Mio caro serial Killer – Ti (DE)scrivo così mi distraggo un po’

L’abbiamo letta nelle ormai mitiche raccolte a tema di Sellerio, ma un romanzo tutto intero mancava da un po’. A memoria credo un lustro poco più poco meno; Alicia Gimenez Bartlett ci regala una Petra Delicado che personalmente ho trovato un po’ cambiata, in meglio se posso dire la mia (e voglio vedere chi ha il coraggio dire che non posso).
La trama lo sapete già che non sto a raccontarvela, vi dico giusto che per la prima volta, come forse si evince dal titolo, l’ispettore Delicado si trova ad affrontare un serial killer. Lo fa ovviamente con il fido Fermìn Garzòn e l’ingerenza, o almeno così la vivono inizialmente, di un giovane ispettore dei Mossos, tale Roberto Fraile. Vuoi perchè in qualche modo l’ispettore prende il comando della situazione, vuoi che si sente spodestata da un uomo con almeno una ventina d’anni meno di lei e che per giunta adotta la tecnica dei profiler, che contrasta con il buon vecchio metodo a cui lei e Garzon sono abituati, vuoi che l’idea di un serial killer la disturba molto più di un semplice assassino, le indagini partono quasi con un muro contro muro. Sarà la tecnica di Roberto che si fa portare gli hamburger in ufficio, e spulcia nei computers e nei tabulati o saranno le intuizioni della coppia Delgado- Garzon, che perlopiù arrivano fra una tapas e una birretta, a dare la svolta? Questo ve lo scoprite da soli.
Io nel frattempo vi racconto di questa donna che improvvisamente vede nello specchio una cinquantenne con la sua faccia e si chiede se sia un incantesimo malefico o cosa. A questa ignobile scoperta, Petra reagisce con insolita leggerezza, concedendosi una benefica sosta al centro estetico. L’ho trovata cambiata dicevo, nonostante il caso sia parecchio tosto (ma si sa che la Bartlett, un donnino delizioso e dolcissimo, può raccontare cose trucissime), a dispetto di quello scherzo crudele giocatole dallo specchio, è come alleggerita, per carità, non che sia mai stata pesante, ma ha sempre avuto, o almeno io ce l’ho sempre trovata, una certa severità che qui ho percepito mitigata. Le schermaglie verbali con Garzòn, forse per reazione all’invasore che sembra essere tutto d’un pezzo, mi sono sembrate più simili a sciabolate che a duelli in punta di fioretto. Mi è parso che anche il rapporto familiare abbia beneficiato di questa maturazione (perchè poi alla fine di questo eventualmente si tratta), certo che anche la suocera e i figli vogliano partecipare alle indagini e quasi ci riescano, non mi pare fosse mai successo. Se non lo avete ancora fatto leggetelo, se potete venite al Salone per ascoltarla di persona, in ogni caso godetevela perchè autrici che scrivono ottimi gialli, facendoci anche ridere e pensare, non ce ne sono poi tantissime.

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Commedia nera n° 2 – Recami ci porta alla Clinica Riposo & Pace

Che ridere faccia bene non è una novità, ben lo sanno gli inglesi che dello humor, quello nero in special modo, hanno fatto una bandiera. Ma Recami con l’Inghilterra cosa c’entra vi chiederete, assolutamente niente, però mi serviva l’aggancio per arrivare alla Clinica dal nome evocativo, in cui la nipote e il marito, portano lo zio, Alfio Pallini, sostenendo che è impossibile da gestire. Che sia vero o meno è un dubbio che ci si porta fino all’ultima pagina, insieme al dubbio che, come crede fermamente il vecchietto (oddio un quintale di roba è dura da pensare come vecchietto, ma insomma), lo abbiano portato in un posto dove agli anziani viene praticata entro poche settimane rigorosamente fatta passare per naturale, la dolce morte. Però come dice Recami, le sue sono nere ma commedie, quindi sì, si ride molto perchè l’arguzia toscana salta fuori ad ogni riga, c’è il gusto per la “parolaccia” (mai volgare), un po’ come i bambini che ridono parlando di cacca, c’è l’immedesimazione col povero Alfio, che se da un lato ne combina di ogni, anche belle toste, dall’altro ci convince o almeno ci fa sorgere forte il dubbio come dicevo, che lo vogliano effettivamente far fuori.
Già dai tempi della Casa di ringhiera, ve lo ricordate sì il Consonni e suoi vicini, Recami ha mostrato la sua cifra, assolutamente singolare eppur comune ai Magnifici 6/7/8 insomma i noiristi giallisti pubblicati da Sellerio (che cosa volete che vi dica, saran le copertine blu, ma io li adoro), Gialli o come in questo caso noir (sia pur commedia), perfetti, ma con tanta tanta ironia. Quel che succede – forse – alla Clinica Riposo & Pace, potremmo leggerlo su un qualsiasi giornale di un giorno qualsiasi, cose tremende raccontate in maniera paradossale, esasperando toni e situazioni. D’altra parte, gli autori di classe, colgono l’aria che tira e ne fanno delle Storie. Unico difetto, purtroppo piuttosto comune negli autori che mi piacciono, loro ci impiegano un anno a scriverli e io in mezza giornata li finisco.

Camilleri “le donne non sanno scrivere gialli” – Quando vorresti essere una giornalista famosa

Ecco ci sono momenti in cui vorrei davvero essere una giornalista vera, una di quelle a cui chiunque non risponde no. Durerei poco in Italia e forse anche all’estero, per un motivo semplicissimo, io alle domande pretenderei delle risposte. Giustamente vi starete chiedendo dove voglio andare a parare, sulla faziosità di Fabio Fazio per esempio e su una affermazione del Maestro Camilleri. Maestro per tante ragioni, per la sua poliedricità, per la sua bravura per il rispetto che gli è dovuto. Ah ecco, qui mi casca il primo asino, se do per scontato il rispetto a lui, ho il diritto di pretenderlo? No per me che non scrivo (questo blog è solo un posto dove esprimo opinioni delle quali peraltro non frega niente a nessuno), ma per le tante donne che scrivono. In particolare per quelle che scrivono gialli. Un’intervista del 2011, condotta dal suddetto Fazio, mi ha scatenato una serie di domande e perplessità. http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-606886ab-7a87-4178-8c99-3bcebbfc794b.html . Al minuto 42 più o meno, Camilleri fa una dichiarazione agghiacciante. E se lo dico io che sono la meno femminista delle donne che vi possa venire in mente, credetemi che lo è davvero. Non sto a sindacare sulla dichiarazione, ognuno è libero di avere le sue opinioni e figuriamoci de mi metto a discutere, ma una domanda mi sorge spontanea, perché il sedicente giornalista si limita a fare una risatina imbarazzata? Perché non tenta nemmeno di approfondire il discorso? Giro la domanda a chiunque passi di qui e legga l’articolino, a chiunque abbia la possibilità e la voglia di far arrivare la mia domanda a Camilleri, con tutto il rispetto che ho per un uomo che a parer mio è davvero un maestro.

Follia maggiore Da Rossini a Robecchi

Sabato pomeriggio più o meno in relax, deve essermi rimasta appiccicata tutta l’acqua che han preso Ghezzi sì il sov, e Carella. Infilata in Follia maggiore stamattina alle 7, ne sono uscita alle 14, senza avere ovviamente fatto altro – e questo dovrebbe già darvi un’idea – niente dicevo, giornata andata cazzeggio con lo zapping e arrivo su Rai 5 dove stanno trasmettendo Il barbiere di Siviglia, va da sè che apro la pagina e ve ne parlo. Cosa c’entri Rossini (ma poteva essere Bizet) con i miei articolini e soprattutto con l’ultima fatica di Monterossi, pardon di Robecchi, lo capirete leggendolo. Io intanto vi dico che fiondarvi in libreria portarvelo a casa e mettervi comodi, è la sola cosa saggia da fare questo we. Stavolta l’autore ha fatto gli straordinari, il nostro eroe non inciampa in un caso per sbaglio, no no, ci viene proprio tirato dentro con premeditazione. Oddio non è che opponga sta gran resistenza, siamo onesti, la particolarità è che stavolta polizia e Monterossi (Falcone a dirla tutta, che Carlo è ad altre mansioni relegato), indagano sullo stesso caso all’insaputa gli uni degli altri. Ovvio che non vi dico chi arriva prima e chi aiuta chi e cosa riguarda il caso, che son poi uno più uno più altro, ma garantisco che non mancano i colpi di scena la suspanse l’ironia il sarcasmo e perfino…Se per caso non vi è venuta voglia di leggerlo e il 16 siete a Milano, in Feltrinelli duomo ci sarà la presentazione e lì voglio vedere chi resiste. Foto impunemente rubata alla pagina di Cristinia Di Canio (come ti stravolgo un firmacopie in Scatola lilla)

“Negli occhi di chi guarda” ci sono un sacco di cose

Ce lo racconta Marco Malvaldi nel romanzo pubblicato come sempre da Sellerio. No niente vecchietti e niente Bar Lume, ritroviamo invece la filologa Margherita e il genetista Pazzi. Ve li ricordate? Sono i due che in Milioni di milioni si incontravano a Montesodi Marittimo per uno studio sugli abitanti (noti per avere tutti una forza fisica fuori dall’ordinario) per poi finire a cercare l’assassino (ovvio che ci fosse un morto, leggiamo o non leggiamo gialli?) per potersi scagionare. Cioè solo Piergiorgio a dire il vero, è l’unico senza alibi, ma l’aiuto della Castelli è fondamentale. Vabbè ciancio alle bande, stavolta i due sono in una meravigliosa tenuta, sempre in Toscana, i proprietari sono due gemelli omozigoti (e questo spiega la presenza di Pazzi) e uno dei due ha una ricchissima e particolare collezione d’arte (e questo spiega la presenza di Margherita). Quel che succede ve lo leggete, io vi dico perché leggerlo. Perché prendere un libro di Malvaldi è come leggere l’Oscar Wilde de L’importanza di chiamarsi Ernesto, con una grossa collaborazione di P.G. Wodehouse. Un giocoliere uno che con le parole ci si diverte proprio, e si sente. Si ride, si ride molto, na se con le parole è facile fare dei calembour divertenti, non lo è altrettanto costruire una trama che tenga, e garantisco che tiene, mischiare le carte e aggiungere per sovrappiù tutta una serie di informazioni o nozioni chiamatele come volete, senza le quali risolvere il “mistero” sarebbe difficile. Aggiungete la giusta quantità di sense of humor, che Malvaldi non ci fa mai mancare (a volte sospetto che per una battuta ucciderebbe la mamma come suol dirsi), e avrete il piatto perfetto.

L’importanza di “sti cazzi” – Antonio Manzini docet

Ammettiamolo, quelli che sostengono l’esistenza di una differenza sostanziale fra nord e sud, in fondo hanno ragione. Ce lo spiega Antonio Manzini nella sua ultima fatica (e non la chiamo fatica a caso ma ne parliamo poi); alzi la mano chi, vivendo a nord di Firenze, davanti a qualcosa di speciale, un gol spettacolare una vincita milionaria o che ne so, non ha esclamato “sti cazzi”. Tutti; e alzi la mano chi essendo di Roma o comunque laziale, non ha provato l’impulso omicida. Tutta ‘sta premessa per dire che quando ho finito Pulvis et umbra, ho esclamato “me cojoni” (che è l’espressione giusta per indicare meraviglia stupore e ammirazione). Dopo 7/7/2007 non avevo idea di cosa potesse inventarsi, mi aspettavo un romanzo bello, perché Manzini è uno di quelli che entrerà nella Storia, volendo potrei farvi i nomi degli altri scrittori che verranno studiati ma li sapete, certamente non mi aspettavo una botta del genere. In questi casi l’unica cosa che ti auguri è che non ci sia niente di autobiografico, ma è evidente che anche l’autore come tutti noi, ha provato almeno una volta sulla sua pelle quello che racconta. Si è inventato una storia che è cattivissima e allo stesso tempo di una dolcezza indescrivibile, ha messo a nudo quell’anima che credevamo di avere visto nel romanzo precedente. Le persone (e badate che non uso personaggi ma persone), cambiano, cambiano perché accadono delle cose, perché invecchiano, perché le ferite si rimarginano, perché arrivati ad un certo punto bisogna prendere coscienza di sé. Ecco, Manzini ci mostra un uomo che prende coscienza di sé stesso controvoglia, perché altri, che poi altri non sono perché sono parte di lui, gli sbattono in faccia la realtà. Sbatte violentemente il suo già ciancicato faccione contro le macerie che lasciano i tradimenti, capire chi tradisce chi, è una ulteriore prova della bravura dell’autore, la polvere che sollevano le macerie rende difficile vedere le cose come stanno. E’ amaro, è intriso di dolore, per questo parlavo di fatica, allo stesso tempo è pieno d’amore, amore a tutto tondo, quello che Dante diceva move il sole eccetera. Insomma Me cojoni per davero. Per concludere una citazione che capirà chi ha letto il libro, con gli altri ci si rilegge poi. “Lupa Pappa Lupa No” La quarta parola, la più importante, scopritela voi.

Torino Milano 1 a 1 palla al centro, ovvero lunga vita alle cose belle

Una premessa è doverosa, vado al #SalTo da anni e per me è casa, nel senso più ampio del termine, un posto dove sto bene dove ci sono amici dove sono a mio agio insomma. E così resterà spero per molti anni a venire. Va da se che avendomi piazzato Tempo di libri a 4 minuti di treno più 4 di tragitto casa stazione, ho goduto non poco. Detto questo, leggendo articoli sui giornali, inserti  resoconti per tacer dei social, mi sembra che si stia facendo una gara tipo caserma, a chi ce l’ha più lungo. Visto che parliamo di quello che dovrebbe essere il mondo della cultura e della politica, permettetemi di essere quantomeno sconfortata. Partiamo subito coi numeri così ci leviamo il pensiero, se vi sembrano numeri a caso rifletteteci su un attimo. Sindaco di Torino Chiara Appendino, votanti movimento 5 stelle 202.000 (ricordatevi questi due dati) e adesso i numeri delle manifestazioni. Spazio espositivo Torino : 4 padiglioni + 1 – Tempo di libri : 2 padiglioni (i padiglioni di Milano sono circa la metà di quelli di Torino, parliamo di mq).  Visitatori approssimativi, faccio una media fra quelli che ho trovato : Salone 140.000 – Tempo di libri: 73.000 Tempo di preparazione: Torino 12 mesi – Milano 6 mesi Espositori Torino 469 + 300.

Facendo un riassunto, direi che possiamo sintetizzare dicendo che Milano aveva metà spazi, metà tempo e giustamente ha avuto metà visitatori. Leggere di gente che esulta perché Milano è stato un flop, mi fa prima ridere e poi pensare che siamo messi male, molto male, in primis con la testa, e a seguire con la logica.  Fatte queste doverose spunte, questi conti della serva per così dire, passerei a una disamina dei punti a favore e contro delle due manifestazioni.

1 – L’organizzazione è stata ottima per quanto riguarda Milano, un po’ meno a quanto sento, Torino. Personalmente non ho avuto problemi né all’una né all’altra, ma ho visto e sentito di code ai controlli, ora non è che io voglia insegnare niente a nessuno, però se tu sai di avere (cifre a caso) 10.000 addetti stampa e 50.000 persone che hanno fatto o devono fare il biglietto, mettere un solo sportello per gli accrediti e 8 per le altre tipologie di entrata, mi sembra già un passo falso (è stata la mia unica coda), ma transeat, ci può stare (no in realtà no).

2 – Organizzazione degli spazi, Milano avvantaggiata dalle dimensioni, ha permesso di avere una panoramica più ampia, di vedere meglio tutti gli stand, Torino ti obbliga a fare delle scelte, inevitabilmente salti qualcosa (molto), ma ripeto era una questione di dimensioni fisiche.

3 – Accoglienza, qui il tasto si fa dolente, se è ben vero che anche qui le dimensioni contano, devo dire che Milano ha previsto delle specie di panchine, e dei punti in cui era possibile appoggiare le chiappe e riposare un po’ i piedi (lo so sembra prosaico ma ahimé non tutti hanno 20 anni e qualche minuto di riposo ai cinquantenni e oltre, risulta gradito quando non indispensabile. Sui punti di ristoro si gioca una partita pressoché alla pari, anche se a onor del vero, Milano era più fornita con anche la presenza di spazi BIO (i flippati sono ovunque), prezzi che definire assurdi è fargli un complimento (in entrambi i posti) qualità e varietà del cibo, un po’ peggio Torino. Altro tasto dolente i bagni, fare la pipì a Torino è impresa epica (anche in Sala Stampa dove si forma comunque qualche coda, ma soprattutto la pulizia è decisamente sotto la soglia della decenza), a Milano code un po’ meno devastanti ma pulizia decisamente con standard più alti. Piccola parentesi per la Sala Stampa e comunicazioni, Milano surclassa Torino, forse per fare una buona impressione, con caffè servito, lunghi tavoli per le postazioni lavoro divisi dalla zona relax dove c’erano tavolini tipo bar, frigoriferi con acqua forniti da mattina a sera, buffet servito in orario pranzo e aperitivo serale fornito da Spontini con birre artigianali spillate al momento.

Capitolo eventi. Ecco qui direi che siamo alla pari per quanto riguarda il prestigio degli ospiti, sulle location Milano vince per la la tecnologia e la logistica, (a onor del vero negli spazi dedicati a a Tempo di libri, non c’è una sala da 600 posti, ma suppongo che quando crescerà, gli spazi disponibili, che ci sono, saranno resi utilizzabili), resta il fatto che il materiale usato per le tende divisorie che delimitano le sale di Milano – fra l’altro simpatica l’idea di chiamare le sale con i nomi dei font – è credo fonassorbente, o l’impianto acustico è strutturato in modo tale che le voci non escano all’esterno e il brusio dell’esterno non disturbi minimamente chi è dentro, a Torino non è proprio così scontato. I grandi nomi non sono mancati, ma qui abbiamo una seconda nota piuttosto dolente, anzi in tempi di terrorismo direi proprio grave.

Mi concentro su  due ospiti ugualmente “pericolosi”, a Milano, dove tutti quelli che io ho visto entrare sono stati percorsi dai metal detector, Nicola Gratteri, procuratore calabrese che da anni vive sotto scorta e lavora incessantemente contro la ‘ndrangheta, arrivato con 4 uomini di scorta, due in divisa e due in borghese, entrato non si sa da dove e uscito altrettanto discretamente senza firmacopie senza fermarsi neanche per sbaglio. A Torino, dove un sorridente esponente delle forze dell’ordine mi ha fatta passare senza nemmeno farmi aprire la borsa (che grazie a chiavi monete e quant’altro, ha fatto suonare l’inno alla gioia al metal detector), era presente per due giorni due, il mitico Roberto Saviano, idolo delle greggi, conoscitore per interposta persona di ogni scoreggia eventualmente rilasciata da esponenti di ogni ordine e grado della camorra, ha sfilato lungo tutti i corridoi con almeno una decina di poliziotti che lo precedevano scostando bruscamente chi stava passeggiando ignaro della venuta, circondato a pelle da altri quattro e infine seguito da una coda che gli proteggeva le spalle. Firmacopie di diverse ore allo stand Feltrinelli, ora a meno che non non fosse di materiale blindato, chiunque avrebbe potuto sparare a lui attraverso le pareti, ed eventualmente fare una strage che levati, anche solo buttando a terra un petardo in mezzo alla folla radunata in attesa di entrare al cospetto del vate, scatenando il panico. Per il grande pubblico, quello non elitario, va fatta una menzione d’onore a Sellerio, che ha radunato la classe dei suoi autori attorno ad un unico tavolo, e a Rizzoli che con de Giovanni Tonelli Francini Boni, ha fatto divertire in modo intelligente.

Last but not least, il discorso prezzi, fermo restando che la concorrenza è sacrosanta, aspettare che il tuo concorrente nuovo esponga il listino per poi dimezzare il tuo, a me se fossi un espositore, farebbe chiedere:” ma quanto mi hai ciulato negli scorsi 29 anni?”

Concluderei questo lungo articolo, mi scuso ma le cose da dire erano parecchie, dicendo che Torino ha confermato un trend che si è guadagnata in tanti anni (e che spero terrà per altrettanti) di onorata presenza, Milano ha fatto un esordio coi fiocchi alla faccia del flop.  Se si riuscirà a tenere fuori la politica e a ragionare in termini di business e spazio alla cultura, tenendo presente che cultura e povertà coabitano raramente e difficilmente, valutando soluzioni diverse per le date, smettendo di fare a gara, ma pensando solo al bene dell’editoria e della gente, in attesa di avere una corrispondente manifestazione anche al sud (si sussurra che potrebbe esserci un graditissimo esordio a Napoli), noi lettori appassionati, avremo delle soddisfazioni lungo tutto la pianura Padana.

Ultima annotazione, sui numeri che vi ho chiesto di tenere a mente, se Milano (Sala in realtà più che l’AIE) ne ha fatto una questione di prestigio cittadino, Torino ha beneficiato del popolo 5 stelle, sempre stando ai social, credo che mai in trent’anni, il Lingotto abbia visto tanti torinesi affollare il Lingotto al posto del Valentino (prova ne siano, ma non solo, i passeggiatori domenicali con cani e passeggini).