Se l’amore è uno sgambetto – Un anno di noi

Capita che la vita ci faccia dei brutti scherzi, tipo lasciarti da sola, portarti via l’uomo che ami. Capita e ovviamente tutto deve andare avanti. Sofia ha raggiunto un equilibrio ragionevole, ha il suo lavoro i suoi figli e un formidabile alleato in suo fratello Anacleto. Una vita tranquilla. Ma incappa in un uomo, altrettanto tranquillo e realizzato, che si innamora di lei e soprattutto, fa innamorare lei. de Giovanni nella prefazione lo definisce un magnifico sgambetto, perché un amore così, quando ormai credi di aver realizzato quello che volevi, ti sconvolge letteralmente la vita. Gabriella Giglio, manager napoletana di nascita ma internazionale per background, esordisce nel mondo della scrittura con un romanzo d’amore, ma mica una storia qualsiasi, un anno, raccontato giorno dopo giorno, un anno in cui la Giglio ci racconta delle piccole cose che fanno le giornate, ma in cui ogni singolo gesto è un pezzo di strada e come percorrendo ogni strada, anche Sofia e Roberto non sanno esattamente cosa ci sarà dietro la prossima curva. Una scrittura che forse in qualche punto è ancora un po’ acerba, ma che ha dentro di sè un’idea forte, esattamente come forte è l’amore. Un anno in cui sembra non succedere nulla se non il concretizzarsi di una relazione, ma in realtà un anno in cui Sofia e Roberto mettono in gioco le loro vite e raccontare una vita (anzi molte in questo caso), non è affatto cosa semplice, soprattutto quando i sentimenti in gioco sono diversi, perché una cosa è l’amore fra un uomo e una donna, altro è l’amore che resta verso chi non c’è più, e altro ancora è quello che lega genitori e figli. Insomma Un anno di noi è consigliato a chi ama le storie d’amore “classiche” e a chi ha voglia di scavare un po’ sotto la superficie e perché no, abbandonarsi un pochino ai sogni.

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Una vespa gialla del ’74 di nuovo in giro per Milano – Radeschi is back

Prendi un uomo coinvolto suo malgrado in delle morti, minacciato di morte lui stesso, può aspettare di morire o decidere di scomparire. Radeschi Enrico, giovane hacker, giornalista, collaboratore della polizia ad aspettare di morire non ci pensa proprio e quindi scompare. A Milano intanto, molti anni dopo che il nostro eroe è sparito, i delitti continuano a riempire la cronaca, certo quello che viene commesso al Museo del ‘900, in remoto potremmo dire, ad opera di un assassino che lo posta in rete, secondo il vicequestore Loris Sebastiani, per essere risolto ha bisogno che qualcuno si occupi della parte informatica dell’indagine. Roversi (inventore fra l’altro del portale Milano Nera)ha scritto forse il romanzo migliore della serie, è cresciuto in questi anni e la sua evoluzione come scrittore si legge tutta, se già con il precedente – La confraternita delle ossa – aveva strizzato l’occhio a Dan Brown – stavolta non strizza niente, non fa occhiolini e si limita a scrivere un romanzo che davvero non ha nulla da invidiare agli intrighi del citato autore. La trama è complessa e avvincente lascia comunque spazi agli intermezzi di vita del redivivo, dal recupero del Giallone (l’ormai mitica Vespa del 1974), alle visite nella Bassa, sempre una presenza forte che Roversi non manca di menzionare, insieme alla mamma e al babbo
La differenza fondamentale è che se Dan Brown di fondo tocca un tema etico e su quello costruisce la storia, Roversi non scomoda l’etica nè i grandi temi, ma scrive dei gran bei romanzi che si leggono d’un fiato, e ad averne voglia, si imparano anche un bel po’ di cose. E se vi state chiedendo da dove arrivano le cartoline, beh, lo trovate in tutte le librerie di carta o in digitale

Fiori sopra l’inferno

Quando si tratta di successi (editoriali cinematografici o televisivi che siano poco importa) annunciati a scatola chiusa, io qualche perplessità ce l’ho sempre, parto prevenuta mi spiace. In questo modo ho affrontato (si fa per dire), Fiori sopra l’inferno, il romanzo d’esordio di Ilaria Tuti pubblicato da Longanesi. Difetti ne ho trovati a iosa ma c’è un ma. La proprietà di linguaggio e l’apparente leggerezza con cui l’autrice descrive i paesaggi e le situazioni con cui inizia il romanzo, sono davvero notevoli, con naturalezza (ecco perché parlavo di apparente leggerezza), le parole scivolano una via l’altra oliate a perfezione e a parer mio è già un punto a favore della Tuti. La storia fila liscia, lascia intuire chi possa essere il colpevole, o perlomeno da dove venga, ma per scoprirlo ci sono solo gli stessi indizi che ha la polizia. E arriviamo ai personaggi, belli, belli i bambini che hanno un ruolo fondamentale e oserei salvifico, bella la squadra di poliziotti che teme e protegge il commissario Battaglia, una donna non più giovane, burbera sarcastica quasi cattiva in certi momenti, ma che nasconde, o almeno tenta di farlo, un cuore tenero e spaventato ( a buona ragione) dal futuro. Una donna che non si lascia spaventare dal “mostro”, che ha raggiunto delle consapevolezze fondamentali per fare il suo lavoro. Splendide le descrizioni di paesaggi che ben conosco e amo, anche se non capisco il perché inventarsi un paesino che non esiste, un non luogo che forse ricorda , come del resto le situazioni, altri autori di ben più lungo corso. Insomma lasciando da parte le mie personalissime remore su tante cose, questo primo romanzo passa a pieni voti l’esame ed entra a buon diritto nel panorama noir italiano. Buona lettura

Follia maggiore Da Rossini a Robecchi

Sabato pomeriggio più o meno in relax, deve essermi rimasta appiccicata tutta l’acqua che han preso Ghezzi sì il sov, e Carella. Infilata in Follia maggiore stamattina alle 7, ne sono uscita alle 14, senza avere ovviamente fatto altro – e questo dovrebbe già darvi un’idea – niente dicevo, giornata andata cazzeggio con lo zapping e arrivo su Rai 5 dove stanno trasmettendo Il barbiere di Siviglia, va da sè che apro la pagina e ve ne parlo. Cosa c’entri Rossini (ma poteva essere Bizet) con i miei articolini e soprattutto con l’ultima fatica di Monterossi, pardon di Robecchi, lo capirete leggendolo. Io intanto vi dico che fiondarvi in libreria portarvelo a casa e mettervi comodi, è la sola cosa saggia da fare questo we. Stavolta l’autore ha fatto gli straordinari, il nostro eroe non inciampa in un caso per sbaglio, no no, ci viene proprio tirato dentro con premeditazione. Oddio non è che opponga sta gran resistenza, siamo onesti, la particolarità è che stavolta polizia e Monterossi (Falcone a dirla tutta, che Carlo è ad altre mansioni relegato), indagano sullo stesso caso all’insaputa gli uni degli altri. Ovvio che non vi dico chi arriva prima e chi aiuta chi e cosa riguarda il caso, che son poi uno più uno più altro, ma garantisco che non mancano i colpi di scena la suspanse l’ironia il sarcasmo e perfino…Se per caso non vi è venuta voglia di leggerlo e il 16 siete a Milano, in Feltrinelli duomo ci sarà la presentazione e lì voglio vedere chi resiste. Foto impunemente rubata alla pagina di Cristinia Di Canio (come ti stravolgo un firmacopie in Scatola lilla)

Un libro il Generale un uomo. Carlo Alberto dalla Chiesa

Io nella vita ho conosciuto solo militari per bene, anche quelli che vestono una divisa scura e invece della guerra conducono una “guerra” silenziosa, per tentare di contrastare la gente che per bene non è, quelli che delinquono. Per dire, gente come quei due “cretini” che hanno fatto sesso in servizio, contravvenendo ad una serie infinita di regole ben precise (mi spiace ma non credo alla violenza fatevene una ragione), gentaglia così dico, io non l’ho mai incontrata e per inciso la divisa gliela farei mangiare.
Detto questo, quando mi hanno dato da recensire una biografia del carabiniere forse più famoso dopo Salvo D’acquisto, mi sono “spaventata”, mi sono chiesta se ne sarei stata capace. La recensione, quella fatta secondo i canoni, la troverete su Mangialibri a breve, qui lascio spazio alle emozioni profonde che leggere questo libro mi ha scatenato. Rabbia, una rabbia feroce per come questo Paese (che amo insensatamente), da sempre affossa i suoi uomini migliori, da sempre lascia soli questi personaggi che per un senso di Giustizia che va oltre il comune sentire, vanno tranquillamente incontro ad una morte certa. Andrea Galli ha raccontato dalla Chiesa (lo scrivo con la particella minuscola, che denota ascendenza nobiliare, perché pare che sia quella corretta), senza retorica, limitandosi ai fatti nudi e crudi, sia quando parla dell’amore infinito che lo ha legato alla moglie – mancata per un infarto del quale dalla Chiesa si è “incolpato” per anni- ai figli e per ultimo alla seconda moglie – Emanuela Setti Carraro uccisa con lui in via Carini a Palermo – sia quando racconta di come si è inventato, letteralmente, un metodo investigativo che tanto nell’Antimafia quanto nell’Antiterrorismo, che ha dato risultati che nessun altro metodo ha portato, e qui mi è scattato l’orgoglio che possano esserci italiani così, puliti integri, con la schiena dritta sul serio. Insomma un concentrato di tante cose questo libro e il consiglio spassionato che mi sento di dare è leggetelo, per capire come il potere di pochi (noti e ignoti ahimè), renda questo Paese ostaggio di desideri illeciti (nei metodi di acquisizione), soldi potere o deliri di onnipotenza. Mi viene una sola parola, grazie a uomini come il Generale, che ha dato ad altri uomini altrettanto retti (partiamo da Falcone e Borsellino ma la lista è infinita), la possibilità di fare quello che hanno fatto, alla brutta faccia di chi siede o sedeva a Roma, decidendo le nostre sorti.

Una vita per una vita

Un noto avvocato suicida in una città piccola come Udine fa scalpore, l’ispettore Cavalieri esce dal sonno con il pensiero diviso fra l’avvocato morto e gli esami clinici che deve ritirare, il possibile esito lo preoccupa molto più del lavoro. Il suicida lascia una moglie (una seconda moglie) e un figlio a cui in un biglietto, imputa in qualche modo la sua decisione di togliersi la vita, figlio che fra le altre cose è stato compagno di liceo dell’ispettore. Dopo l’avvocato altri suicidi, tutti apparentemente senza ragioni, iniziano a far pensare all’ispettore che forse non siano quello che sembrano. Il nuovo noir di Pierluigi Porazzi, scritto a quattro mani con Massimo Campazzo, si focalizza su un tema che oggi è particolarmente sentito (e aggiungerei fuori controllo nonostante tutto). Il bullismo e le conseguenze che possono scaturire da quei semplici gesti che fanno i ragazzi. Vittime e carnefici che si ritrovano coinvolti in storie dolorose senza sapere, perché le radici dei fiori, velenosi o meno che siano, restano in profondità al punto da essere dimenticate. Un giallo intrecciato perfettamente con indizi che si accavallano e portano il lettore a cambiare idea ad ogni pagina, un thriller che entra in profondità nella testa e nei cuori dei protagonisti. Oltre alla bravura dei due, vi segnalo che parte del ricavato, sarà devoluto in beneficenza a Udinese per la vita, una Onlus che da 19 anni si occupa di sovvenzionare opere a trecentosessanta gradi, dall’acquisto di attrezzature sportive a quelle mediche. Insomma un regalo doppio da farsi e da fare. Perché non è mai tardi per regalarsi emozioni

A spasso nel labirinto con Donato Carrisi

Più che uno scrittore regista sceneggiatore e quant’altro, la mia sensazione è che Carrisi sia un giocatore, ad ogni romanzo, e siamo al settimo (escludendo La donna dei fiori di carta che esula dalle serie), ad ogni romanzo dicevo, alza l’asticella, la “sfida” con il lettore è un gioco al rialzo continuo. Il Male è il suo territorio, lo esplora da tutte le angolazioni e ci serve la paura come un piatto prelibato che ci gustiamo ogni volta con gran goduria. A dieci giorni dall’uscita si sono creati gruppi di lettura sfociati poi in gruppi di confronto e so per certo che alcuni stanno tentando di assoldare un killer. No, non perché il libro sia una delusione dopo tanta aspettativa, ma perché è perfetto. Si parte tranquilli, una storia incasinata ma non troppo, si prosegue una pagina via l’altra con un trucco, la tensione sale senza che tu, immerso nella scrittura che come sempre è magistrale, te ne accorga. Quindici anni fa,Samantha Andretti tredicenne, è sparita nel nulla, quindici anni di silenzio squarciato dalla sua ricomparsa. Bruno Genko è un investigatore privato sopravvissuto a se stesso, gli hanno dato un paio di mesi di vita che ormai sono scaduti. Quando Samantha è scomparsa la famiglia lo ha ingaggiato e adesso che è ricomparsa, il contratto firmato a suo tempo, lo tiene ancora in gioco a pieno titolo. Mentre seguiamo Bruno e marginalmente la polizia, entriamo senza accorgercene nei labirinti. Non è uno solo il labirinto, o forse sì, perché quando ogni uscita è un vicolo cieco, quando ti trovi ad una svolta che è esattamente uguale a quella che hai appena passato, non sai più dove sei o dove stai andando e quando ti sembra finalmente di aver capito da dove uscire, Carrisi ti dimostra che in realtà le uscite sono forse più di una, o forse nessuna. Perdetevi.