Sapessi com’è strano, girare in sedia a rotelle, per Milano

Martedì pomeriggio, intorno alle 18, ora di punta direi. Alla fermata McMahon Monteceneri (per i non milanesi siamo nella primissima periferia, il tram 12 (uno dei due che portano all’ospedale Sacco), si ferma senza un motivo apparente, pochi minuti e il mistero è svelato. Una signora, Chiara (non ho ritenuto di chiedere le generalità complete), in sedia a rotelle vorrebbe salire sul tram, per andare a casa suppongo, la fermata è predisposta per la pedana ma, eh sì un ma ci doveva essere, il conduttore del tram non ha in dotazione l’elenco delle fermate autorizzate (ovviamente è una questione di spazi se le fermate lo siano o no e già qui potremmo aprire una parentesi infinita ma transeat). Giustamente chiama in centrale per sapere se la fermata dove deve scendere Chiara è agibile o meno. Non lo sanno e richiameranno. Tic tac tic tac, i minuti passano i passeggeri si spazientiscono. Finalmente richiamano e no, la fermata non è abilitata ma dopo qualche altro minuto (lo so parliamo di minuti ma far le ore è un attimo), decidono che Chiara potrà scendere alla fermata successiva dove lo spazio c’è.Bene ma non benissimo, perché la pedana, evidentemente mai usata, non scende. Potete immaginare l’imbarazzo di Chiara? Perché se quattro o cinque persone ovviamente solidarizzano e le dicono di non preoccuparsi, il pirla che fa polemica non poteva mancare. Ignorato il pirla si cerca di far funzionare la pedana, arriva un altro tram il cui conducente scende ad aiutare ma ahinoi si rompe un cavetto fondamentale e la pedana non si può utilizzare. Tutto ‘sto pippone per dirvi che noi passeggeri abbiamo “perso” venti minuti, Chiara per fortuna sarà salita, o almeno spero, sulla vettura che seguiva e sarà arrivata a casa, ma io non potevo non fare una riflessione. Se il Comune di Milano Continua a leggere “Sapessi com’è strano, girare in sedia a rotelle, per Milano”

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Correva l’anno 2012 – Consapevolezza si potrebbe chiamare

Ciao mia dolce amica, inseparabile credevo, compagna di viaggio. Da sempre al mio fianco senza mancarmi mai, giorno o notte che fosse, estate o inverno. Pronta a farmi sorridere se mi veniva da piangere a cazziarmi senza la minima pietà quando ne facevo una delle mie.
Che bello rivederti amica mia, anche se non sei qui. Noi due bambine io che facevo solenni dichiarazioni e tu che mentre gli adulti ridevano, mi sostenevi sottovoce. Mi davi ragione e mi dicevi che non capivano. Io abbozzavo forte del tuo sostegno, e facevo lo stesso con te. Insieme pensavamo che nulla ci avrebbe fermato, e forse era così davvero, fatto salvo quel qualcosa che chiamano destino.
Ti rivedo poco più che adolescente, alta impunita e impudente, non camminavi mica; incedevi su quegli assurdi tacchi che ti rendevano una specie di giraffa, che sarebbero stati ridicoli su molte altre donne, ma che tu portavi come se avessi i piedi tacco 12. E andavi incurante delle occhiate invidiose, col culo a cui mancava la parola, che ondeggiava impavido, i lunghi capelli che ogni tanto spostavi scuotendo la testa, con violenza, perché erano pesanti. E la gente si spostava per farti passare, una specie di Mosè in minigonna. Ti rivedo smorzare con un sorriso malizioso, o forse solo divertito, le intemperanze di un povero cristo che per guardare le tue gambe che uscivano dalla minigonna ha tamponato, e il tamponato che resta lì a guardarle anche lui come un pirla, e tu che te ne vai lasciandoli a guardare.
E mi ricordo le notti che hai passato a consolare qualcuno, incurante del fatto che il tuo cuore fosse a pezzi, non ci credeva nessuno che tu potessi essere così fragile e così forte al tempo stesso. No vabbè, io lo sapevo e guardavo con timore a quella tua aria sfacciata, a quel tuo rassicurare tutti, a perdonare e sminuire qualunque cosa ti avessero fatto, quel tuo chiudere porte e finestre in attesa che passasse la bufera. Ti hanno rovesciato addosso di tutto, e in così pochi abbiamo visto le tue lacrime. E chi le ha viste non le ha comunque comprese fino in fondo. Quasi tutti quando tentavi di parlare del tuo magone del tuo dolore della tua paura, finivano per riportare il discorso su di se, e mi ricordo quanto ti mandava in bestia. Perché tu eri diversa. Riportare il discorso su di te serviva solo quando l’esempio da portare era un incoraggiamento; credo di non averti mai sentito dire a qualcuno : ”e anch’io”. No, sempre pronta a dare un supporto un aiuto una parola. O al limite ad aprire le braccia e consolare, anche chi ti aveva fatto del male.
Ti rivedo amica mia, dritta come un fuso sul cavallo, o con la faccia di tolla a entrare dove non avresti dovuto o potuto, e con quel tuo sorriso un po’ sghembo non c’era porta che restasse chiusa. E non hai esitato a far aprire anche l’ultima, sebbene non sapessi cosa c’era dietro
Per non parlare dei tuoi amori strampalati, quelli su cui ridevi con tutti tranne con me. E non sai quanto mi rammarico per chi non ti ha conosciuta o voluta conoscere, per chi ti ha usato senza rendersi conto di chi tu fossi. Senza sapere a cosa stavano rinunciando. Oh se ne sono accorti poi, ma sempre dopo averti strappato un ulteriore pezzetto di cuore, dopo averti messo un altro sacco sulle spalle, senza sapere quanto peso stavano già portando, perché tu quel peso non lo hai mai mostrato per quello che era. Lo so ci hai provato in tutti i modi che conoscevi. Ma forse tu e il mondo non parlavate la stessa lingua. O più semplicemente era più facile stare ad ascoltarti mentre rassicuravi tutti, e dio sa se non ho visto nei tuoi occhi lo sgomento quando hai capito che non ci sarebbe stato nessuno che ti avrebbe teso una mano. No per carità, non è un J’accuse, forse non si è capito davvero cosa stavi chiedendo. O forse nessuno è stato abbastanza forte da ammettere di non poterti tendere la mano. Ma non posso accusare il mondo per quello che è.
E poi non lo so cosa ti è accaduto. Forse è l’unica cosa di cui non abbiamo mai parlato. Ho visto credo unica testimone, la paura diventare più forte di te. Il tuo coraggio scemare poco a poco, la tua sicurezza diventare insicurezza. Le spalle che non stavano più dritte, un leggero incurvarsi come sotto un peso, quando pensavi che nessuno ti stesse prestando attenzione, quando la stanchezza ti cadeva addosso tutta insieme. E sola so il dolore che mi dava non poterti aiutare, non essere capace di sollevarti come tu hai fatto tante volte con me. Non essere capace come facevi tu di alleggerire ogni cosa; riportare tutto ad una dimensione che fosse affrontabile. Non sai quanto mi pesa non essere riuscita a farti ridere, ad asciugare le tue lacrime a trasformarle in un sorriso come tu facevi con me.
E non parliamo della rabbia, la rabbia nel vedere i cavalieri senza macchia partire lancia in resta per difenderti, ma solo dalle cose da cui ti difendevi benissimo da sola, contro i draghi che tu non riuscivi a combattere hanno alzato le bandiere bianche più improbabili. Oh mi ci metto anch’io fra quelli che hanno alzato bandiera bianca, e fra i destinatari della rabbia. Anzi contro di me raddoppio la dose, perché se gli altri avevano la scusa dell’improbabilità delle tue “battaglie” io no. Io sapevo esattamente quanto fossero dolorose per quanto improbabili.
Non mi resta che arrendermi alla tua assenza, alla tua “scomparsa” e posso solo sperare che sarai indulgente, che capirai, come hai sempre fatto. Che mi perdonerai per essermi arresa al pari degli altri. Ma d’altra parte hai sempre perdonato e giustificato, lo farai anche stavolta vero?
Addio mia splendida amica, spero di ritrovarti prima o poi, in quello che mi hai dato, che mi hai insegnato che in tanti anni insieme mi hai trasmesso. Spero di ritrovare quel tuo sorriso che non era mai solo con la bocca, quel sorriso che avevi negli occhi e nel cuore. Non mi lascerai mai del tutto lo so, ma non averti al mio fianco mi fa più povera e più sola.

Io il sangue e lo star bene

Avete mai sentito le persone che fanno beneficenza o volontariato, dire che è una cosa che fa star bene? Ecco la stessa cosa succede quando vai a donare il sangue. Mi ricordo ancora l’emozione di quando ho cominciato, già da anni accompagnavo il mio babbo e mi piaceva vedere quelle facce sorridenti, sapevo di volerlo fare anch’io. Allo scoccare dei 18 anni ho fatto la mia prima donazione, coccolata tenuta in palmo di mano (sono uno 0 negativo), e gratificata. Sapevo che quella sacca che a me non costava nulla dare, per qualcuno faceva la differenza, a volte addirittura fra la vita e la morte. Sì è una specie di senso di onnipotenza. Appena arrivata a Milano, una delle prime cose che ho fatto è stata cercare in quale ospedale andare a fare le donazioni, il Policlinico era perfetto. 9 anni senza un problema, poi mi sono spostata a Reggio Emilia e non ho avuto il tempo di andare, ma vabbè, pazienza. Ho fatto una donazione estemporanea a Napoli, nel 2015, c’era il pulmino e prima di entrare a Santa Chiara mi son fermata, tutto perfetto, mi hanno mandato gli esami con tanti ringraziamenti per la donazione fatta. Poi sono tornata a Milano e volevo ricominciare, ahimè, mi è sorto un problema di ipertensione (con relativa terapia che secondo i protocolli del policlinico non era compatibile), ovviamente ci son rimasta male, ma la salute viene prima di tutto e me ne sono fatta una ragione. Poi mi hanno cambiato terapia e ho chiamato per verificare, questa era compatibile e siamo partiti con gli esami di idoneità. Un problema di globuli bianchi alti (documentato dal 2007) e mai ritenuto un problema, è diventato un possibile linfoma. Potete immaginare l’ansia di sentirsi dire che mi stavano già aspettando in reparto per il prelievo del midollo? Per fortuna gli altri esami lo hanno escluso ma la dottoressa, di cui sono fortemente indecisa se fare il nome, ha deciso che siccome sono una fumatrice, nonostante riscontrasse l’assoluta mancanza di patologie, ha continuato ad escludermi. Oggi ho trovato un altro medico, più anziano della spocchiosa signorina, che alle mie rimostranze fra l’altro, mi ha accusata di aver voluto approfittare della sanità facendo una caterva di esami anche molto costosi, questo medico ha guardato gli esami degli ultimi anni, mi ha visitata e fatto un’anamnesi coi fiocchi, mi ha detto gentilmente che se riesco a smettere di fumare è meglio (sapendo che stava dicendo un di più, lo so benissimo da sola) e poi mandandomi a fare il prelievo e la donazione. Io non so chi avrà bisogno della mia sacca, se un bianco un nero un latino, un tossico o uno che è stato coinvolto in un incidente, una persona per bene o un delinquente, non lo so e non mi interessa, il sangue è vita e se puoi dare un pezzetto di vita a chiunque, lo fai, è un dovere, è un piacere.  Mi è arrivato un messaggio in pvt, da una persona che a volte ha bisogno di sangue, un’amica, non avrà mai il mio perché siamo in città diverse, ma quel grazie è il più bel vaffanculo che potesse arrivare alla giovane spocchiosa dottoressa, mi auguro che non abbia mai bisogno, né lei né un suo caro, ma il vaffanculo resta, con tutto il cuore.

Potrei esimermi, ma perché? Il mio saluto a Paolo Villaggio

Avrei potuto anche fare a meno di scrivere queste due righe, ma tanto che mi frega, se ne avete voglia le leggete altrimenti fate a meno. Ho incontrato Villaggio un paio di volte, a pelle risultava scostante, poi lo ascoltavi e capivi che in fondo era quello che voleva sembrare (o era, certamente io non lo saprò mai e poco mi importa francamente). Faceva ridere? Non lo so, non credo fosse quello il suo intento, certo la risata amara te la strappava per forza, ma ad avere voglia di andare appena un pelo oltre credo che il suo fosse il “disprezzo” di chi sa o pensa di essere in qualche modo diverso, forse migliore o forse no, ma di sicuro diverso. Era uno che non aveva paura di dire pubblicamente quello che la maggior parte della gente dice solo a pochissimi intimi. Potrete ripetermelo mille volte che per voi un handicappato è uguale a voi, non vi crederò mai, so praticamente con certezza che nell’intimità dei vostri nuclei familiari o amicali, il cieco o quello in carrozzina, sarà comunque uno che vi passa davanti nella fila, attenzione, questo non significa che non gli portiate lo stesso rispetto che portate agli altri, ma è umano che sia così. Lui aveva il coraggio di dirlo, ammetteva (non so quanto compiacendosi dello “scandalo”) di essere una carogna, uno che a suo tempo insieme a Faber tirava i sassi al frocio, di dire che i gay hanno un’anomalia genetica, e non avete idea di quante persone pensino e dicano le stesse cose in privato, salvo poi dire che il matrimonio gay è un diritto sacrosanto. Paolo Villaggio non era uno qualunque, è stato uno che ha scritto una quindicina di libri, non solo quelli di Fantozzi, ha lavorato con i più grandi, è stato un grande. Anche nel suo essere volutamente o no, stronzo, anche nel suo essere diverso. Quindi grazie per quanto mi riguarda, e adesso vadi ragioniere e non facci caso a quello che diranno di lei.

Torino Milano 1 a 1 palla al centro, ovvero lunga vita alle cose belle

Una premessa è doverosa, vado al #SalTo da anni e per me è casa, nel senso più ampio del termine, un posto dove sto bene dove ci sono amici dove sono a mio agio insomma. E così resterà spero per molti anni a venire. Va da se che avendomi piazzato Tempo di libri a 4 minuti di treno più 4 di tragitto casa stazione, ho goduto non poco. Detto questo, leggendo articoli sui giornali, inserti  resoconti per tacer dei social, mi sembra che si stia facendo una gara tipo caserma, a chi ce l’ha più lungo. Visto che parliamo di quello che dovrebbe essere il mondo della cultura e della politica, permettetemi di essere quantomeno sconfortata. Partiamo subito coi numeri così ci leviamo il pensiero, se vi sembrano numeri a caso rifletteteci su un attimo. Sindaco di Torino Chiara Appendino, votanti movimento 5 stelle 202.000 (ricordatevi questi due dati) e adesso i numeri delle manifestazioni. Spazio espositivo Torino : 4 padiglioni + 1 – Tempo di libri : 2 padiglioni (i padiglioni di Milano sono circa la metà di quelli di Torino, parliamo di mq).  Visitatori approssimativi, faccio una media fra quelli che ho trovato : Salone 140.000 – Tempo di libri: 73.000 Tempo di preparazione: Torino 12 mesi – Milano 6 mesi Espositori Torino 469 + 300.

Facendo un riassunto, direi che possiamo sintetizzare dicendo che Milano aveva metà spazi, metà tempo e giustamente ha avuto metà visitatori. Leggere di gente che esulta perché Milano è stato un flop, mi fa prima ridere e poi pensare che siamo messi male, molto male, in primis con la testa, e a seguire con la logica.  Fatte queste doverose spunte, questi conti della serva per così dire, passerei a una disamina dei punti a favore e contro delle due manifestazioni.

1 – L’organizzazione è stata ottima per quanto riguarda Milano, un po’ meno a quanto sento, Torino. Personalmente non ho avuto problemi né all’una né all’altra, ma ho visto e sentito di code ai controlli, ora non è che io voglia insegnare niente a nessuno, però se tu sai di avere (cifre a caso) 10.000 addetti stampa e 50.000 persone che hanno fatto o devono fare il biglietto, mettere un solo sportello per gli accrediti e 8 per le altre tipologie di entrata, mi sembra già un passo falso (è stata la mia unica coda), ma transeat, ci può stare (no in realtà no).

2 – Organizzazione degli spazi, Milano avvantaggiata dalle dimensioni, ha permesso di avere una panoramica più ampia, di vedere meglio tutti gli stand, Torino ti obbliga a fare delle scelte, inevitabilmente salti qualcosa (molto), ma ripeto era una questione di dimensioni fisiche.

3 – Accoglienza, qui il tasto si fa dolente, se è ben vero che anche qui le dimensioni contano, devo dire che Milano ha previsto delle specie di panchine, e dei punti in cui era possibile appoggiare le chiappe e riposare un po’ i piedi (lo so sembra prosaico ma ahimé non tutti hanno 20 anni e qualche minuto di riposo ai cinquantenni e oltre, risulta gradito quando non indispensabile. Sui punti di ristoro si gioca una partita pressoché alla pari, anche se a onor del vero, Milano era più fornita con anche la presenza di spazi BIO (i flippati sono ovunque), prezzi che definire assurdi è fargli un complimento (in entrambi i posti) qualità e varietà del cibo, un po’ peggio Torino. Altro tasto dolente i bagni, fare la pipì a Torino è impresa epica (anche in Sala Stampa dove si forma comunque qualche coda, ma soprattutto la pulizia è decisamente sotto la soglia della decenza), a Milano code un po’ meno devastanti ma pulizia decisamente con standard più alti. Piccola parentesi per la Sala Stampa e comunicazioni, Milano surclassa Torino, forse per fare una buona impressione, con caffè servito, lunghi tavoli per le postazioni lavoro divisi dalla zona relax dove c’erano tavolini tipo bar, frigoriferi con acqua forniti da mattina a sera, buffet servito in orario pranzo e aperitivo serale fornito da Spontini con birre artigianali spillate al momento.

Capitolo eventi. Ecco qui direi che siamo alla pari per quanto riguarda il prestigio degli ospiti, sulle location Milano vince per la la tecnologia e la logistica, (a onor del vero negli spazi dedicati a a Tempo di libri, non c’è una sala da 600 posti, ma suppongo che quando crescerà, gli spazi disponibili, che ci sono, saranno resi utilizzabili), resta il fatto che il materiale usato per le tende divisorie che delimitano le sale di Milano – fra l’altro simpatica l’idea di chiamare le sale con i nomi dei font – è credo fonassorbente, o l’impianto acustico è strutturato in modo tale che le voci non escano all’esterno e il brusio dell’esterno non disturbi minimamente chi è dentro, a Torino non è proprio così scontato. I grandi nomi non sono mancati, ma qui abbiamo una seconda nota piuttosto dolente, anzi in tempi di terrorismo direi proprio grave.

Mi concentro su  due ospiti ugualmente “pericolosi”, a Milano, dove tutti quelli che io ho visto entrare sono stati percorsi dai metal detector, Nicola Gratteri, procuratore calabrese che da anni vive sotto scorta e lavora incessantemente contro la ‘ndrangheta, arrivato con 4 uomini di scorta, due in divisa e due in borghese, entrato non si sa da dove e uscito altrettanto discretamente senza firmacopie senza fermarsi neanche per sbaglio. A Torino, dove un sorridente esponente delle forze dell’ordine mi ha fatta passare senza nemmeno farmi aprire la borsa (che grazie a chiavi monete e quant’altro, ha fatto suonare l’inno alla gioia al metal detector), era presente per due giorni due, il mitico Roberto Saviano, idolo delle greggi, conoscitore per interposta persona di ogni scoreggia eventualmente rilasciata da esponenti di ogni ordine e grado della camorra, ha sfilato lungo tutti i corridoi con almeno una decina di poliziotti che lo precedevano scostando bruscamente chi stava passeggiando ignaro della venuta, circondato a pelle da altri quattro e infine seguito da una coda che gli proteggeva le spalle. Firmacopie di diverse ore allo stand Feltrinelli, ora a meno che non non fosse di materiale blindato, chiunque avrebbe potuto sparare a lui attraverso le pareti, ed eventualmente fare una strage che levati, anche solo buttando a terra un petardo in mezzo alla folla radunata in attesa di entrare al cospetto del vate, scatenando il panico. Per il grande pubblico, quello non elitario, va fatta una menzione d’onore a Sellerio, che ha radunato la classe dei suoi autori attorno ad un unico tavolo, e a Rizzoli che con de Giovanni Tonelli Francini Boni, ha fatto divertire in modo intelligente.

Last but not least, il discorso prezzi, fermo restando che la concorrenza è sacrosanta, aspettare che il tuo concorrente nuovo esponga il listino per poi dimezzare il tuo, a me se fossi un espositore, farebbe chiedere:” ma quanto mi hai ciulato negli scorsi 29 anni?”

Concluderei questo lungo articolo, mi scuso ma le cose da dire erano parecchie, dicendo che Torino ha confermato un trend che si è guadagnata in tanti anni (e che spero terrà per altrettanti) di onorata presenza, Milano ha fatto un esordio coi fiocchi alla faccia del flop.  Se si riuscirà a tenere fuori la politica e a ragionare in termini di business e spazio alla cultura, tenendo presente che cultura e povertà coabitano raramente e difficilmente, valutando soluzioni diverse per le date, smettendo di fare a gara, ma pensando solo al bene dell’editoria e della gente, in attesa di avere una corrispondente manifestazione anche al sud (si sussurra che potrebbe esserci un graditissimo esordio a Napoli), noi lettori appassionati, avremo delle soddisfazioni lungo tutto la pianura Padana.

Ultima annotazione, sui numeri che vi ho chiesto di tenere a mente, se Milano (Sala in realtà più che l’AIE) ne ha fatto una questione di prestigio cittadino, Torino ha beneficiato del popolo 5 stelle, sempre stando ai social, credo che mai in trent’anni, il Lingotto abbia visto tanti torinesi affollare il Lingotto al posto del Valentino (prova ne siano, ma non solo, i passeggiatori domenicali con cani e passeggini).

 

Sui ponti che uniscono e quelli che cadono

Sono giorni che ho la riflessione in testa, e pazienza se qualcuno penserà che sono una merdaccia, so che così non è e tanto mi basta. Da settimane leggo status e ascolto persone che stimo o che amo, sostenere a gran voce che la priorità è l’accoglienza, che i muri vanno abbattuti, che non si può guardare la gente morire senza intervenire. E io lo so che siete convinti, che siete nel giusto, che poi lo fate anche, non siete persone che parlano ma che agiscono, ahimè, c’è sempre un ma di cui l’amore (in generale, per il prossimo per la vita per le idee), non tiene conto. Quando le navi delle ong vanno sulle coste libiche a raccogliere dei disperati, non uso il termine rifugiati a ragion veduta, fanno un atto d’amore solo in apparenza. Quegli uomini che aspettano di partire erano molti di più, e tanti sono morti prima di arrivare in Libia, non avevano diritto allo stesso trattamento? Sì, probabilmente sì, ma sono stati sfortunati e sono morti prima, ma a quelli non ci si pensa. Quindi andiamo li “salviamo” in nome di un’umanità che speriamo di avere, poi una volta affidati alle cure di Giusi Nicolini (a cui va tutto il mio rispetto), ce ne dimentichiamo bellamente, salvo smadonnare chi per una ragione chi per l’altra, quando vediamo i servizi di Gazebo. Ecco io penso che dovremmo pensare al dopo. Molti, troppi una volta salvati vanno a morire sotto i treni in liguria, o sotto i tir, altri finiscono per strada, quelli a cui va bene a vendere libretti con le fiabe africane o braccialettini (personalmente mi chiedo chi li fornisca), gli altri a delinquere e dentro e fuori dalle carceri. Non è così che dovrebbe funzionare. Quasi fossero cani da raccogliere e poi lasciare in canile così non  muoiono per strada. Lo so, sembra che io abbia lasciato il cuore da qualche parte fra qui e Marte, ma non è così. Ovvio che se mi trovassi nella condizione di veder qualcuno che rischia di morire tenterei il salvataggio, ma il medico pietoso fa la piaga purulenta, e ahimè, si comincia a sentire l’effetto della cancrena. Chiudo ricordandovi che quelli a cui sono affidati istituzionalmente i “ponti”, sono gli stessi che hanno fatto costruire i ponti e i viadotti che sono caduti negli ultimi mesi. Si prega chiunque legga di non travisare nemmeno una parola perché faccio partire le denunce.