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L’iradiddio? Peggio – L’ira di Venere Piergiorgio Pulixi

23 Lug

Sarà perché son loro che partoriscono e hanno una visione che va oltre (è un’ipotesi esposta dallo stesso autore) o perché semplicemente sono costituzionalmente esagerate (questa è la mia), ma i sentimenti delle donne sono diversi da quelli degli uomini, vanno oltre di default in tutto. Le donne per amore muoiono, le donne che si vendicano vanno oltre l’immaginazione. Una donna ferita è come una bestia selvatica con l’aggravante della pazienza, una donna può aspettare anni per mettere a punto il suo piano e quando alla fine è pronta, si salvi chi può. In sintesi questo è il riassunto dei venti racconti che Piergiorgio Pulixi ci regala in questa torrida estate, a brevissima distanza dall’uscita del secondo attesissimo romanzo che vede il  ritorno di Vito Strega  – il primo vi ricordo è stato Il canto degli innocenti, in cui precorrendo i tempi, descriveva a grandi linee quel fenomeno che poi è diventato realtà con Blue whale – .Ma torniamo a bomba sull’antologia, sulla raccolta L’ira di Venere. Tralascerò di sottolineare la raffinatezza lessicale, chi lo ha letto ben la conosce e chi deve ancora cominciare scoprirà da sé, quello su cui mi soffermerei è l’abilità diabolica di questa faccetta d’angelo, lui non si limita a conoscere le persone, le assorbe e le fa parte di lui per poi restituircele, romanzate d’accordo, ma con una base di verità che fa paura per come arriva in profondità. Non c’è solo vendetta in questi racconti, c’è amore c’è dolore ci sono paure e c’è normalità. C’è la normalità di Carla Rame, personaggio amato da molti lettori, c’è la “normalità” di chi ha a che fare con Mazzeo, ci sono madri figlie padri fratelli. Avete capito che non si può perdere vero? Mi scuso con Piergiorgio perché comunque non potrò mai rendere qui quello che lui mette nei libri (e nei rapporti umani, fortunato chi gli è amico). Concludo dicendo che chi mi “legge” sa bene quanto io consideri bravo de Giovanni nel leggere gli animi, beh, Piergiorgio sta diventando bravo come lui, e non è cosa da poco. A questo aggiungete l’umiltà di imparare sempre (pur avendo una cultura che te la raccomando). Non resta che ringraziare e leggere in fretta, aspettando Vito Strega.

Intrigo a Ischia – con omicidio a Napoli

12 Lug

Con colpevole, no diciamo colposo, ritardo, ho letto finalmente Intrigo a Ischia, di Piera Carlomagno. Notevole giallo ambientato fra l’Isola che poi così isolata non è, la morte della matriarca Mina Scotto De Falco, è strettamente legata alla morte di Patrizia, un femminiello noto per la sua bellezza e dolcezza. Il commissario Baricco ha il suo bel da fare per collegare le cose, anche perché deve dimostrare in primis una sua intuizione – l’omicidio di Mina è di competenza dei carabinieri di Ischia – e arginare allo stesso tempo le intemperanze di Annaluce Savino, una giornalista che vede lontano e non si fa scrupolo di usare ogni mezzo per stare sul pezzo, d’altra parte, fortuna ha voluto che fosse ospite dell’albergo nel momento in cui si è consumata la tragedia. Vabbè, della trama vi ho già detto fin troppo, vorrei invece interessarvi a conoscere se già non la conoscete, l’autrice. Si sente la mano e la curiosità della giornalista, il mestiere di scrivere non si improvvisa, salvo rarissimi casi, ma credetemi che son proprio rari, ma Piera dimostra che il mestiere ce l’ha eccome. Ha anche una buona fantasia, perché incastrare una trama complessa come questa, tenendo perfettamente uniti tutti i fili, non è facile. Il personaggio di Baricco, commissario torinese trapiantato a Napoli (alla sua terza indagine) è piacevole, tenebroso quel tanto che basta, testardo il giusto, belloccio senza essere strafigo. Quindi mi direte, perché dovremmo leggerlo? Eh, va letto perché la Carlomagno ama profondamente quello che fa e l’amore che ci mette si sente, perché conosce a fondo la città e la racconta senza esagerazioni alla Saviano, con un amore distaccato ma profondo, mettendone in luce le ombre che solo chi ci vive o ci ha vissuto può conoscere. La delinquenza che scende a patti con l’autorità in un do ut des che tutto sommato rispecchia la realtà, i bordelli di femminielli dove si tiene viva la tradizione della tombolata e tante altre piccole grandi cose.

Rondini d’inverno – Sipario per il commissario Ricciardi

4 Lug

Quella finestra, anzi quelle finestre, una dirimpetto all’altra, come due volti, gli occhi che si guardano e le bocche che tacciono, ma dalle cui espressioni si possono intuire i pensieri. Si possono alimentare o spegnere speranze. Quelle finestre da cui si può vedere il cenno, leggere una parola detta senza voce. Dietro quelle finestre che ormai conosciamo come fossero quelle di casa nostra, si svolge il dramma, uno spettacolo orchestrato da un regista che tenta di adattare la storia ai suoi desideri. Su un altro palcoscenico intanto, la messa in scena della morte cambia odore, da quello della polvere di legno delle tavole, a quello aspro e ferroso del sangue e della cordite. Ed è sangue versato per amore. L’amore sì, ancora una volta è l’amore il protagonista. Ma ve ne parlerò fra qualche tempo, voglio lasciar sedimentare le emozioni, perché sono tante, come sempre del resto (anche se insomma, un qualcosina in più ce lo ha messo a mio parere). Vi anticipo che nonostante all’apparenza lo schema sia il solito, trama e sottotrame con i corsivi, qualcosa di profondamente diverso c’è. E vi linko anche la lettera pubblicata oggi dal Corriere del Mezzogiorno, riuscite a crederci? Ricciardi in persona ha scritto al suo creatore, sorprendente il contenuto della missiva, ma solo per i lettori distratti, i più attenti avranno una felice conferma. 🙂 Come sempre, grazie Maurizio.

“Non ti faccio niente” di Paola Barbato – Il passato lascia sempre una traccia

14 Giu

Una volta erano le mamme, con la ciabatta nascosta dietro la schiena a dirlo, magari ce ne fossero verrebbe da dire. Sì lo so vi sembra che stia andando fuori tema ma giurin giuretta così non è. Vi ricordate gli anni ’80, quando tutto sembrava facile e forse lo era, anche se non per tutti. Adesso succedono cose brutte, capita che una bambina venga rapita e poi restituita senza vita, poi accade di nuovo e di nuovo, si scopre che i genitori hanno qualcosa in comune, qualcosa che risale a quando erano bambini loro, qualcosa che li legherà per la vita, che si sta ripetendo con un risvolto terribile. In questo suo romanzo la Barbato intesse una storia tremenda, non è la prima volta che nei romanzi della Barbato ci sono dei bambini protagonisti e va da sé che questo li rende atroci. Confesso che avevo abbandonato un precedente romanzo, forse non era il momento o forse non so, ma certamente dopo questo riprenderò in mano quello e i precedenti. A causa della lacuna, non sono in grado di dire se abbia sempre scritto così o se ci sia  effettivamente stata una crescita, ma questo ultimo romanzo è davvero scritto con maestria. La trama è complicata e i personaggi sono tanti – scelta ponderata per avere il maggior numero di punti di vista – quello delle vittime di allora che vittime poi non erano, ma lo sono adesso, quello del presunto assassino del vero assassino e tutto quello che ha scatenato questa catena di eventi. Un thriller ma se vogliamo dirla tutta, scava talmente bene nella psiche umana, da entrare di diritto nei noir. Potrei fare una breve biografia professionale, ma la trovate ovunque, posso solo consigliarvi di mettere in valigia questo libro per le ferie, ma non da solo perché si legge tutto d’un fiato e rischiate di rimanere senza. In buona sostanza non perdetevelo.

Non ti faccio niente ed. PIEMME

 

La rete di protezione – Camilleri non delude

28 Mag

Cosa fai se non ci sono ammazzatine, la tua cittadina è invasa da una troupe televisiva che sconvolge i ritmi e tu sei abitudinario come le lancette di un orologio? Se sei il commissario Montalbano potresti decidere di andare a Boccadasse a trovare la tua eterna fidanzata, per esempio. D’altra parte se sei Montalbano sai che il tuo creatore ti metterà i bastoni tra le ruote, mica perché ce l’ha con te, ma perché noi ci divertiamo così e lui lo sa. Ecco un cold case, che non è nemmeno un case se proprio vogliamo essere pignoli, e un problema che riguardando il tuo fraterno vice Augello, diventa quasi familiare. Camilleri al milemillesimo romanzo che ha per protagonista il nostro amato commissario, si scosta un pochino dal solco del giallo vero e proprio, le due vicende che occupano Salvo non richiedono in realtà un grosso lavoro investigativo, ciononostante, il maestro riesce a tenere incollati al romanzo, non usa linguaggi trascinanti, non c’è suspance niente colpi di scena, ma un filo da seguire, un gomitolo da srotolare insieme a Montalbano per capire quanto è grande la rete di protezione. Difficile trovare qualcosa di nuovo da dire, eppure Camilleri ha trovato modo di mostrare un aspetto di Salvo che forse avevamo intuito ma non era mai stato così esplicitato (salvo forse nel Ladro di merendine e ne La danza del gabbiano), l’affetto profondo per i suoi amici, perché Fazio Augello Galluzzo Catarella Adelina eccetera, sono la famiglia di Salvo, la famiglia che ti scegli anche se il sangue non c’entra. Un affetto che scivola nell’amore paterno mai realizzato, che riversa su Salvuzzo Augello, che lo spinge a ignorare regole e procedure – aiutato dal fatto che il “caso” quasi non esiste – per proteggere e scoprire che le reti di protezione, sono spesso invisibili ma invalicabili. Come già ne L’altro capo del filo, Camilleri sempre più si sbilancia facendo affrontare ai suoi personaggi anche e soprattutto temi sociali,un ulteriore “bravo” per l’equilibrio che riesce a imprimere alla narrazione. Buffo che dopo tanti anni in cui Montalbano ha la faccia di Zingaretti, Camilleri continui a descriverlo come lui lo  aveva immaginato, pieno di capelli e con i baffi. PS vette inarrivabili per Catarella che da il meglio di se stesso.

La rete di protezione

Andrea Camilleri

Collana: La memoria
Anno edizione: 2017
Pagine: 304 p., Brossura
  • EAN: 9788838936555

 

Antonio Manzini e La gabbia dei criceti su cui giriamo tutti

24 Mar

Presente la periferia romana (che poi gira gira è come quella di qualunque altra città), prendi quello che una volta era il proletariato ma spostalo negli uffici invece che nelle fabbriche, aggiungi quello che conosce uno che per puro caso è arrivato al potere. Poi aggiungi quei “disperati” che vivono ai margini e quei delinquenti che i “disperati” li usano. Il quadro è già devastante così, poi però tutti questi ingredienti mettili nella padella sui fornelli di Antonio Manzini. Ed ecco servito un piatto da gourmet. Rocco Schiavone era ancora lontano ma la bravura dell’autore era già tutta presente. Le vite di due fratelli che si sono allontanati da anni si incrociano, per il puro capriccio del destino. Uno di loro è un impiegato dell’INPS, l’altro un balordo. Manzini intreccia due storie che pur accadendo nel raggio di pochi km, sembrano svolgersi su due pianeti diversi, sono storie normali rese eccezionali. La scrittura (è del 2007) è già pregna di tutto quello che poi è stato amato dal grande pubblico, ci sono ironia e disincanto , i vecchi con le loro vite piccole e diventate inutili agli occhi della società, i rancori e le alleanze (temporanee o inossidabili), c’è l’amore in parecchie delle sue sfaccettature. C’è mestiere, nel senso che con la penna il Manzini ci sa fare davvero, e la fantasia. Un romanzo amaro il cui titolo da l’esatta misura di cos’è la vita. Una giostra che come quella dei criceti gira senza andare da nessuna parte, su cui tutti, volenti o nolenti saliamo convinti di poter scendere quando vogliamo, inconsapevoli che solo il giostraio ha modo di fermarla.

2017
La memoria n. 1059
336 pagine
EAN 9788838936302
In libreria da giovedì 16 marzo
Formato e-book: epub
Protezione e-book: acs4
14,00 euro
9,99 euro

“Alcuni avranno il mio perdono”

17 Mar

Se Saviano racconta una città brutta e pericolosa, le “paranze” e le “stese” che affliggono Napoli, se de Giovanni racconta Storie di uomini e donne che potremmo essere noi, ma solo in quella stessa Napoli potrebbero accadere, Luigi Romolo Carrino è una crasi perfetta di due stili così lontani. La Federazione di Acqua Storta che raggruppa una serie di famiglie camorriste, ha il controllo dello spaccio del gioco e di tutte le attività criminali, equamente spartite. Un accordo costato sangue e dolore, fragile come un cristallo, che Mariasole ha costruito superando tutto, diventando Viento ‘e terra, spazzando via amici e nemici, con la forza che viene dall’amore strappato. Adesso ha tutto è tutto, ma sopra ogni cosa è una madre. Lei è quello che può fare una madre. Luigi Romolo Carrino  è un cavallo balzano di uno, matto e lucidissimo, capace di raccontare le peggiori atrocità con la grazia e la delicatezza di una ricamatrice. Sapiente nell’usare un idioma che è tutto suo, ti lascia spiazzato quando inizi a leggerlo, è una scrittura difficile, una costruzione che ribalta i canoni della prosa e li mette al servizio del dramma, diventando una musica, (personalmente ci ho trovato echi di Gadda e De Luca). La città è la voce di chi la vive, di chi assiste facendo lo sfondo ed essendo contemporaneamente voce narrante. Il Coro greco delle Tragedie. Ma è anche la voce di chi ha imparato a salmodiare un rosario scansando le mine inesplose rimaste a terra. Una storia di guerra che diventa riga dopo riga una storia intrisa d’amore. Amore filiale amore materno, fraterno carnale. Amore che si mescola alla morte senza soluzione di continuità, che nello stesso gesto è dolcissimo e crudele. Augurandomi di sbagliare dubito che diventerà mai un best sellers, ma se fossi in voi (ve lo dissi quando parlai de Il pallonaro), io mi regalerei dei momenti di assoluta goduria, partendo da Acqua Storta, che apre la trilogia, e concludendo con Alcuni avranno il mio perdono che chiude il cerchio come avrebbe potuto fare Giotto. Per fortuna, checché se ne dica, in Italia si legge poco, ma ci sono editori e direttori di collana, che vedono lontano.

Hanno detto: Luigi Romolo Carrino, ovvero, della transustanziazione della scrittura.
Da oggi in libreria.
Fatelo vostro. (cit) Piergiorgio Pulixi

L. R. Carrino

Alcuni avranno il mio perdono

marzo 2017, pp. 224

ISBN: 9788866328391

Area geografica: Autori italiani

Collana: Sabot/age

DISPONIBILE IN EBOOK

€ 15,00

I Bastardi di Pizzofalcone siamo noi – Consigli di lettura

4 Mar

9788806233938_0_0_300_80Se ne son dette di ogni su questo libriccino (diminutivo affettuoso) composto in gran parte da foto di scena, un sacco di stronzate anche, se mi scusate il francesismo. Come di ogni fiction o film che si comandi, anche de I bastardi di Pizzofalcone si son fatte le foto durante le riprese, ora va da sé che se io produco (quindi investo del denaro) un prodotto faccio in modo di farlo rendere al massimo, se poi ho anche l’intelligenza di produrre un prodotto di qualità che per una volta non corrisponde a prodotto di nicchia, bè, fate voi. Alla CE arrivano le foto, l’autore è disponibile quindi ecco in libreria la Vita quotidiana degli amati Bastardi. Ho scritto consigli di lettura perché in quelle poche righe, de Giovanni ha fatto delle foto che nessuna macchina fotografica potrà mai fare. Ha dato voce ad ognuno dei Nostri. Parla Lojacono, Peppuccio parlano il presidente e Ottavia, parlano Aragona e Hulk, anche Alex ci dice chi è. Ognuno di loro ci racconta quanto sia difficile essere se stessi e far capire agli altri che ognuno ha dentro un mondo. A leggerli viene in mente quante volte ci si è trovati nei loro panni. Quante volte abbiamo trattenuto uno schiaffo che ci stavano levando dalle mani, o guardato con odio la persona che più amiamo al mondo. Quante parole abbiamo sussurrato alla foto di chi non c’è più, sottovoce abbiamo confidato i nostri più intimi pensieri a chi abbiamo nel cuore ma non ha più voce. Abbiamo guardato i colleghi o gli amici, essendo intimamente convinti di essere almeno un pochino migliori di loro. Chi non si è mai chiesto se i suoi desideri più segreti, quelli che non diciamo nemmeno a noi stessi siano “normali” o no. Io consiglio di leggere questo libro soprattutto a chi non legge, a chi conosce solo i bastardi della TV, sarete sorpresi di quanto diverse possono essere le cose viste dal di dentro, quanto di noi c’è in ogni personaggio. Quindi caro Maurizio fanne ancora di queste operazioni commerciali, fanne tante, con la cura e la bellezza che tu sai mettere in ogni parola. E voi che passate di qua, ditelo a chi non lo sa, che nei libri che tanto di più oltre alle parole. C’è la vita.

L’uomo di casa – Questo sconosciuto

11 Feb

udcDopo l’incursione nel magico mondo delle fiction, torniamo a parlare di libri, anzi di un libro, quello di Romano De Marco. Già ben introdotto nel mondo noir grazie ai romanzi precedenti, con un nome già ben conosciuto, De Marco ha fatto il botto con il suo ultimo lavoro, no non lo dico io, lo dice il numero di recensioni commenti e lettori, tutti positivi tutti entusiasti. E ne abbiamo, sì ovvio che mi ci metto anch’io, ne abbiamo ben d’onde. Nel panorama italiano contiamo un corposo numero di noiristi, quel genere – lo dico per i pochi che potessero non saperlo – che racconta, più o meno bene, più o meno coinvolgendo, la società e i suoi lati oscuri (abusatissima definizione ma non ne trovo di migliori), ma pochi giallisti puri. Il giallo è quel romanzo o racconto in cui c’è un crimine e un investigatore, in cui il lettore si immerge negli indizi che l’autore dissemina per arrivare alla soluzione del mistero. De Marco ha scritto un giallo (smettiamo di fare i fighi e usare la parola thriller che son sinonimi, ci piaccia o no) un giallo dicevo di quelli che ti tengono in tensione dalla prima all’ultima pagina, di quelli che quando li finisci ti lasciano soddisfatto come dopo un buon pranzo o … Vabbè avete capito. Un uomo viene trovato ucciso nella sua auto, i pantaloni calati e la gola squarciata. Il luogo è notoriamente frequentato da prostitute e la logica conclusione è che sia stato un incontro mercenario finito male. E invece no, perchè Alan era un padre di famiglia rispettabile, uno regolare, che non aveva mai dato modo di sospettare che dietro la facciata ci fosse altro che l’uomo che tutti conoscevano, gran lavoratore marito e padre. Sandra, la moglie non si da pace e quando scopre fra le cose di Alan una chiave non riconducibile a serrature note, la rassegnazione a non sapere chi fosse suo marito perde ogni significato e la tensione si rialza a livelli altissimi. Insomma un thriller come non si leggeva da tempo. Accurato nelle descrizioni dei luoghi, in un’America wasp e conservatrice, personaggi puliti e delineati in un controluce che perfeziona i contorni, un romanzo dove due parallele si incontrano per dare al lettore qualche ora di puro piacere.

Si perdona poco, ma se sei de Giovanni non ti perdonano neanche quello – I Bastardi in tv

14 Gen

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Se siete qui più o meno siete gente che legge e sapete di cosa parlo, se invece siete arrivati per sbaglio, benvenuti e buona lettura.

Dunque dal 2012 nelle librerie d’Italia e non solo, si aggira Il metodo del coccodrillo, che ovviamente essendo un giallo molto noir ha come protagonista/antagonista, un ispettore. Un altro? Sì, ma siccome ce lo ha portato Maurizio de Giovanni a noi (ovviamente autoironico plurale majestais) ci piace. Un ispettore che da subito aveva le carte in regola per diventare uno dei Bastardi, no, non li aveva già pensati, ma se sei uno scrittore di talento, e lo dico a ragion veduta, vedi l’oceano nell’increspatura di una pozzanghera e da una storia ne tiri fuori molte. de Giovanni si è inventato I Bastardi di Pizzofalcone. Pizzofalcone è una zona che ha sotto la sua giurisdizione strade di lusso circoli nautici e il Pallonetto di Santa Lucia (tutti addosso uno all’altro, perché Napoli è fatta così il commissariato è in odore di chiusura. Poliziotti corrotti e delinquenti che si rivendevano la droga sequestrata e la bomba è innescata e pronta ad esplodere. Quindi uno da Il metodo del coccodrillo uno da lì, quattro poliziotti vanno ad aggiungersi ai due superstiti di quel commissariato, per presidiare il territorio fino all’inevitabile chiusura. Inevitabile? Non se la squadra che si forma è fatta da poliziotti con l’anima, gente che non sta a guardare il proprio mal di testa, che mette da parte il proprio sè per risolvere i casi. Poche volte ho visto discutere così animatamente su una serie tv, certo Rocco Schiavone ha scomodato anche dei politici, ma lui si è fatto le canne su RAI 2, qui si è scatenato il finimondo senza neanche un po’ di trasgressione. Ora, lascerei da parte gli improvvisati critici televisivi gente che non distingue tra scenografia e sceneggiatura, che non ha idea dell’esistenza della segreteria di edizione, per non parlare di quanti hanno avuto occasione di ascoltare (magari per sbaglio) brani di conversazioni dell’autore e hanno fatto dei film sul film. Vi dirò invece cosa ne penso io alla faccia dello stesso de Giovanni (il quale sostiene che io non sia affidabile per questioni affettive, ma mente non sapendo di mentire). Ho acceso il televisore con lo stesso timore che mi prende quando mi arriva il file di ogni nuovo romanzo. Il timore che non mi piaccia, che ci siano critiche da fare, (vabbè che le mie critiche siano indispensabili è una cosa di cui sono convinta io ma noi megalomani siamo così) invece anche stavolta il de Giovanni ha fatto centro. Qualche critica c’è, tipo non crederò mai che Gassmann e la Crescentini non siano in grado di parlare senza inflessioni, piccoli particolari che mandano ai matti le signorine pignoletti ma non la gente normale e sicuramente non si possono attribuire a lui. La cosa buffa è che a cose del tutto normali nella realizzazione di un film o una fiction, per esempio chiudere una strada durante le riprese, vengono attribuiti significati sotterranei che nemmeno i simboli massonici. Facciamola breve, a poco serve che siano aumentate le vendite di libri, poco importa se a fronte di un canone inevadibile ci hanno offerto un prodotto molto buono (ci starebbe anche un ottimo ma aspetto di vedere tutte le puntate) e godibile, con quel tanto che ti fa pensare se ne hai voglia ma non te lo impone. Se sei Maurizio de Giovanni le critiche te le devi beccare comunque, possibilmente feroci e immotivate, magari anche sul fatto che Napoli è di una bellezza sconvolgente e nella fiction a parte il morto ammazzato, non si vedono le stese gli agguati di camorra e le vele di Scampia, ma non qui. Qui i Bastardi di Pizzofalcone hanno soddisfatto anche nella riduzione televisiva (e badate che non è un termine usato a caso).  Come dite? Non sono obiettiva e scrivo così perché sono una groupie? Nonnonno, provate a leggerli e poi guardateli o fate il contrario, vi aspetto per dirmi se ho ragione o no.

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e scelti CONSIGLI. Dai libri all'Indice ai libri al Medio (@libri_al_MEDIO): digitus impudicus. Se l'inverno delle lettere viene, può la primavera essere lontana? (sem.cit. Shelley)

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Quando siete felici, fateci caso (Kurt Vonnegut)

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Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

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