Ma ci sono vuoti che per quanta roba ci si metta restano devastanti, ci sono vuoti che straziano. Avendo deciso di fare un blog che parla di libri, mi sento in dovere, di scriverne, ma con de Giovanni è sempre più difficile. Cosa vi dico? Che è come sempre eccezionale? Che una volta di più, l’ennesima, ha scritto un romanzo di una cattiveria che non posso definire inaudita solo a causa della cronaca che è ogni giorno più crudele? Eppure come ogni santa volta, te ne accorgi dopo, quando lo hai finito e quel che hai letto è sedimentato. Solo allora realizzi l’enormità di quello che hai letto. Perchè mentre lo leggi ti cattura ad ogni riga, stai in guardia per capire se ti puoi fidare della Rossa (chi è lo scoprite poi da soli eh), ti emozioni e ti inorgoglisci per Aragona, che è balordo ingenuo buffo, ma non stupido e ha un cuore grande. Mentre giri una pagina dopo l’altra ti appassioni e ti ritrovi esattamente dove eri rimasto un anno fa, quando hai chiuso Souvenir con un groppo in gola che è rimasto lì un pezzo e non segui l’indagine, no, bevi avidamente parola dopo parola, riga dopo riga per la necessità di sapere se lui sarà, se lei, se ancora lei, se loro due… de Giovanni dipinge sentimenti, usa tutti i colori, primari e terziari tirandone fuori delle cose bellissime, che in mancanza di altre parole chiamiamo romanzi. E siccome nulla è per caso, mi è capitata sotto gli occhi questa citazione. Con i Bastardi compresi nella gente e aggiungendo qualche sana risata, direi che Dostoesvskij ha detto tutto.

“E tutti si osservano e si saggiano a vicenda con occhi curiosi. Ne viene fuori una sorta di confessione generale. La gente si racconta, si descrive minuziosamente, si analizza davanti al mondo intero, spesso con dolore e sofferenza”..

Fedor Dostoesvskij – 1847