7 parti di Calvados 3 di Drambuie e una fettina di mela verde…L’alligatore è servito

Avete presente quando esce un romanzo “seriale”? Lo compri lo sfogli (sì anche col reader, pignoli che siete) e poi ti metti comodo e te lo pregusti. Conosci i personaggi che ti stanno aspettando, ami le atmosfere che l’autore sa creare. Lo inizi e capisci dalle prime righe che c’è qualcosa di diverso, i nostri vecchi cuori fuorilegge sono sotto scacco e la partita si preannuncia sporca per davvero. Vabbè per la trama lasciamo stare che tanto la trovate ovunque, parliamo invece di quello che Carlotto ha messo in questo romanzo. Forse è il blues che permea ogni riga, il blues è mettere in musica la tristezza, il dolore la rassegnazione di chi sa come stanno le cose ma non per questo rinuncia a tentare, se necessario anche andando a braccetto con l’illegalità; guidati dalla propria coscienza valutando solo gli estremi per la propria salvaguardia (fisica e mentale), consapevoli che la legge si può aggirare in tanti modi, a maggior ragione da chi la amministra o è preposto alla sua applicazione. Consci che il filo del rasoio su cui si procede, può tagliare di netto, come una novella Atropo, uno qualsiasi dei fili che compongono la trama. Ed è esattamente quello che fanno Massimo Buratti Beniamino Rossini e Max la memoria. Sono cuori fuorilegge e non li turba, anzi, ne sono – opinione personale – giustamente orgogliosi. Hanno delle regole, potremmo riassumerle con un salomonico “chi sbaglia paga e i cocci sono suoi”. Qui più che in ogni altro romanzo della serie a mio parere, Carlotto si è adeguato ad un modo di dire, andare ai resti, cioè arrivare in fondo, senza sconti per nessuno. E altroché se si va ai resti, il lettore con i tre antieroi che poi forse in fondo…Occhio, non sto dicendo che l’autore faccia di tre delinquenti (chi più chi meno) degli eroi, è ben chiaro quello che sono ma è altrettanto ben chiaro che stabilire quale sia la parte “giusta”, è cosa davvero difficile. C’è un unico particolare che non posso perdonare all’autore, ma questa è un’altra storia

Annunci

Chi ama i riflettori e chi invece sceglie il buio – Ovvero La scelta del buio di Pulixi

Questa non è una recensione, quella uscirà su Mangialibri (che io fra l’altro vi consiglio di seguire perché una decina di recensioni al giorno, interviste, specialoni eccetera sono tanta roba), diciamo una riflessione su un romanzo che va oltre il bello e un autore che va oltre il bravo. Di Piergiorgio Pulixi ho già parlato poco tempo fa, raccontandovi L’ira di Venere, una raccolta di racconti in cui questo signore dimostra come si possa ancora parlare di donne in modo diverso, con una sensibilità che ce l’avessero le tante donne che sento parlare di donne, il genere femminile governerebbe il mondo. Qui, nel romanzo che vede il ritorno di Vito Strega facciamo un ulteriore passo avanti. Tecnicamente si suppone che dopo 8 romanzi, di cui cinque con un personaggio seriale (biagio Mazzeo) innumerevoli raccolte di racconti e molto altro, uno scrittore abbia trovato il suo stile e vi si attenga, ma qui salta fuori la marcia in più. Pulixi ha fatto un ulteriore passo avanti nella scrittura, nei dialoghi; si percepisce la crescita, lo studio. In alcune interviste ho trovato raccontato il percorso che lo ha portato qui, si può dire che ha letteralmente assorbito tutto quello che poteva dal Maestro Carlotto dai colleghi del Collettivo Sabot e dalle (migliaia, quante?) di libri letti. Un personaggio simile a tanti altri, in fin dei conti il cliché non è difficile, un uomo solo, con quello che si definisce “un passato”, sguardo magnetico e una dolcezza infinita ben nascosta. Ecco dove si vede la bravura, se non avessi paura di esagerare direi addirittura il genio. Lo stesso stereotipo che ritroviamo quasi in ogni preteso giallo o noir che dir si voglia, solo in pochi (e parliamo di tre o quattro) autori, riescono a farlo diventare personaggio a se stante, completamente diverso dai suoi omologhi. Strega ha un passato, ha un peso notevole sul cuore, ha paura di far male ma non si ferma fino a che la verità non emerge in tutto il suo squallore. Come capita a Schiavone a Ricciardi a Lojacono (no, Montalbano è sui generis è proprio diverso come impostazione) e pochi altri, pur avendo queste, chiamiamole basi comuni, riescono ad essere completamente diversi l’uno dall’altro. E questo credetemi, è solo questione di bravura. Ottima la concezione del giallo in se, trama perfetta senza sbavature, a Pulixi va riconosciuto un altro merito. In un momento in cui i neri sono un facile bersaglio, il suo commissario mulatto, riesce a farsi amare incondizionatamente, da nord a sud, da est a ovest, e facendo una mezza citazione, isole comprese. Lunga vita a Strega, e davvero grazie a Pulixi.

Torino Milano 1 a 1 palla al centro, ovvero lunga vita alle cose belle

Una premessa è doverosa, vado al #SalTo da anni e per me è casa, nel senso più ampio del termine, un posto dove sto bene dove ci sono amici dove sono a mio agio insomma. E così resterà spero per molti anni a venire. Va da se che avendomi piazzato Tempo di libri a 4 minuti di treno più 4 di tragitto casa stazione, ho goduto non poco. Detto questo, leggendo articoli sui giornali, inserti  resoconti per tacer dei social, mi sembra che si stia facendo una gara tipo caserma, a chi ce l’ha più lungo. Visto che parliamo di quello che dovrebbe essere il mondo della cultura e della politica, permettetemi di essere quantomeno sconfortata. Partiamo subito coi numeri così ci leviamo il pensiero, se vi sembrano numeri a caso rifletteteci su un attimo. Sindaco di Torino Chiara Appendino, votanti movimento 5 stelle 202.000 (ricordatevi questi due dati) e adesso i numeri delle manifestazioni. Spazio espositivo Torino : 4 padiglioni + 1 – Tempo di libri : 2 padiglioni (i padiglioni di Milano sono circa la metà di quelli di Torino, parliamo di mq).  Visitatori approssimativi, faccio una media fra quelli che ho trovato : Salone 140.000 – Tempo di libri: 73.000 Tempo di preparazione: Torino 12 mesi – Milano 6 mesi Espositori Torino 469 + 300.

Facendo un riassunto, direi che possiamo sintetizzare dicendo che Milano aveva metà spazi, metà tempo e giustamente ha avuto metà visitatori. Leggere di gente che esulta perché Milano è stato un flop, mi fa prima ridere e poi pensare che siamo messi male, molto male, in primis con la testa, e a seguire con la logica.  Fatte queste doverose spunte, questi conti della serva per così dire, passerei a una disamina dei punti a favore e contro delle due manifestazioni.

1 – L’organizzazione è stata ottima per quanto riguarda Milano, un po’ meno a quanto sento, Torino. Personalmente non ho avuto problemi né all’una né all’altra, ma ho visto e sentito di code ai controlli, ora non è che io voglia insegnare niente a nessuno, però se tu sai di avere (cifre a caso) 10.000 addetti stampa e 50.000 persone che hanno fatto o devono fare il biglietto, mettere un solo sportello per gli accrediti e 8 per le altre tipologie di entrata, mi sembra già un passo falso (è stata la mia unica coda), ma transeat, ci può stare (no in realtà no).

2 – Organizzazione degli spazi, Milano avvantaggiata dalle dimensioni, ha permesso di avere una panoramica più ampia, di vedere meglio tutti gli stand, Torino ti obbliga a fare delle scelte, inevitabilmente salti qualcosa (molto), ma ripeto era una questione di dimensioni fisiche.

3 – Accoglienza, qui il tasto si fa dolente, se è ben vero che anche qui le dimensioni contano, devo dire che Milano ha previsto delle specie di panchine, e dei punti in cui era possibile appoggiare le chiappe e riposare un po’ i piedi (lo so sembra prosaico ma ahimé non tutti hanno 20 anni e qualche minuto di riposo ai cinquantenni e oltre, risulta gradito quando non indispensabile. Sui punti di ristoro si gioca una partita pressoché alla pari, anche se a onor del vero, Milano era più fornita con anche la presenza di spazi BIO (i flippati sono ovunque), prezzi che definire assurdi è fargli un complimento (in entrambi i posti) qualità e varietà del cibo, un po’ peggio Torino. Altro tasto dolente i bagni, fare la pipì a Torino è impresa epica (anche in Sala Stampa dove si forma comunque qualche coda, ma soprattutto la pulizia è decisamente sotto la soglia della decenza), a Milano code un po’ meno devastanti ma pulizia decisamente con standard più alti. Piccola parentesi per la Sala Stampa e comunicazioni, Milano surclassa Torino, forse per fare una buona impressione, con caffè servito, lunghi tavoli per le postazioni lavoro divisi dalla zona relax dove c’erano tavolini tipo bar, frigoriferi con acqua forniti da mattina a sera, buffet servito in orario pranzo e aperitivo serale fornito da Spontini con birre artigianali spillate al momento.

Capitolo eventi. Ecco qui direi che siamo alla pari per quanto riguarda il prestigio degli ospiti, sulle location Milano vince per la la tecnologia e la logistica, (a onor del vero negli spazi dedicati a a Tempo di libri, non c’è una sala da 600 posti, ma suppongo che quando crescerà, gli spazi disponibili, che ci sono, saranno resi utilizzabili), resta il fatto che il materiale usato per le tende divisorie che delimitano le sale di Milano – fra l’altro simpatica l’idea di chiamare le sale con i nomi dei font – è credo fonassorbente, o l’impianto acustico è strutturato in modo tale che le voci non escano all’esterno e il brusio dell’esterno non disturbi minimamente chi è dentro, a Torino non è proprio così scontato. I grandi nomi non sono mancati, ma qui abbiamo una seconda nota piuttosto dolente, anzi in tempi di terrorismo direi proprio grave.

Mi concentro su  due ospiti ugualmente “pericolosi”, a Milano, dove tutti quelli che io ho visto entrare sono stati percorsi dai metal detector, Nicola Gratteri, procuratore calabrese che da anni vive sotto scorta e lavora incessantemente contro la ‘ndrangheta, arrivato con 4 uomini di scorta, due in divisa e due in borghese, entrato non si sa da dove e uscito altrettanto discretamente senza firmacopie senza fermarsi neanche per sbaglio. A Torino, dove un sorridente esponente delle forze dell’ordine mi ha fatta passare senza nemmeno farmi aprire la borsa (che grazie a chiavi monete e quant’altro, ha fatto suonare l’inno alla gioia al metal detector), era presente per due giorni due, il mitico Roberto Saviano, idolo delle greggi, conoscitore per interposta persona di ogni scoreggia eventualmente rilasciata da esponenti di ogni ordine e grado della camorra, ha sfilato lungo tutti i corridoi con almeno una decina di poliziotti che lo precedevano scostando bruscamente chi stava passeggiando ignaro della venuta, circondato a pelle da altri quattro e infine seguito da una coda che gli proteggeva le spalle. Firmacopie di diverse ore allo stand Feltrinelli, ora a meno che non non fosse di materiale blindato, chiunque avrebbe potuto sparare a lui attraverso le pareti, ed eventualmente fare una strage che levati, anche solo buttando a terra un petardo in mezzo alla folla radunata in attesa di entrare al cospetto del vate, scatenando il panico. Per il grande pubblico, quello non elitario, va fatta una menzione d’onore a Sellerio, che ha radunato la classe dei suoi autori attorno ad un unico tavolo, e a Rizzoli che con de Giovanni Tonelli Francini Boni, ha fatto divertire in modo intelligente.

Last but not least, il discorso prezzi, fermo restando che la concorrenza è sacrosanta, aspettare che il tuo concorrente nuovo esponga il listino per poi dimezzare il tuo, a me se fossi un espositore, farebbe chiedere:” ma quanto mi hai ciulato negli scorsi 29 anni?”

Concluderei questo lungo articolo, mi scuso ma le cose da dire erano parecchie, dicendo che Torino ha confermato un trend che si è guadagnata in tanti anni (e che spero terrà per altrettanti) di onorata presenza, Milano ha fatto un esordio coi fiocchi alla faccia del flop.  Se si riuscirà a tenere fuori la politica e a ragionare in termini di business e spazio alla cultura, tenendo presente che cultura e povertà coabitano raramente e difficilmente, valutando soluzioni diverse per le date, smettendo di fare a gara, ma pensando solo al bene dell’editoria e della gente, in attesa di avere una corrispondente manifestazione anche al sud (si sussurra che potrebbe esserci un graditissimo esordio a Napoli), noi lettori appassionati, avremo delle soddisfazioni lungo tutto la pianura Padana.

Ultima annotazione, sui numeri che vi ho chiesto di tenere a mente, se Milano (Sala in realtà più che l’AIE) ne ha fatto una questione di prestigio cittadino, Torino ha beneficiato del popolo 5 stelle, sempre stando ai social, credo che mai in trent’anni, il Lingotto abbia visto tanti torinesi affollare il Lingotto al posto del Valentino (prova ne siano, ma non solo, i passeggiatori domenicali con cani e passeggini).