Un po’ di relax, quando ci vuole ci vuole

Non so voi, ma dopo tanti anni di costante attaccamento, ultimamente i romanzi col nostro amato Montalbano, non li ho trovati così coinvolgenti. Forse troppa attualità, troppa politica, troppa amarezza dell’autore che si è trasferita sulle pagine. Ho preso Il cuoco dell’Alcyon per abitudine, perchè comunque quando ami un personaggio ci speri e alle volte vedi che la fiducia è ben riposta? Poco importa che in realtà sia un romanzo vecchio di una decina d’anni credo (comunque c’è scritto che qui non si inventa niente), una sceneggiatura che poi non ha visto la luce e che Camilleri ha leggermente risistemato. Scoppiettante, frizzante divertente e vagamente sopra le righe, ma ottimo. Il povero Salvo viene coinvolto addirittura in un’operazione dell’FBI, ma anche mandato in ferie coatte costretto a tingersi i capelli e a cambiare la forma dei baffi. Il commissariato affidato ad un nuovo commissario. Mimì Fazio e Catarella spostati, un delirio, ma uno di quei deliri che ti godi dalla prima all’ultima pagina. Ovviamente pubblicato da Sellerio

Sempre per divertirvi (in modo particolare se siete donne oltre i quaranta e single),prima o dopo Camilleri, leggete Volevo essere una vedova, La Moscardelli, dopo averci raccontato perchè voleva essere una gatta morta e poi andare a letto presto. Dopo averci deliziato con Teresa Papavero in quel di Stangolagalli, ci dice come lei (o almeno il suo alterego di carta), abbia trovato il modo di mettere a tacere quelle mezze frasi, quelle occhiate un po’ così che ti classificano fra le sfigate che nessuno si è preso, senza pensare che forse le sfigate sono quelle che vorrebbero tanto essere vedove perchè un marito ce lo hanno per davvero. Autoironica spietata e soprattutto senza ipocrisia, è una specie di pocket coffee di cui riassaporare il gusto quando (raramente ma capita), ci si sente giù o sole. Il ritorno del sorriso è garantito. In libreria per Einaudi

Orlov

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Malvaldi – Ghammouri

Un corso di scrittura all’interno del carcere di Pisa e il buon vecchio Malvaldi, ti scova del talento in un uomo che da lì, non potrà uscire per molti anni, sta scontando la pena per un omicidio e conscio del peso di quanto commesso, ha messo a frutto il tempo, scrivendo un libro, Vengo dal sud oltre l’orizzonte (di cui lo stesso Malvaldi ha scritto la prefazione), e ha contribuito a questo nuovo romanzo. Fatta questa doverosa premessa passiamo a parlare di questa nuova fatica, Il vento in scatola (in libreria dal 9 maggio). Salim Salah, brillantemente laureato in economia, arriva dalla Tunisia in Italia e lo conosciamo come ispettore di volo ENAC. Un bel salto eh, non si capisce neanche quanto conveniente poi, cioè, facendo trading rischi anche di fare dei bei soldini – anche se a onor del vero, la finanza islamica si basa su principi un tantinello diversi da quelli che conosciamo, ma tant’è. Che poi a rifletterci, chissà se lo spiegassimo che so, all’Arabia saudita? Pensaci Malvaldi vah -Torniamo a bomba che se mi distraggo è finita, come diavolo è successo un cambiamento così radicale (che comprende peraltro anche un nome nuovo di zecca)? E niente, si vede che studiare Leonardo per il romanzo precedente, l’avete letto tutti vero? All’uomo di Vecchiano gli si sono lubrificate ulteriormente le già diaboliche cellule grige, perchè, state sulla fiducia fino a quando non lo avrete letto, ha messo insieme una trama micidiale. Un giallo (perchè noi lo sappiamo che è un giallo), senza morto e che si svolge all’interno di un carcere. Poi così, per inciso, il fatto che il nostro tenga o abbia tenuto, dei corsi di scrittura in carcere, fa pensare che la scelta della location non sia casuale e che sempre per le celluline di poirottiana memoria, abbia capito che quel che racconti sorridendo o facendo sorridere, sedimenta meglio nella testa e nel cuore. Se come mi capita spesso di dire, a qualche autore mi abbandono fiduciosa nella poesia che troverò, a qualche altro con la soddisfazione di lasciarmi stupire, a Malvaldi mi abbandono felice al rincoglionimento. Pascolo felice dalla prima all’ultima riga, capendo qualcosa qua e là, sapendo con certezza che il risultato finale mi lascerà satolla e soddisfatta. Esce stamattina ve l’ho detto, hop hop via in libreria

Mio caro serial Killer – Ti (DE)scrivo così mi distraggo un po’

L’abbiamo letta nelle ormai mitiche raccolte a tema di Sellerio, ma un romanzo tutto intero mancava da un po’. A memoria credo un lustro poco più poco meno; Alicia Gimenez Bartlett ci regala una Petra Delicado che personalmente ho trovato un po’ cambiata, in meglio se posso dire la mia (e voglio vedere chi ha il coraggio dire che non posso).
La trama lo sapete già che non sto a raccontarvela, vi dico giusto che per la prima volta, come forse si evince dal titolo, l’ispettore Delicado si trova ad affrontare un serial killer. Lo fa ovviamente con il fido Fermìn Garzòn e l’ingerenza, o almeno così la vivono inizialmente, di un giovane ispettore dei Mossos, tale Roberto Fraile. Vuoi perchè in qualche modo l’ispettore prende il comando della situazione, vuoi che si sente spodestata da un uomo con almeno una ventina d’anni meno di lei e che per giunta adotta la tecnica dei profiler, che contrasta con il buon vecchio metodo a cui lei e Garzon sono abituati, vuoi che l’idea di un serial killer la disturba molto più di un semplice assassino, le indagini partono quasi con un muro contro muro. Sarà la tecnica di Roberto che si fa portare gli hamburger in ufficio, e spulcia nei computers e nei tabulati o saranno le intuizioni della coppia Delgado- Garzon, che perlopiù arrivano fra una tapas e una birretta, a dare la svolta? Questo ve lo scoprite da soli.
Io nel frattempo vi racconto di questa donna che improvvisamente vede nello specchio una cinquantenne con la sua faccia e si chiede se sia un incantesimo malefico o cosa. A questa ignobile scoperta, Petra reagisce con insolita leggerezza, concedendosi una benefica sosta al centro estetico. L’ho trovata cambiata dicevo, nonostante il caso sia parecchio tosto (ma si sa che la Bartlett, un donnino delizioso e dolcissimo, può raccontare cose trucissime), a dispetto di quello scherzo crudele giocatole dallo specchio, è come alleggerita, per carità, non che sia mai stata pesante, ma ha sempre avuto, o almeno io ce l’ho sempre trovata, una certa severità che qui ho percepito mitigata. Le schermaglie verbali con Garzòn, forse per reazione all’invasore che sembra essere tutto d’un pezzo, mi sono sembrate più simili a sciabolate che a duelli in punta di fioretto. Mi è parso che anche il rapporto familiare abbia beneficiato di questa maturazione (perchè poi alla fine di questo eventualmente si tratta), certo che anche la suocera e i figli vogliano partecipare alle indagini e quasi ci riescano, non mi pare fosse mai successo. Se non lo avete ancora fatto leggetelo, se potete venite al Salone per ascoltarla di persona, in ogni caso godetevela perchè autrici che scrivono ottimi gialli, facendoci anche ridere e pensare, non ce ne sono poi tantissime.

Commedia nera n° 2 – Recami ci porta alla Clinica Riposo & Pace

Che ridere faccia bene non è una novità, ben lo sanno gli inglesi che dello humor, quello nero in special modo, hanno fatto una bandiera. Ma Recami con l’Inghilterra cosa c’entra vi chiederete, assolutamente niente, però mi serviva l’aggancio per arrivare alla Clinica dal nome evocativo, in cui la nipote e il marito, portano lo zio, Alfio Pallini, sostenendo che è impossibile da gestire. Che sia vero o meno è un dubbio che ci si porta fino all’ultima pagina, insieme al dubbio che, come crede fermamente il vecchietto (oddio un quintale di roba è dura da pensare come vecchietto, ma insomma), lo abbiano portato in un posto dove agli anziani viene praticata entro poche settimane rigorosamente fatta passare per naturale, la dolce morte. Però come dice Recami, le sue sono nere ma commedie, quindi sì, si ride molto perchè l’arguzia toscana salta fuori ad ogni riga, c’è il gusto per la “parolaccia” (mai volgare), un po’ come i bambini che ridono parlando di cacca, c’è l’immedesimazione col povero Alfio, che se da un lato ne combina di ogni, anche belle toste, dall’altro ci convince o almeno ci fa sorgere forte il dubbio come dicevo, che lo vogliano effettivamente far fuori.
Già dai tempi della Casa di ringhiera, ve lo ricordate sì il Consonni e suoi vicini, Recami ha mostrato la sua cifra, assolutamente singolare eppur comune ai Magnifici 6/7/8 insomma i noiristi giallisti pubblicati da Sellerio (che cosa volete che vi dica, saran le copertine blu, ma io li adoro), Gialli o come in questo caso noir (sia pur commedia), perfetti, ma con tanta tanta ironia. Quel che succede – forse – alla Clinica Riposo & Pace, potremmo leggerlo su un qualsiasi giornale di un giorno qualsiasi, cose tremende raccontate in maniera paradossale, esasperando toni e situazioni. D’altra parte, gli autori di classe, colgono l’aria che tira e ne fanno delle Storie. Unico difetto, purtroppo piuttosto comune negli autori che mi piacciono, loro ci impiegano un anno a scriverli e io in mezza giornata li finisco.

Camilleri “le donne non sanno scrivere gialli” – Quando vorresti essere una giornalista famosa

Ecco ci sono momenti in cui vorrei davvero essere una giornalista vera, una di quelle a cui chiunque non risponde no. Durerei poco in Italia e forse anche all’estero, per un motivo semplicissimo, io alle domande pretenderei delle risposte. Giustamente vi starete chiedendo dove voglio andare a parare, sulla faziosità di Fabio Fazio per esempio e su una affermazione del Maestro Camilleri. Maestro per tante ragioni, per la sua poliedricità, per la sua bravura per il rispetto che gli è dovuto. Ah ecco, qui mi casca il primo asino, se do per scontato il rispetto a lui, ho il diritto di pretenderlo? No per me che non scrivo (questo blog è solo un posto dove esprimo opinioni delle quali peraltro non frega niente a nessuno), ma per le tante donne che scrivono. In particolare per quelle che scrivono gialli. Un’intervista del 2011, condotta dal suddetto Fazio, mi ha scatenato una serie di domande e perplessità. http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-606886ab-7a87-4178-8c99-3bcebbfc794b.html . Al minuto 42 più o meno, Camilleri fa una dichiarazione agghiacciante. E se lo dico io che sono la meno femminista delle donne che vi possa venire in mente, credetemi che lo è davvero. Non sto a sindacare sulla dichiarazione, ognuno è libero di avere le sue opinioni e figuriamoci de mi metto a discutere, ma una domanda mi sorge spontanea, perché il sedicente giornalista si limita a fare una risatina imbarazzata? Perché non tenta nemmeno di approfondire il discorso? Giro la domanda a chiunque passi di qui e legga l’articolino, a chiunque abbia la possibilità e la voglia di far arrivare la mia domanda a Camilleri, con tutto il rispetto che ho per un uomo che a parer mio è davvero un maestro.

Follia maggiore Da Rossini a Robecchi

Sabato pomeriggio più o meno in relax, deve essermi rimasta appiccicata tutta l’acqua che han preso Ghezzi sì il sov, e Carella. Infilata in Follia maggiore stamattina alle 7, ne sono uscita alle 14, senza avere ovviamente fatto altro – e questo dovrebbe già darvi un’idea – niente dicevo, giornata andata cazzeggio con lo zapping e arrivo su Rai 5 dove stanno trasmettendo Il barbiere di Siviglia, va da sè che apro la pagina e ve ne parlo. Cosa c’entri Rossini (ma poteva essere Bizet) con i miei articolini e soprattutto con l’ultima fatica di Monterossi, pardon di Robecchi, lo capirete leggendolo. Io intanto vi dico che fiondarvi in libreria portarvelo a casa e mettervi comodi, è la sola cosa saggia da fare questo we. Stavolta l’autore ha fatto gli straordinari, il nostro eroe non inciampa in un caso per sbaglio, no no, ci viene proprio tirato dentro con premeditazione. Oddio non è che opponga sta gran resistenza, siamo onesti, la particolarità è che stavolta polizia e Monterossi (Falcone a dirla tutta, che Carlo è ad altre mansioni relegato), indagano sullo stesso caso all’insaputa gli uni degli altri. Ovvio che non vi dico chi arriva prima e chi aiuta chi e cosa riguarda il caso, che son poi uno più uno più altro, ma garantisco che non mancano i colpi di scena la suspanse l’ironia il sarcasmo e perfino…Se per caso non vi è venuta voglia di leggerlo e il 16 siete a Milano, in Feltrinelli duomo ci sarà la presentazione e lì voglio vedere chi resiste. Foto impunemente rubata alla pagina di Cristinia Di Canio (come ti stravolgo un firmacopie in Scatola lilla)

“Negli occhi di chi guarda” ci sono un sacco di cose

Ce lo racconta Marco Malvaldi nel romanzo pubblicato come sempre da Sellerio. No niente vecchietti e niente Bar Lume, ritroviamo invece la filologa Margherita e il genetista Pazzi. Ve li ricordate? Sono i due che in Milioni di milioni si incontravano a Montesodi Marittimo per uno studio sugli abitanti (noti per avere tutti una forza fisica fuori dall’ordinario) per poi finire a cercare l’assassino (ovvio che ci fosse un morto, leggiamo o non leggiamo gialli?) per potersi scagionare. Cioè solo Piergiorgio a dire il vero, è l’unico senza alibi, ma l’aiuto della Castelli è fondamentale. Vabbè ciancio alle bande, stavolta i due sono in una meravigliosa tenuta, sempre in Toscana, i proprietari sono due gemelli omozigoti (e questo spiega la presenza di Pazzi) e uno dei due ha una ricchissima e particolare collezione d’arte (e questo spiega la presenza di Margherita). Quel che succede ve lo leggete, io vi dico perché leggerlo. Perché prendere un libro di Malvaldi è come leggere l’Oscar Wilde de L’importanza di chiamarsi Ernesto, con una grossa collaborazione di P.G. Wodehouse. Un giocoliere uno che con le parole ci si diverte proprio, e si sente. Si ride, si ride molto, na se con le parole è facile fare dei calembour divertenti, non lo è altrettanto costruire una trama che tenga, e garantisco che tiene, mischiare le carte e aggiungere per sovrappiù tutta una serie di informazioni o nozioni chiamatele come volete, senza le quali risolvere il “mistero” sarebbe difficile. Aggiungete la giusta quantità di sense of humor, che Malvaldi non ci fa mai mancare (a volte sospetto che per una battuta ucciderebbe la mamma come suol dirsi), e avrete il piatto perfetto.